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Gli altarini di S.Antonio di
Antonio Furgiuele |
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'A frittata 'i
Carnilevari di
Salvatore Sciandra |
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U ciucciu 'i
San Giuvanni di
Salvatore Sciandra |
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I cummai 'i San Giuvanni di Salvatore Sciandra |
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La fiera Cenni storici di
Antonio Furgiuele |
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La fiera dal passato
al futuro
di Vincenzo Segreti |
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C'era una volta... La
fiera di Pino Del
Pizzo |
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Gli
Altarini di S. Antonio |
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Gli altarini hanno qualcosa di mistico e di
esotico allo stesso tempo. La loro memoria, filtrata attraverso gli
occhi della nostra sofferta infanzia, ci è cara come tutte le
persone che di quel mondo partecipavano |
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Cronaca di un altarino
di Antonio Furgiuele Sant’Antonu miu divinu
’mbrazza puorti lu Bomminu
e llu puorti ccu tanta gloria
fammi la grazia Sant’Antonu.
Accussì cantavunu Fulumena, Tiresa, Taluzza, Vittoria ’i Vitu,
Artenza, ’a nanna Custanza, Sarafina e tant’atri ca moni ’u ’nci sû
cchjù.
Non
ho certo veleggiato per disparati lidi al pari del
figlio di Laerte, ma nel mio piccolo mondo
fantastico, girando per le Calabrie ed in una seppur
piccolissima parte della nostra Penisola, non ho mai
visto, durante le festività religiose, ed in
particolar modo nel corso della festa patronale, il
consueto orgasmo che impegna o, meglio, impegnava le
comari del mio quartiere alla realizzazione
dell’altarino in onore di Sant’Antonio da Padova.
Retaggio di chissà quale tradizione dal sapore arabo
o spagnolesco, misto tra folklore ed autentica
religiosità popolare, là, dove il sacro si fonde con
il profano, all’approssimarsi della festa patronale,
nel giorno della vigilia, in ogni quartiere
cittadino fervevano i preparativi per realizzare
l’altarino più bello che doveva ospitare per quasi
due giorni uno dei più grandi dottori della Chiesa.
Ma non vi era nulla da fare, il più bello, il più
maestoso, il più ricco, il più addobbato, era sempre
quello dell’onnipresente via Dante conosciuta dai
più, e non se ne dispiaccia il sommo poeta, come
Calavecchia.
E puntualmente nei miei ricordi ricompare questa
poliedrica via, questo budello di pietra che unisce
il vecchio al nuovo, a testimonianza di una
continuità vitale che nonostante l’ingente fardello
di anni che si porta dietro, non ha perduto ancora
il suo fascino antico fatto di mura screpolate ed il
gusto morboso per il pettegolezzo.
Il
buon lettore non mi vorrà accusare di essere più
noioso dell’usato, ma non posso di certo dimenticare
il frenetico aprirsi dei baùli, da cui si toglieva
il damasco più sfavillante, che vedeva la luce solo
e soltanto in quella occasione. Quello di famiglia,
ricordo, era di un luccicante giallo oro che quasi
urtava la vista dei passanti, ma non appena l’occhio
aveva riposato su di esso per un po’, ci si
accorgeva che i riflessi emanati dal contrasto del
disegno vivo con il fondo opaco era di una bellezza
degna dell’occasione per cui ci era dato di
ammirarlo.
Ognuno aveva un suo compito specifico.
Toccava, difatti, agli uomini, all’alba della
vigilia, non appena il sole faceva capolino da
dietro le colline, affilando i suoi raggi per
l’imminente arrivo della bella stagione, conficcare
i lunghi chiodi forgiati nei muri delle case
adiacenti allo spiazzo usuale.
Tali chiodi sostenevano le corde di canapa che a
loro volta, non a fatica, avrebbero sostenuto il
peso dei colorati damaschi.
Le
comari, intonando già alcuni canti devozionali in
lingua dialettale, procedevano alla stiratura dei
lini ricamati che avrebbero fatto corona al Santo,
il quale, nel frattempo, per l’occasione, aveva
ricevuto un’altra mano di vernice, onde presentarsi
anch’Egli nel migliore dei modi, a dispetto degli
anni.
Il
tocco finale consisteva nello stendere a terra
alcuni tappeti che nonostante qualche frettoloso
rattoppo, fatto più con la lésina del calzolaio che
con l’ago del sarto, causato da un lumino dalla
fiammella dispettosa, prontamente mimetizzato con un
vaso di felci ornamentali, dava l’idea di un
harem, anche perché non mancavano i cuscini di
tessuto vario, soprattutto di raso, disposti qua e
là, su di esso, fungenti anche da inginocchiatoio.
Alle spalle del Santo, dal damasco più bello, si
lasciava pendere un candido velo di cotone e su di
esso, con l’ausilio di una spilla da balia, un
nastrino celeste reggeva un piccolo crocefisso di
legno.
Ai
suoi lati, al pari di fidate guardie, due colonnine
di legno (taggeri), aventi ognuna sulla
propria base un vaso di fiori artificiali, disposti
a raggiera, completavano la prospettiva frontale.
Ah!, dimenticavo i bouquets di gigli disposti
ai piedi del piccolo altare, immancabili in un
altarino che si rispetti.
Per
ultimo, dalla piccola mano del Santo si lasciavano
pendere alcuni nastri cilestrini, in attesa di
vederli abbelliti o, appesantiti, se vogliamo, con
dei coloratissimi bigliettoni filigranati, in gran
parte provenienti dalle lontane Americhe che
premurose mani materne avrebbero attaccato per
invocare protezione e ’na bona furtuna
per i figli lontani.
A
noi fanciulli, una volta completata l’intera
scenografia, veniva dato il compito di montarvi la
guardia nelle ore meno affollate, con tanto di
vassoio in mano, opportunamente lucidato con il
Sidol, pronti a piazzarlo davanti alla pancia
dell’incauto passante, che - ahi lui! - doveva per
forza lasciarvi un obolo, pena gli sberleffi non del
tutto ortodossi che lo avrebbero accompagnato per
l’intera salita d’ ’a ’Mmaculatella.
E
com’era bello, in quelle ore di pace, all’ombra dei
damaschi, deliziarsi del profumo (compreso quello
della naftalina che aveva difeso dalle tarme tutti
quei filati per un intero anno) che quei dolci
pomeriggi assolati di metà giugno sapevano
dispensare!
A
quella quiete tempiale non erano insensibili i gatti
d’Angiulina che riservandosi i cuscini
più morbidi, godendo della nostra infantile
complicità, venivano a farsi la più classica delle
dormite, e non solo quella, nei momenti in cui la
calura diveniva insopportabile.
Mano a mano che le ore passavano ed il maestrale
diminuiva il suo leggiadro soffio che aveva fatto
ondeggiare come vele i damaschi, l’altarino si
veniva sempre più popolando ed all’approssimarsi del
vespro, non appena le ombre cominciavano ad
allungarsi, le sedie, disposte in due filari, come
ad una prima teatrale, erano al gran completo.
Toccava
allora a Fulumena dar di ugola con la
sua voce da mezzosoprano, sicura, nonostante la non
più giovane età e poi era tutto un canto fino alle
prime luci dell’alba fra un bicchiere di vermouth
fresco, tazze di caffè e ’nu buccunottu
da poco sfornato.
In
quei momenti ’a Calavecchia, diveniva una
sorta di kibbuz ebraico a causa del continuo
andirivieni della gente con le sedie sulla testa che
si recava alla Chiazza (piazza Municipio) per
assistere allo spettacolo di musica leggera o al
concerto che in genere le bande pugliesi erano
chiamate a dare. Era allora che, spesse volte, i
canti si interrompevano sul più bello per consentire
alle comari di dar di forbice a qualche malaugurato
passante, resosi oggetto di pettegolezzo a causa di
qualche infelice evento coniugale che aveva da poco
vissuto.
Altri, continuando a sgranare il rosario,
assecondando il solo movimento delle dita,
separavano la lingua e la mente da esso.
Allo spirito quello che è dello spirito, alla
materia quello che è della materia! Una sorta di
rivisitazione popolare del Vangelo, fatta per la
gioia dei più.
Dunque!
All’alba del “dì di festa” venivamo svegliati
dalle salve sparate da una unità navale della Marina
Militare che aveva gettato le ancore nello specchio
d’acqua antistante il lido di Amantea per rendere
gli onori militari al Santo.
Sul
più tardi, invece, la banda musicale, cittadina o
forestiera che fosse, faceva il giro augurale per le
vie del paese e la fermata d’obbligo era dinanzi
all’altarino: una marcetta briosa data alla svelta,
pregustando le varie libagioni poste su di un tavolo
e poi dagli con i liquori di ogni genere e
gradazione prodotti nelle varie case, rese in quei
giorni piccole distillerie, con i dolciumi e gli
affini. Ricordo, però, che a dispetto della
liquoreria tradizionale, un certo brandy che
secondo la pubblicità dell’epoca creava l’atmosfera,
andava per la maggiore, ed era soprattutto richiesto
dai componenti delle bande da giro. Quell’atmosfera
a cui faceva riferimento la pubblicità, è inutile
dirlo, ricreata più volte nell’arco della giornata,
sarebbe stata notata dagli astemi la sera stessa,
sul palco, durante il concerto, quando Gilda d’un
tratto diventava Violetta, per tramutarsi in Aida
nel finale. Un cocktail, per rimanere in
tema, che avrebbe ubriacato anche il maestro di
Busseto.
Durante tutta la mattinata andavamo su e giù per la
via a distribuire i santini ed a pretendere le
offerte, mentre nel pomeriggio, consumati da poco i
più intimi peccati di gola con un lauto pranzo
degustato per festeggiare l’Antonio di turno,
giacché in ogni casa ve n’è uno, tutti si riunivano
intorno all’altarino che diventava così punto
d’incontro e di dialogo, salotto demodé per bigotti,
bizzocche e non.
Dalle
ringhiere dei balconi, intanto, prima che
sopraggiungesse la processione, ognuno lasciava
pendere il damasco nuziale, ed era quella una
occasione unica per mostrare al popolino quello
recato in dote. Altri, che di dote non ne avevano
avuta per “francescana convinzione”, con aria
snob dicevano che i tempi erano cambiati, per cui
esponevano grossolane coperte di lana degne di
affrontare i peggiori inverni della tundra
siberiana, in barba alla nostra latitudine.
Attaccata al muro dello stesso balcone, invece, si
poneva una lampadina elettrica, accesa in segno di
devozione, come per dire al Santo che la grazia
divina poteva entrare in quella casa, poiché essa
era illuminata dalla fede cristiana.
Nel
frattempo, Tiresella, aiutata da
comare Taluzza, aveva predisposto un
tavolo ornato di fiori e ceri dinanzi all’altarino,
mentre sopra una sedia posta di fianco ad esso, il
braciere di rame si preparava ad accogliere i grani
dell’incenso.
Quando
cominciavano a sopraggiungere le prime note della
banda musicale, ciò era segno che Sant’Antonio stava
arrivando, con tanto di carabinieri ai lati, in alta
uniforme, con il pennacchio sul capo e dietro tutte
le autorità del paese.
Un’agitazione improvvisa si impadroniva di tutti,
turbando anche noi fanciulli che fino a qualche
minuto addietro avevamo seguito la processione, non
per fervore religioso, s’intende, ma per dar
l’assalto alle ceste ricolme di pani benedetti (’u
panu ’i Sant’Antonu) con lo stesso impeto -
si fà per dire - con cui gli affamati della Milano
seicentesca occupata dagli spagnoli, di manzoniana
memoria, assalirono il forno delle grucce.
Con
le magliette nuove, indossate per la prima volta
quel giorno, già deformate per far posto all’ingente
numero di pani razziati nel corso della processione,
ci mettevamo genuflessi dinanzi all’altarino, con un
occhio rivolto furtivamente alla cesta e con l’altro
nella direzione del Santo che sembrava comprenderci
e perdonarci.
Appena
i chierichetti imboccavano la via, l’incenso veniva
messo nel braciere ed il suo aroma, a volte
irritante, fino a farci starnutire, si spandeva
subitaneamente per tutto il quartiere ed una volta
sopraggiunto il Santo, veniva adagiato con cura sul
tavolo per una breve benedizione. Era allora, alla
vista dei nastri completamente ricoperti di
cartamoneta fino all’inverosimile che gli occhi del
parroco benedicente “s’illuminavano d’immenso”.
Prelevati dalla piccola mano di Sant’Antonio che
fino a quel momento ne aveva sostenuto il lieve
peso, venivano appesi in parte ad un bastone retto
dal chierichetto, mentre la parte più corposa,
afferrata con destrezza da mano avida, spariva
repentinamente in una borsa portata da un fidato
assistente che la reggeva stretta al petto. Il
sibilo dello zip che la richiudeva era una
sorta di segnale convenuto, per cui la benedizione
si interrompeva in quel momento con un risolutivo e
provvidenziale amen.
Le
comari, approfittando di quegli ultimi istanti,
cominciavano a battersi il petto con inusitato
fervore religioso per farsi perdonare i peccati di
un intero anno ed in acconto di quelli che avrebbero
commesso di lì a poco, mentre noi, cinicamente,
svuotavamo la cesta dei pani.
Nel
frattempo la statua di Sant’Antonio veniva sollevata
ed una delicata pioggia di petali di rose e di
gerani ci cadeva morbidamente addosso, inebriandoci
con il loro intenso profumo. Contemporaneamente la
banda riprendeva a suonare ed il corteo
processionale ritornava a sfilare rumorosamente,
accennando a qualche canto… O delle Spagne
Gloria / Di tutto il mondo onore / Nostro avvocato
Antonio / Esempio di candore, / Ascolta i nostri
gemiti / Per noi prega il Signore / Ricordati,
ricordati / Per noi prega il Signor.
Era
quello l’ultimo atto, stava per calare il sipario su
uno dei tanti piccoli episodi che caratterizzano
quell’immenso palcoscenico che è la vita, dove
ognuno di noi recita un copione che alcuni vogliono
già scritto dal fato.
Una larvata vena di malinconia cominciava a
pervaderci, sapevamo che l’altarino sarebbe stato
smantellato subito e che sarebbe dovuto passare un
lungo anno per poter godere di nuovo della sua
presenza.
Ricordo che trattenevo a stento le lacrime, ma lungo
il percorso che portava “nostro avvocato Antonio”
in chiesa c’erano altri altarini, con altre ceste da
conquistare, ed allora, dandomela a gambe, con un
sospirone scioglievo il nodo che mi serrava la gola:
già a quell’età non vi era più posto per i
sentimentalismi.
... E ti tiegnu ppe avucatu / fammi la grazia ppe
caritata.
Accussì cantavunu fin’ ’a notta funna e lla matina
’a stilla ’i l’arva ’i salutave
Antonio Furgiuele
(giugno 2002) |

’A ze’ Tiresina
regge sulle ginocchia il piccolo
Francesco, di appena tre mesi, dinanzi a
quello che fu l’ultimo altarino realizzato
nello “spiazzo usuale”
(13 giugno 1987)
L’accostamento del piccolo
Francesco al grande taumaturgo ricorda come
ad Egli si rivolgessero i genitori per
impetrare la protezione sui bambini. Nel
voto che essi facevano, promettevano di
donare ai poveri grano e pane in quantità
eguale al peso del fanciullo, posto sotto la
protezione del Santo.
Ecco perché ancora
oggi, in Suo nome, dopo averGli affidato la
cura dei propri figli, si suole donare
’u panu ’i Sant’Antonu.
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“Duminica, luni e marte
s'abbannunanu tutte l'arte
sunu i tri juarni i carnilevari
e si pensa a cancariari”
Questo era l'antico adagio con cui
tutti, grandi e piccini, poveri e ricchi, affrontavano i
giorni in cui si festeggiava da noi il carnevale.
Il nostro era un carnevale
“povero”, ma grasso.
Povero perché la maggior parte
delle maschere (i “masc‑carati”) per
“vestirsi” usavano tutto quello che trovavano in casa,
nei solai o nei bauli delle nonne.
Le sfilate erano così affollate di
spose, di “coscinuti” (gobbi), di pulcinella (erano
coloro i quali appartenevano alle congreghe di cui
usavano l'abito senza la mantellina), di soldati, di “banditi”
(cowboy), di vecchi e di “Carnilevari” e “Quaraisima”.
Tutti i ragazzi si vestivano di
“masc‑carati” e la domenica pomeriggio andavano a
visitare le campagne dove i nostri contadini erano prodighi
di ogni ben di Dio: salsiccie, soppressate, “tuma”,
uova, grasso, “risimoglia”, vino e tantissima altra
roba (i loro gesti antichi erano anche bene auguranti per
l'intera stagione dei raccolti).
La salsiccia, le uova, il
formaggio, il grasso e la “risimoglia” erano gli
ingredienti principali con cui si faceva la frittata di
vermicelli oppure quella, più povera, di farina (che però è
usata tradizionalmente a Lago (CS)).
La frittata comunque più “roba”
aveva, più era saporita.
Una variante, infatti, per essere
più ricca, dicevano i nostri nonni, era quella che nel
ripieno prevedeva anche le polpette di carne tritata di
maiale.
La sera del martedì grasso, nelle
cantine del paese, la conclusione del Carnevale era
salutata, dopo il “pieno” del rosso marcigliano delle
nostre contrade (Gallo, S. Pietro, Camoli, ecc.), con la
stornellata a lode della polpetta:
“ ’a purpetta gioia mia
è ’na cosa t’arricrije
ti la mangi cu gulìa
e pùa ci canti lu cucuru‑cù
e cù e cucuru‑cù
e di nannuzzi chi ni vò chiù?!...
e cù e cucuru‑cù
e di nannuzzi chi ni vò chiù?!... ”
Come
si capisce, tutti i salmi finiscono in gloria.
Si finiva, cioè, col mangiare a
crepapelle, tant’è che a mezzanotte si “festeggiava”
la morte di Carnilevari e ad Amantea, in “Piazza”
(Corso Umberto I), dopo essere “crepato” per
l'abbuffata pantagruelica, il fantoccio che lo
rappresentava, addobbato con “camastre” di salciccie
e col fiasco di vino in mano, veniva messo al rogo e
bruciato (simbolo della purificazione) mentre da lontano
appariva una vecchia smunta e scarnificata che rappresentava
la Quaresima (Quaraisima), periodo di astinenza dalla
carne e di preparazione alla Pasqua.
Prima di accomiatarsi e di
affrontare il proprio destino per “scoppio”,
Carnilevari leggeva il suo testamento che
(attingendo ad antichi scritti sul Carnevale in Calabria) ho
così rimaneggiato nella mia commedia “ ’A frittata ’i
Carnilevari ” (rappresentata qualche anno fa proprio
nel periodo del Carnevale):
« Di cientu parmi funna ’na fossa vuogliu sc‑cavata,
di lardi e di corrielli a vuogliu foderata.
Ppe tavutu ’na menzìna ’i puarcu
adaggiatimìcci supra… chianu… chianu…
’u ll’ammaccàti!!…
E di prisutti e vijjuli tutta chijna.
Supra…, ’nu padigliuni ’i gammarielli ed ossa.
E… ’ntuornu, ’ntuornu appisi,… i supressati grasse.
Alli quattru spuntuni; cumu grasti di juri…
giarre di gnalatina... stippate!
Accussì c’è arduri.
Vicinu allu sipurcu, ppe finimentu finu,
na grossa vutta chijna di lu cchiù buanu vinu.
E di rimpettu, pùa, ppe màrmuru ’ntagliatu,
ppe fari l'epitaffiu, dua pacche di prisuttu
attorcigliatu.
Latinu e Talianu u scrittu è fattu apposta ccu lettere
romane
ed è così composta:
« In hoc loco
sepultus fuit ille Carnevale
muortu die sexto martii
ex morbo fero.
Vale »
China và ad osservari su dittu ch’è lassatu,
erede universale è diventatu!!...
Nutaru!!… avìti scrittu??...
Tuttu è rogatu!!...
L'attu vò sulu sottoscritto! »
Totò Sciandra
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'U
ciucciu 'i S.Giuvanni |
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Questa
manifestazione, che ormai si svolge a singhiozzo per
l'interesse di qualche nostalgico, una volta costituiva un
appuntamento folkloristico-religioso dei primi giorni
d'estate. Totò ce la racconta così. |
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L'estate
amanteana, a cavallo degli anni cinquanta e sessanta
del secolo scorso, era dominata da feste religiose i
cui confini tra il sacro e il profano non sempre
erano percepiti.
“S. Antonio” e il “Corpus Domini” erano i pezzi
forti della parrocchia di S. Biagio; “San Giovanni”
e “San Rocco”, passando per la “vamparita”
dei SS. Pietro e Paolo, quelli di S. Maria La Pinta
(Cappuccini).
Erano
vagabondaggi estivi di cui soprattutto i ragazzi
approfittavano per riempire le strade di colore, di
allegrie, di speranze, di baldorie, ma anche
occasioni per mostrare chi sapeva organizzare meglio
quelle feste.
La
Festa di S. Giovanni Battista si articolava in
due giornate:
- il
23 giugno era dedicato allu “ciucciu”;
- il
24 al
Battesimo delle bambole, alla processione
solenne, ai fuochi pirotecnici.
“Ninella zocculìa lla silica appenninu”
annunciando l'arrivo, tanto atteso, (per i
festeggiamenti di S. Giovanni), della
“... solita zampogna cularusa
..., scinnuta alla marina”
Siamo
ancora mezzo addormentati, ma la voce dei vicini
arriva nitida come quella di Ventura
che, come ogni anno, con la sua camicia bianca della
festa e col suo mezzo toscano in bocca, accompagnava
per le vie del paese “i zampugnari”.
“Mentre staju ccussì tra dormebbiglia,
trase ru suonnu duce de ’na gaglia
m'accarizze re ricchie, me rispiglia,
ppè forza de va vide quale ’ncantu,
a ttiempi ’e mo lontani ’u ’sse sa quantu.”
(V. Butera)
Così
comincia la festa
“du ciucciu ’i S. Giuvanni” fatta di
onori, di balli, di canti, ma anche di dolci e di
frutta (ciliegie, albicocche, “primifiori” e
“pirilli ’i San Giuvanni”).
“’U
ciucciu”
era un fantoccio, a forma d'asino, costruito con
canne e cartapesta. Ai lati, sulla coda, nelle
orecchie, in bocca, erano messi moltissimi bengala
che venivano accesi durante la processione.
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Antonio Bossio
(in primo piano) aspetta il suo turno per
fare ballare “’u ciucciu”
(foto inizio anni ’60) |
Sotto era
cavo ed una persona si alternava infilandosi sotto
il “ciucciu” per farlo danzare. Nella testa il
petardo che alla fine esplodeva assieme ad essa ed a
quello che rimaneva del feticcio.
Noi lo
aspettavamo nel nostro quartiere per poi seguirlo,
in processione, fino a piazza Cappuccini.
L'entrata
“du vicu da Taverna” era sempre trionfale; alla
Calavecchia, per voto, sotto il “ciucciu” ballava
quasi sempre
Antonio Bossio (’Ntoni cap’i vacca).
Le note
stridenti del piffero e quelle cupi e gravi della
zampogna scatenavano balli beneaugurati.
Tutti, a
cerchio, cantando e battendo le mani, partecipavano
a quella danza, quasi isterica, che ricordava un po'
alla lontana quelle degli stregoni indiani. Erano
movenze sinuose, ma sgraziate che, ora più lente ed
ora più veloci (a seconda dello stato d'ebbrezza del
“coreografo”) attiravano l'attenzione di quel
pubblico che si era adunato attorno al fantoccio a
forma d'asino.
Non
mancava il tavolo su cui, nel momento del riposo,
veniva posto, troneggiante, lui, il re della serata:
’u ciucciu.
E si
aspettava (come d'altronde succedeva in tutte le
“stazioni”) che “Taluzza”
scendesse le scale con il bottiglione del vino, da
offrire per “bonaguriu”, a tutti, prima fra
tutti “i zampugnari”,
“’Ntoni” e “Don Ciccio Trà-trà”
le cui spalle reggevano la “grancassa”.
La meta
finale era piazza Cappuccini dove si concludeva la
cerimonia e si scioglieva la processione.
Qui lo
spettacolo era assicurato dall'alternanza di tutti
coloro i quali avevano fatto ballare “’u ciucciu”
e dalle scoppiettanti “fontanelle” di bengala
che illuminavano i volti di quelli che continuavano
a gridare a squarciagola “W ’u ciucciu ’i San
Giuvanni”.
E si
aspettava la fine quando, accesa la miccia della
“bomba” che era stata posta nella testa del
fantoccio, esso esplodeva in aria mandando tutto in
frantumi.
Tutti i
ragazzi correvano a recuperare qualche trofeo da
conservare; purtroppo, una volta, qualche petardo
poco funzionante, è esploso nelle mani di un ragazzo
che perse alcune dita della mano.
Poteva succedere anche questo.
Tutto il resto era festa.
Totò Sciandra
Giugno 2003 |
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I cummari 'i San Giuvanni
(Il battesimo delle bambole)
di Salvatore Sciandra
Il 24 giugno, giorno di San Giovanni
Battista, era un’esplosione di colori, di odori e di sapori. Solo
chi ha vissuto quel giorno capisce veramente che ciò che dico non è
un’iperbole. Era soprattutto la festa delle ragazze fino ai 14, 15
anni ad anche altre. Era il giorno del battesimo delle bambole, si
“vattìavunu ‘i pupe”, si diventava “cummàri ‘i San Giuvanni”, quasi
un secondo vincolo di parentela che, nel tempo, diveniva
indissolubile.
La giornata iniziava in modo
frenetico, tutte preparavano “i pompe” per il battesimo del
pomeriggio fatto davanti alla fonte battesimale della Chiesa dei
Cappuccini. Era una vera e propria funzione religiosa….o quasi.
Vedere quelle fanciulle in processione, vestite di semplicità e di
cielo, con le ciliegie rosse come grandi perle appese alle orecchie
e sul petto un mazzetto di “pirilli i San Giuvanni” legate con un
nastrino colorato e appuntato a mo’ di spilla e con le labbra
scarlatte pitturate con le more nere del gelso, era semplicemente
entusiasmante e commovente oltre che coinvolgente.
Durante questa “processione” si
notava, come accedeva la domenica delle Palme, chi “poteva” e chi
“non”, ma ciò non era da ostacolo alla cerimonia. Chi non aveva una
bambola bella e “buona”, aveva la sua “pupa i pezza” fatta in casa,
agghindata con variopinti vestiti cuciti a mano con i ritagli di
stoffa che le stesse ragazze confezionavano sotto la guida esperta
delle loro mamme o delle sorelle maggiori, vere e proprie “mastre”,
e che spesso guarnivano con trine fatte all’uncinetto.
Le mie sorelle più grandi ormai
avevano superato l’età del comparaggio (ricordo!), ma possedevano la
materia prima molto richiesta: le bambole. Erano, infatti,
proprietarie di due bellissime bambole che aveva portato loro da
Asmara mio zio alla fine della seconda guerra mondiale, di ritorno
dalla prigionia.
Clara, poi, le aveva ereditate, per
cui era, nel nostro quartiere, una molto contesa “comara”.
Era, come dicevo, tutta una giornata
piena di colori, ma nel pomeriggio anche di odori e di sapori.
Il rito del battesimo era così serio
che nelle case in cui si “festeggiava”, veniva preparato anche un
piccolo buffet fatto soprattutto e quasi esclusivamente con la
ciambella di pan di spagna.
Su tutti i ballatoi il forno di
campagna che a mezzogiorno aveva sfornato “pasta chîna” cotta “ccu
foucu i supra e fuocu i sutta”, adesso spandeva gli odori dolci del
lievito e delle uova che si perdevano tra piogge di garofani e
ortensie rigogliose.
Le ragazze più piccole, che non
potevano andare fino ai Cappuccini, si recavano, vestite da
verginelle (indossavano il vestito della prima Comunione che
normalmente facevano tra i 6 e 7 anni) con alla testa del corteo “nu
palu i ‘nterra” che fungeva da croce, alla “Mmaculatella” e davanti
alla Madonnina si consumava anche la cerimonia del battesimo.
Sia in Chiesa (cerimonia solenne) che
fuori, tutte usavano le stesse parole e gli stessi gesti: le
ragazze, tenendosi per il mignolo, si strappavano un capello per
ciascuna e lo liberavano in aria contemporaneamente dicendo queste
parole:
“Simu cummàri, si avimu ‘na
cosicella
ni l’avìmu i spàrtiri”,
poi sollevando per tre volte le mani
legate dai mignoli, contavano allegramente:
“Cummàri ‘e San Giuvanni
vattìamu ‘sti panni
i panni e li pannizzi
a Madonna ccu li trizzi,
li trizzi ‘ncannulati
a Madonna da pietati”
Il ritorno a casa era colmo di gioia e
tutti aspettavano l’arrivo delle comari per i festeggiamenti. Delle
torte, a fine festa, non rimanevano neanche le briciole, ma cesti
strapieni di “primijuri”, “vermicocchi”, “ceràsi”, “mura janchi” e
“pirilli i San Giuvanni”, ccu ‘na frisa i panu toustu i grannianu
abbagnata, venivano presi dìassalto velocemente e divorati. Ai più
grandi era concesso un generoso bicchiere del miglior marcigliano
rubino miracolosamente ed eccezionalmente appariva sul bancone i
Sarvaturu senza essere annacquato,….sincero.
Poi via con i canti e danze fino a
sera quando si cominciava a discutere sui preparativi da “vamparita”
dei SS. Pietro e Paolo. |
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La
Fiera Cenni storici |
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L’evento fieristico, se escludiamo le grandi fiere
francesi (Champagne, Lione, ecc.), non ha mai goduto di particolare
considerazione da parte degli storici.
Nel merito, l’istituto
della fiera in Italia, già diffuso nel IX e nel X secolo lungo la
costa adriatica fino alla Puglia, fu considerato marginale o non fu
considerato affatto, nonostante la presenza di mercanti stranieri e,
quindi, scarsi sono i dati da poter elaborare, nell’ambito dei
movimenti economici dell’Italia meridionale, sia sotto l’aspetto
economico che sotto quello giuridico.
A ciò si deve aggiungere la strenua resistenza delle corporazioni
mercantili locali che in difesa delle loro prerogative commerciali,
fecero di tutto per impedire la nascita ed il diffondersi delle
fiere.
Nel Meridione, in cui si poteva utilizzare solo la via marittima,
peraltro molto rischiosa a causa del fenomeno della pirateria,
poiché insufficienti erano le comunicazioni interne, sarà
l’oppressione feudale e la sua atavica arretratezza economica la
causa principale del mancato sviluppo fieristico e bisognerà
attendere ancora, prima che esso diventi un’area mercantile
qualificata che vedrà la presenza di commercianti provenienti dalle
altre regioni d’Italia ed anche stranieri, attenti soprattutto
all’acquisto delle produzioni locali, come le granaglie, la lana e
la seta (si pensi ai tessuti di raso, ai damaschi ed ai velluti di Catanzaro).
Ciò è dovuto
principalmente alla presenza, nel Meridione, degli Aragonesi, che
con Alfonso il Magnanimo perseguirono – o cercarono di perseguire –
quella politica favorevole agli scambi commerciali, già iniziata con
gli Angioini, agevolando il fenomeno fieristico con la concessione
di esenzioni fiscali e privilegi, ad appannaggio, questi, delle
ricche ed influenti comunità ebraiche, nelle cui mani era accentrata
tutta l’attività commerciale del Regno.
“Il
Magnanimo”, scrive Alberto Grohmann, “concesse
numerose fiere e mercati a località della Calabria; l’intento dovè
essere duplice: creare un’unità economica all’interno del Regno, che
sarebbe stato il substrato fondamentale per un’unità politica, ed
assicurarsi la fedeltà di quei centri che rivestivano importanza
strategica in
quel teatro di continue lotte tra il potere centrale ed i baroni che
fu la Calabria”. [1]
Della fiera di Amantea si trova origine in un privilegio del
1507 concesso da Carlo V e di
essa si hanno ancora
notizie in un altro privilegio del 31 gennaio 1529 di
Filiberto Chalon, principe d’Orange, vicere di Napoli, regnante
lo stesso Carlo V, con il quale al astrogiurato
venivano imposte alcune regole circa la conduzione della fiera, in
modo particolare per quanto riguarda l’ordine pubblico e
l’amministrazione della giustizia. [2]
La data di svolgimento dell’evento fieristico con il tempo è
andata sempre mutando, così come lo spazio in cui esso veniva
fisicamente
collocato, per cui, mentre oggi ha luogo dal 27
ottobre al 2 novembre lungo le arterie principali della città,
sotto la denominazione di Fiera dei Morti o di
Ognissanti, nel 1729 iniziava il 27 giugno ed
aveva la durata di
dieci giorni, per essere poi spostata dall’1 al 10 ottobre nel
1755.
Dal luogo originario detto del Fossato, adiacente
alle mura difensive della città, nel 1821, per le mutate
condizioni urbanistiche, passò al Largo dei Cappuccini,
avendo una durata di otto giorni, dalla seconda alla terza
domenica di ottobre.
Si tratta di
una fiera commerciale alla quale partecipano numerosi operatori del
settore, provenienti da tutta la Calabria e da altre aree del
Mezzogiorno, che espongono e vendono le merci più disparate:
prodotti agroalimentari, realizzazioni dell’artigianato calabrese,
italiano e straniero, dolciumi, biancheria, casalinghi,
abbigliamento, pelletteria,
calzature, ceramiche, bigiotteria, giocattoli.
Il tutto in un contesto che rappresenta un ponte ideale fra il
modello tradizionale del rapporto fra il venditore e l’acquirente ed
i freddi centri commerciali che si ispirano al modello
nordamericano.
Nel primo, si
tende a far rivivere uno scorcio del passato, nel secondo, perfetto
ed efficiente, l’aspetto umano è del tutto trascurato,
passando in
secondo piano.
Ma al di là dello scambio commerciale, la fiera è soprattutto una
festa che appartiene alla memoria storica di una intera comunità:
desiderata ed attesa per un intero anno, momento di partecipazione,
occasione che veicola una funzione di socialità, in cui si riscopre
l’atmosfera della partecipazione.
“Il
tempo della fiera”, scrive Enzo Fera, “non
appartiene solo all’ambito economico e commerciale, ma è anche tempo
festivo. Il tempo dell’uniformità e della ripetitività quotidiana,
scandito dai consueti ritmi, viene dissolto e ci si apre ad una
condizione fuori dalla storia, nella quale si manifesta una pienezza
di vita non repressa, in cui la coscienza si dilata e coglie i
significati più autentici della vita”. [3]
Antonio Furgiuele
[1] A. Grohmann, Le fiere del Regno di Napoli in
età aragonese, Napoli, 1969, pag. 187;
[2] in proposito sono state consultate le seguenti
opere: V. Segreti, La fiera di Amantea, in Calabria
Letteraria, anno XLII, n. 10-11-12, ottobre, novembre, dicembre,
1994, pagg. 59-62; G. Turchi, Storia di Amantea (dalle origini
alla fine del secolo XIX), Cosenza, 2002, pag.156;
[3] E. Fera, Amantea la terra gli uomini i
saperi, Cosenza, 2000, pag. 151.
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La
Fiera
dal passato al
futuro
“… il mastrogiurato, alla presenza dei due sindaci dei nobili e di
quello del popolo, riceve dal governatore il bastone, emblema di
comando, e la bandiera della fiera, recante lo stemma di Carlo V e
delle città”
Con
questa suggestiva cerimonia, i cui valori storici e simbolici
andrebbero riproposti, veniva ufficialmente aperta ed inaugurata la
“Fiera di Amantea” che, come si legge nell’atto del
1729, redatto dal Notaio Saverio Ferraro, iniziava il 27 giugno e
terminava il 6 luglio.
Solo a partire dall’inizio del ’900, la manifestazione “trovò
una definitiva sistemazione dal 27 ottobre al 2 novembre, acquisendo
la denominazione di “fiera dei morti” o di “tutti i Santi”, per il
variare delle esigenze di compravendita e la suddivisione dei
settori zootecnico e merceologico”.
Venuta meno la fiera degli animali e “cessate le necessità del
rifornimento annuale di generi di consumo”, la Fiera si è
lentamente, ma inesorabilmente, trasformata in un grande mercato.
“Eppure quest’ultimo riesce ad evocare
atmosfere del passato con l’esposizione di recipienti di vimini e di
paglia, di ceramica, di oggetti in rame ed in ferro battuto, non più
utensili da lavoro, ma elementi ornamentali.
Gli antichi sapori rivivono nei
“mostaccioli” confezionati con miele e farina, nei panini ripieni di
“spezzatino” o di salsiccia arrostita con rape o di baccalà fritto,
nelle croccanti caldarroste, graditi ai visitatori della fiera.
Se apprezzabile è il giro d’affari,
piuttosto è carente l’aspetto antropologico di quest’evento.
Si è smarrito il senso dell’ospitalità
nei confronti dei “ferari” che una volta venivano alloggiati in
apposite baracche o accolti nelle case; si è affievolita l’umana
solidarietà per i mendicanti, presenti ancora nei giorni della
fiera.
Tuttavia rimane vivo lo spirito della
festa, che rompe con la monotonia della quotidianità, stabilendo fra
i cittadini rapporti più amichevoli attraverso l’usanza dello
scambio dei doni e agevolando nuove conoscenze”.
Libera riduzione
dell’articolo “Storia e futuro di una fiera”
di Vincenzo Segreti
pubblicato su “Il domani”
mercoledì 30 ottobre 2002.
Coloro
che fossero interessati alla lettura completa del pregevole testo
possono farlo cliccando qui
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C'era una volta...la fiera |
Se si escludono le diverse feste a carattere
religioso che si svolgono nel corso dell’anno, la “fiera
dei morti” è senza dubbio la manifestazione più seguita e
sentita ad Amantea (e dintorni).
Essa, inoltre, fa sicuramente parte delle tradizioni
locali più antiche e longeve ed affonda le sue solide radici in un
passato che risale ad almeno tre secoli fa.
Per tutti questi motivi, abbiamo raccolto in questa
pagina diversi “contributi” che (speriamo) potranno farvi assaporare
a pieno la storia, la tradizione ed il folklore di questa
manifestazione.
Purtroppo non disponiamo di
immagini “d’epoca” e, quindi, per adesso dovrete accontentarvi di
quelle di alcune fotografie realizzate nel corso delle edizioni della
fiera di questi ultimi anni.

Negli
anni ’30, ma anche giù di li, fino alla seconda guerra mondiale, la
Fiera era una grossa occasione che mobilitava l’ingegno, la fantasia
e l’operosità.
Allora non c’erano le bancarelle, ma la merce veniva esposta in
apposite baracche fatte di solidi tavoloni, assemblati con gusto ed
efficienza da mastro Ventura Brusco che iniziava la
costruzione di questi magnifici esemplari almeno quindici giorni
prima
dell’inizio della Fiera.
Le “Baracche”, che non avevano niente da invidiare ai negozi
dell’epoca, diventavano veri e propri empori che non ospitavano solo
i “ferari”, ma anche qualcuno dei più noti commercianti di Amantea.
Ricordo, ad esempio, Gaetano Notti che, pur avendo
l’esercizio in piazza Commercio, per
fare più
affari, prenotava la sua “Baracca” al “Largo dei Cappuccini”, che
era il posto più centrale della manifestazione.
A sera il piccolo villaggio della “fera”, lentamente si svuotava
per la felicità di bambini e ragazzi che, nella compiacente luce
crepuscolare, sperimentavano un nuovo campo per giocare “all’ammucciatella”.
’A
FERA ’I L’ANIMALI

Il 26 ed il 27 ottobre, per le cave di
S. Bernardino si riversavano mandrie di animali che sfilavano
baldanzosamente per “la taverna”, attraversavano via Margherita e si
andavano ad attestare sulla spiaggia del mare, fra il ponte
Margherita e il ponte della Stazione.
Vacche, jencarielli, purcelluzzi,
ciucciarielli, muli, piecure, crape, cavalli, animali ’ncaggiati,
carri ccu paglia, fienu e cuverte andavano a prendere posizione già
dalla notte precedente l’apertura della “Fera” o, al più tardi, alle
prime luci dell’alba quando iniziavano le prime contrattazioni.
Gli allegri bivacchi notturni
alleviavano le fatiche dei lunghi spostamenti a piedi dai paesi
vicini ed un buon bicchiere di vino rendeva regale il pasto, a base
di “pistilli, ova vullute e suppressate”, consumato sull’arenile
accanto alle proprie bestie, riparati da mantelli a ruota e da
grandi ombrelli verdi col manico di legno.
Nei giorni della fiera, se faceva
caldo, squadre di intraprendenti ragazzi armati di “vummulelle”
giravano fra i contraenti offrendo bicchieri di acqua fresca al
prezzo di £. 5, quando la concorrenza era molta e la
richiesta
poca,
ma pronto a raggiungere anche le 10 £. nelle ore più calde o nel
corso di scambi particolarmente verbosi, lunghi e difficili.
Finiti i baratti, ciascuno con le sue
cose e con i suoi animali (vecchi e nuovi), riprendeva la via del
ritorno riattraversando le vie cittadine senza nessun intoppo per la
circolazione fatta soprattutto dal camion ’i Ciccu u ’mpacchio,
d’u traìnu ’i Giuvanni ’u Niru e d’u postale.
Di quei tempi resta solo il ricordo… e
noi della redazione gradiremmo ricevere qualche foto.
da un’intervista di Pino Del Pizzo a Fortunato Marinari e Pietro
Morelli
per la trasmissione radiofonica “C’era una volta” – Radio Costa -
1982\

RICORDO DI PEPPE COLLA
Spero che i nostri visitatori ed, in particolare, gli autori dei
precedenti testi vorranno perdonarmi se mi permetto di aggiungere
una mia piccola “tradizione” personale legata alla
Fiera.
Pur essendo nato ad Amantea, risiedo da anni a Roma; nonostante
ciò, tutte le volte che mi è possibile sono presente alla Fiera.
Della Fiera mi piacciono soprattutto gli aspetti meno chiassosi e
“sfolgoranti”. Difficilmente qualcuno di voi potrà vedermi fra le
bancarelle durante il giorno; preferisco passeggiare per le strade
la sera (o, addirittura, la notte) quando i “ferari”, dopo una
pesante giornata di lavoro, ripongono la loro mercanzia o la coprono
con pesanti teloni incerati e si concedono finalmente un pasto (più
o meno lauto) ed il meritato riposo.
Per me,
comunque, “la Fiera” era andare a mangiare un
panino con “rape e sazizza” da Peppe Colla.
Questa era la mia “tradizione”
fieristica (forse un po’ infantile), ma vi posso assicurare che il
gusto di quel panino “annuale” per me non aveva uguali.
Vincenzo Bello
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