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Gli altarini
di S.Antonio
di
Antonio Furgiuele

 

'A frittata
'i Carnilevari
di
Salvatore Sciandra

         

Il “ciuccio” in via Vittorio Emanuele in una recente riedizione “moderna”

U ciucciu
'i San Giuvanni
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La fiera
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C'era una volta...
La fiera

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Pino Del Pizzo

 

 

 

 

 

 

 

Gli Altarini di S. Antonio

Gli altarini hanno qualcosa di mistico e di esotico allo stesso tempo. La loro memoria, filtrata attraverso gli occhi della nostra sofferta infanzia, ci è cara come tutte le persone che di quel mondo partecipavano

Cronaca di un altarino
di Antonio Furgiuele
Sant’Antonu miu divinu
’mbrazza puorti lu Bomminu
e llu puorti ccu tanta gloria
fammi la grazia Sant’Antonu.

Accussì cantavunu Fulumena, Tiresa, Taluzza, Vittoria ’i Vitu, Artenza, ’a nanna Custanza, Sarafina e tant’atri ca moni ’u ’nci sû cchjù.

Non ho certo veleggiato per disparati lidi al pari del figlio di Laerte, ma nel mio piccolo mondo fantastico, girando per le Calabrie ed in una seppur piccolissima parte della nostra Penisola, non ho mai visto, durante le festività religiose, ed in particolar modo nel corso della festa patronale, il consueto orgasmo che impegna o, meglio, impegnava le comari del mio quartiere alla realizzazione dell’altarino in onore di Sant’Antonio da Padova.

Retaggio di chissà quale tradizione dal sapore arabo o spagnolesco, misto tra folklore ed autentica religiosità popolare, là, dove il sacro si fonde con il profano, all’approssimarsi della festa patronale, nel giorno della vigilia, in ogni quartiere cittadino fervevano i preparativi per realizzare l’altarino più bello che doveva ospitare per quasi due giorni uno dei più grandi dottori della Chiesa.

Ma non vi era nulla da fare, il più bello, il più maestoso, il più ricco, il più addobbato, era sempre quello dell’onnipresente via Dante conosciuta dai più, e non se ne dispiaccia il sommo poeta, come Calavecchia.

E puntualmente nei miei ricordi ricompare questa poliedrica via, questo budello di pietra che unisce il vecchio al nuovo, a testimonianza di una continuità vitale che nonostante l’ingente fardello di anni che si porta dietro, non ha perduto ancora il suo fascino antico fatto di mura screpolate ed il gusto morboso per il pettegolezzo.

Il buon lettore non mi vorrà accusare di essere più noioso dell’usato, ma non posso di certo dimenticare il frenetico aprirsi dei baùli, da cui si toglieva il damasco più sfavillante, che vedeva la luce solo e soltanto in quella occasione. Quello di famiglia, ricordo, era di un luccicante giallo oro che quasi urtava la vista dei passanti, ma non appena l’occhio aveva riposato su di esso per un po’, ci si accorgeva che i riflessi emanati dal contrasto del disegno vivo con il fondo opaco era di una bellezza degna dell’occasione per cui ci era dato di ammirarlo.

Ognuno aveva un suo compito specifico.

Toccava, difatti, agli uomini, all’alba della vigilia, non appena il sole faceva capolino da dietro le colline, affilando i suoi raggi per l’imminente arrivo della bella stagione, conficcare i lunghi chiodi forgiati nei muri delle case adiacenti allo spiazzo usuale.

Tali chiodi sostenevano le corde di canapa che a loro volta, non a fatica, avrebbero sostenuto il peso dei colorati damaschi.

Le comari, intonando già alcuni canti devozionali in lingua dialettale, procedevano alla stiratura dei lini ricamati che avrebbero fatto corona al Santo, il quale, nel frattempo, per l’occasione, aveva ricevuto un’altra mano di vernice, onde presentarsi anch’Egli nel migliore dei modi, a dispetto degli anni.

Il tocco finale consisteva nello stendere a terra alcuni tappeti che nonostante qualche frettoloso rattoppo, fatto più con la lésina del calzolaio che con l’ago del sarto, causato da un lumino dalla fiammella dispettosa, prontamente mimetizzato con un vaso di felci ornamentali, dava l’idea di un harem, anche perché non mancavano i cuscini di tessuto vario, soprattutto di raso, disposti qua e là, su di esso, fungenti anche da inginocchiatoio.

Alle spalle del Santo, dal damasco più bello, si lasciava pendere un candido velo di cotone e su di esso, con l’ausilio di una spilla da balia, un nastrino celeste reggeva un piccolo crocefisso di legno.

Ai suoi lati, al pari di fidate guardie, due colonnine di legno (taggeri), aventi ognuna sulla propria base un vaso di fiori artificiali, disposti a raggiera, completavano la prospettiva frontale.

Ah!, dimenticavo i bouquets di gigli disposti ai piedi del piccolo altare, immancabili in un altarino che si rispetti.

Per ultimo, dalla piccola mano del Santo si lasciavano pendere alcuni nastri cilestrini, in attesa di vederli abbelliti o, appesantiti, se vogliamo, con dei coloratissimi bigliettoni filigranati, in gran parte provenienti dalle lontane Americhe che premurose mani materne avrebbero attaccato per invocare protezione e ’na bona furtuna per i figli lontani.

A noi fanciulli, una volta completata l’intera scenografia, veniva dato il compito di montarvi la guardia nelle ore meno affollate, con tanto di vassoio in mano, opportunamente lucidato con il Sidol, pronti a piazzarlo davanti alla pancia dell’incauto passante, che - ahi lui! - doveva per forza lasciarvi un obolo, pena gli sberleffi non del tutto ortodossi che lo avrebbero accompagnato per l’intera salita d’ ’a ’Mmaculatella.

E com’era bello, in quelle ore di pace, all’ombra dei damaschi, deliziarsi del profumo (compreso quello della naftalina che aveva difeso dalle tarme tutti quei filati per un intero anno) che quei dolci pomeriggi assolati di metà giugno sapevano dispensare!

A quella quiete tempiale non erano insensibili i gatti d’Angiulina che riservandosi i cuscini più morbidi, godendo della nostra infantile complicità, venivano a farsi la più classica delle dormite, e non solo quella, nei momenti in cui la calura diveniva insopportabile.

Mano a mano che le ore passavano ed il maestrale diminuiva il suo leggiadro soffio che aveva fatto ondeggiare come vele i damaschi, l’altarino si veniva sempre più popolando ed all’approssimarsi del vespro, non appena le ombre cominciavano ad allungarsi, le sedie, disposte in due filari, come ad una prima teatrale, erano al gran completo.

Toccava allora a Fulumena dar di ugola con la sua voce da mezzosoprano, sicura, nonostante la non più giovane età e poi era tutto un canto fino alle prime luci dell’alba fra un bicchiere di vermouth fresco, tazze di caffè e ’nu buccunottu da poco sfornato.

In quei momenti ’a Calavecchia, diveniva una sorta di kibbuz ebraico a causa del continuo andirivieni della gente con le sedie sulla testa che si recava alla Chiazza (piazza Municipio) per assistere allo spettacolo di musica leggera o al concerto che in genere le bande pugliesi erano chiamate a dare. Era allora che, spesse volte, i canti si interrompevano sul più bello per consentire alle comari di dar di forbice a qualche malaugurato passante, resosi oggetto di pettegolezzo a causa di qualche infelice evento coniugale che aveva da poco vissuto.

Altri, continuando a sgranare il rosario, assecondando il solo movimento delle dita, separavano la lingua e la mente da esso.

Allo spirito quello che è dello spirito, alla materia quello che è della materia! Una sorta di rivisitazione popolare del Vangelo, fatta per la gioia dei più.

Dunque!

All’alba del “dì di festa” venivamo svegliati dalle salve sparate da una unità navale della Marina Militare che aveva gettato le ancore nello specchio d’acqua antistante il lido di Amantea per rendere gli onori militari al Santo.

 

Sul più tardi, invece, la banda musicale, cittadina o forestiera che fosse, faceva il giro augurale per le vie del paese e la fermata d’obbligo era dinanzi all’altarino: una marcetta briosa data alla svelta, pregustando le varie libagioni poste su di un tavolo e poi dagli con i liquori di ogni genere e gradazione prodotti nelle varie case, rese in quei giorni piccole distillerie, con i dolciumi e gli affini. Ricordo, però, che a dispetto della liquoreria tradizionale, un certo brandy che secondo la pubblicità dell’epoca creava l’atmosfera, andava per la maggiore, ed era soprattutto richiesto dai componenti delle bande da giro. Quell’atmosfera a cui faceva riferimento la pubblicità, è inutile dirlo, ricreata più volte nell’arco della giornata, sarebbe stata notata dagli astemi la sera stessa, sul palco, durante il concerto, quando Gilda d’un tratto diventava Violetta, per tramutarsi in Aida nel finale. Un cocktail, per rimanere in tema, che avrebbe ubriacato anche il maestro di Busseto.

Durante tutta la mattinata andavamo su e giù per la via a distribuire i santini ed a pretendere le offerte, mentre nel pomeriggio, consumati da poco i più intimi peccati di gola con un lauto pranzo degustato per festeggiare l’Antonio di turno, giacché in ogni casa ve n’è uno, tutti si riunivano intorno all’altarino che diventava così punto d’incontro e di dialogo, salotto demodé per bigotti, bizzocche e non.

Dalle ringhiere dei balconi, intanto, prima che sopraggiungesse la processione, ognuno lasciava pendere il damasco nuziale, ed era quella una occasione unica per mostrare al popolino quello recato in dote. Altri, che di dote non ne avevano avuta per “francescana convinzione”, con aria snob dicevano che i tempi erano cambiati, per cui esponevano grossolane coperte di lana degne di affrontare i peggiori inverni della tundra siberiana, in barba alla nostra latitudine.

Attaccata al muro dello stesso balcone, invece, si poneva una lampadina elettrica, accesa in segno di devozione, come per dire al Santo che la grazia divina poteva entrare in quella casa, poiché essa era illuminata dalla fede cristiana.

Nel frattempo, Tiresella, aiutata da comare Taluzza, aveva predisposto un tavolo ornato di fiori e ceri dinanzi all’altarino, mentre sopra una sedia posta di fianco ad esso, il braciere di rame si preparava ad accogliere i grani dell’incenso.

Quando cominciavano a sopraggiungere le prime note della banda musicale, ciò era segno che Sant’Antonio stava arrivando, con tanto di carabinieri ai lati, in alta uniforme, con il pennacchio sul capo e dietro tutte le autorità del paese.

Un’agitazione improvvisa si impadroniva di tutti, turbando anche noi fanciulli che fino a qualche minuto addietro avevamo seguito la processione, non per fervore religioso, s’intende, ma per dar l’assalto alle ceste ricolme di pani benedetti (’u panu ’i Sant’Antonu) con lo stesso impeto - si fà per dire - con cui gli affamati della Milano seicentesca occupata dagli spagnoli, di manzoniana memoria, assalirono il forno delle grucce.

Con le magliette nuove, indossate per la prima volta quel giorno, già deformate per far posto all’ingente numero di pani razziati nel corso della processione, ci mettevamo genuflessi dinanzi all’altarino, con un occhio rivolto furtivamente alla cesta e con l’altro nella direzione del Santo che sembrava comprenderci e perdonarci.

 

Appena i chierichetti imboccavano la via, l’incenso veniva messo nel braciere ed il suo aroma, a volte irritante, fino a farci starnutire, si spandeva subitaneamente per tutto il quartiere ed una volta sopraggiunto il Santo, veniva adagiato con cura sul tavolo per una breve benedizione. Era allora, alla vista dei nastri completamente ricoperti di cartamoneta fino all’inverosimile che gli occhi del parroco benedicente “s’illuminavano d’immenso”. Prelevati dalla piccola mano di Sant’Antonio che fino a quel momento ne aveva sostenuto il lieve peso, venivano appesi in parte ad un bastone retto dal chierichetto, mentre la parte più corposa, afferrata con destrezza da mano avida, spariva repentinamente in una borsa portata da un fidato assistente che la reggeva stretta al petto. Il sibilo dello zip che la richiudeva era una sorta di segnale convenuto, per cui la benedizione si interrompeva in quel momento con un risolutivo e provvidenziale amen.

Le comari, approfittando di quegli ultimi istanti, cominciavano a battersi il petto con inusitato fervore religioso per farsi perdonare i peccati di un intero anno ed in acconto di quelli che avrebbero commesso di lì a poco, mentre noi, cinicamente, svuotavamo la cesta dei pani.

Nel frattempo la statua di Sant’Antonio veniva sollevata ed una delicata pioggia di petali di rose e di gerani ci cadeva morbidamente addosso, inebriandoci con il loro intenso profumo. Contemporaneamente la banda riprendeva a suonare ed il corteo processionale ritornava a sfilare rumorosamente, accennando a qualche canto… O delle Spagne Gloria / Di tutto il mondo onore / Nostro avvocato Antonio / Esempio di candore, / Ascolta i nostri gemiti / Per noi prega il Signore / Ricordati, ricordati / Per noi prega il Signor.

Era quello l’ultimo atto, stava per calare il sipario su uno dei tanti piccoli episodi che caratterizzano quell’immenso palcoscenico che è la vita, dove ognuno di noi recita un copione che alcuni vogliono già scritto dal fato.

Una larvata vena di malinconia cominciava a pervaderci, sapevamo che l’altarino sarebbe stato smantellato subito e che sarebbe dovuto passare un lungo anno per poter godere di nuovo della sua presenza.

Ricordo che trattenevo a stento le lacrime, ma lungo il percorso che portava “nostro avvocato Antonio” in chiesa c’erano altri altarini, con altre ceste da conquistare, ed allora, dandomela a gambe, con un sospirone scioglievo il nodo che mi serrava la gola: già a quell’età non vi era più posto per i sentimentalismi.

... E ti tiegnu ppe avucatu / fammi la grazia ppe caritata.

Accussì cantavunu fin’ ’a notta funna e lla matina ’a stilla ’i l’arva ’i salutave

Antonio Furgiuele
(giugno 2002)

 

’A ze’ Tiresina regge sulle ginocchia il piccolo Francesco, di appena tre mesi, dinanzi a quello che fu l’ultimo altarino realizzato nello “spiazzo usuale”
(13 giugno 1987)

 

L’accostamento del piccolo Francesco al grande taumaturgo ricorda come ad Egli si rivolgessero i genitori per impetrare la protezione sui bambini. Nel voto che essi facevano, promettevano di donare ai poveri grano e pane in quantità eguale al peso del fanciullo, posto sotto la protezione del Santo.

 

Ecco perché ancora oggi, in Suo nome, dopo averGli affidato la cura dei propri figli, si suole donare ’u panu ’i Sant’Antonu.

'A frittata i Carnalivari

“Duminica, luni e marte

s'abbannunanu tutte l'arte

sunu i tri juarni i carnilevari

e si pensa a cancariari”

 

Questo era l'antico adagio con cui tutti, grandi e piccini, poveri e ricchi, affrontavano i giorni in cui si festeggiava da noi il carnevale.

Il nostro era un carnevale “povero”, ma grasso.

Povero perché la maggior parte delle maschere (i “masc‑carati”) per “vestirsi” usavano tutto quello che trovavano in casa, nei solai o nei bauli delle nonne.

Le sfilate erano così affollate di spose, di “coscinuti” (gobbi), di pulcinella (erano coloro i quali appartenevano alle congreghe di cui usavano l'abito senza la mantellina), di soldati, di “banditi” (cowboy), di vecchi e di “Carnilevari” e “Quaraisima”.

Tutti i ragazzi si vestivano di “masc‑carati” e la domenica pomeriggio andavano a visitare le campagne dove i nostri contadini erano prodighi di ogni ben di Dio: salsiccie, soppressate, “tuma”, uova, grasso, “risimoglia”, vino e tantissima altra roba (i loro gesti antichi erano anche bene auguranti per l'intera stagione dei raccolti).

La salsiccia, le uova, il formaggio, il grasso e la “risimoglia” erano gli ingredienti principali con cui si faceva la frittata di vermicelli oppure quella, più povera, di farina (che però è usata tradizionalmente a Lago (CS)).

La frittata comunque più “roba” aveva, più era saporita.

Una variante, infatti, per essere più ricca, dicevano i nostri nonni, era quella che nel ripieno prevedeva anche le polpette di carne tritata di maiale.

La sera del martedì grasso, nelle cantine del paese, la conclusione del Carnevale era salutata, dopo il “pieno” del rosso marcigliano delle nostre contrade (Gallo, S. Pietro, Camoli, ecc.), con la stornellata a lode della polpetta:

“ ’a purpetta gioia mia

è ’na cosa t’arricrije

ti la mangi cu gulìa

e pùa ci canti lu cucuru‑cù

e cù e cucuru‑cù

e di nannuzzi chi ni vò chiù?!...

e cù e cucuru‑cù

e di nannuzzi chi ni vò chiù?!... ”

Come si capisce, tutti i salmi finiscono in gloria.

Si finiva, cioè, col mangiare a crepapelle, tant’è che a mezzanotte si “festeggiava” la morte di Carnilevari e ad Amantea, in “Piazza” (Corso Umberto I), dopo essere “crepato” per l'abbuffata pantagruelica, il fantoccio che lo rappresentava, addobbato con “camastre” di salciccie e col fiasco di vino in mano, veniva messo al rogo e bruciato (simbolo della purificazione) mentre da lontano appariva una vecchia smunta e scarnificata che rappresentava la Quaresima (Quaraisima), periodo di astinenza dalla carne e di preparazione alla Pasqua.

Prima di accomiatarsi e di affrontare il proprio destino per “scoppio”, Carnilevari leggeva il suo testamento che (attingendo ad antichi scritti sul Carnevale in Calabria) ho così rimaneggiato nella mia commedia “ ’A frittata ’i Carnilevari ” (rappresentata qualche anno fa proprio nel periodo del Carnevale):

« Di cientu parmi funna ’na fossa vuogliu sc‑cavata,

di lardi e di corrielli a vuogliu foderata.

Ppe tavutu ’na menzìna ’i puarcu

adaggiatimìcci supra… chianu… chianu…

’u ll’ammaccàti!!…

E di prisutti e vijjuli tutta chijna.

Supra…, ’nu padigliuni ’i gammarielli ed ossa.

E… ’ntuornu, ’ntuornu appisi,… i supressati grasse.

Alli quattru spuntuni; cumu grasti di juri…

giarre di gnalatina... stippate!

Accussì c’è arduri.

Vicinu allu sipurcu, ppe finimentu finu,

na grossa vutta chijna di lu cchiù buanu vinu.

E di rimpettu, pùa, ppe màrmuru ’ntagliatu,

ppe fari l'epitaffiu, dua pacche di prisuttu attorcigliatu.

Latinu e Talianu u scrittu è fattu apposta ccu lettere romane

ed è così composta:

« In hoc loco

sepultus fuit ille Carnevale

muortu die sexto martii

ex morbo fero.

Vale »

China và ad osservari su dittu ch’è lassatu,

erede universale è diventatu!!...

Nutaru!!… avìti scrittu??...

Tuttu è rogatu!!...

L'attu vò sulu sottoscritto! »

Totò Sciandra

 

'U ciucciu 'i S.Giuvanni

Questa manifestazione, che ormai si svolge a singhiozzo per l'interesse di qualche nostalgico, una volta costituiva un appuntamento folkloristico-religioso dei primi giorni d'estate. Totò ce la racconta così.

 

Il “ciuccio” in via Vittorio Emanuele in una recente riedizione “moderna”L'estate amanteana, a cavallo degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, era dominata da feste religiose i cui confini tra il sacro e il profano non sempre erano percepiti.

“S. Antonio” e il “Corpus Domini” erano i pezzi forti della parrocchia di S. Biagio; “San Giovanni” e “San Rocco”, passando per la “vamparita” dei SS. Pietro e Paolo, quelli di S. Maria La Pinta (Cappuccini).

Erano vagabondaggi estivi di cui soprattutto i ragazzi approfittavano per riempire le strade di colore, di allegrie, di speranze, di baldorie, ma anche occasioni per mostrare chi sapeva organizzare meglio quelle feste.

Ventura

La Festa di S. Giovanni Battista si articolava in due giornate:

- il 23 giugno era dedicato allu “ciucciu”;

- il 24 al Battesimo delle bambole, alla processione solenne, ai fuochi pirotecnici.

“Ninella zocculìa lla silica appenninu”

annunciando l'arrivo, tanto atteso, (per i festeggiamenti di S. Giovanni), della

“... solita zampogna cularusa

..., scinnuta alla marina”

Siamo ancora mezzo addormentati, ma la voce dei vicini arriva nitida come quella di Ventura che, come ogni anno, con la sua camicia bianca della festa e col suo mezzo toscano in bocca, accompagnava per le vie del paese “i zampugnari”.

“Mentre staju ccussì tra dormebbiglia,

trase ru suonnu duce de ’na gaglia

m'accarizze re ricchie, me rispiglia,

ppè forza de va vide quale ’ncantu,

a ttiempi ’e mo lontani ’u ’sse sa quantu.”

(V. Butera)

Così comincia la festa “du ciucciu ’i S. Giuvanni” fatta di onori, di balli, di canti, ma anche di dolci e di frutta (ciliegie, albicocche, “primifiori” e “pirilli ’i San Giuvanni”).

“’U ciucciu” era un fantoccio, a forma d'asino, costruito con canne e cartapesta. Ai lati, sulla coda, nelle orecchie, in bocca, erano messi moltissimi bengala che venivano accesi durante la processione.

Antonio Bossio

Antonio Bossio (in primo piano) aspetta il suo turno per fare ballare “’u ciucciu”
(foto inizio anni ’60)

Sotto era cavo ed una persona si alternava infilandosi sotto il “ciucciu” per farlo danzare. Nella testa il petardo che alla fine esplodeva assieme ad essa ed a quello che rimaneva del feticcio.

Noi lo aspettavamo nel nostro quartiere per poi seguirlo, in processione, fino a piazza Cappuccini.

L'entrata “du vicu da Taverna” era sempre trionfale; alla Calavecchia, per voto, sotto il “ciucciu” ballava quasi sempre Antonio Bossio (’Ntoni cap’i vacca).

Le note stridenti del piffero e quelle cupi e gravi della zampogna scatenavano balli beneaugurati.

Tutti, a cerchio, cantando e battendo le mani, partecipavano a quella danza, quasi isterica, che ricordava un po' alla lontana quelle degli stregoni indiani. Erano movenze sinuose, ma sgraziate che, ora più lente ed ora più veloci (a seconda dello stato d'ebbrezza del “coreografo”) attiravano l'attenzione di quel pubblico che si era adunato attorno al fantoccio a forma d'asino.

Non mancava il tavolo su cui, nel momento del riposo, veniva posto, troneggiante, lui, il re della serata: ’u ciucciu.

E si aspettava (come d'altronde succedeva in tutte le “stazioni”) che “Taluzza” scendesse le scale con il bottiglione del vino, da offrire per “bonaguriu”, a tutti, prima fra tutti “i zampugnari”, “’Ntoni” e “Don Ciccio Trà-trà” le cui spalle reggevano la “grancassa”.

La meta finale era piazza Cappuccini dove si concludeva la cerimonia e si scioglieva la processione.

Qui lo spettacolo era assicurato dall'alternanza di tutti coloro i quali avevano fatto ballare “’u ciucciu” e dalle scoppiettanti “fontanelle” di bengala che illuminavano i volti di quelli che continuavano a gridare a squarciagola “W ’u ciucciu ’i San Giuvanni”.

E si aspettava la fine quando, accesa la miccia della “bomba” che era stata posta nella testa del fantoccio, esso esplodeva in aria mandando tutto in frantumi.

Tutti i ragazzi correvano a recuperare qualche trofeo da conservare; purtroppo, una volta, qualche petardo poco funzionante, è esploso nelle mani di un ragazzo che perse alcune dita della mano.

Poteva succedere anche questo.

Tutto il resto era festa.

Totò Sciandra
Giugno 2003

 

I cummari 'i San Giuvanni

(Il battesimo delle bambole)

di Salvatore Sciandra

 

Il 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista, era un’esplosione di colori, di odori e di sapori. Solo chi ha vissuto quel giorno capisce veramente che ciò che dico non è un’iperbole. Era soprattutto la festa delle ragazze fino ai 14, 15 anni ad anche altre. Era il giorno del battesimo delle bambole, si “vattìavunu ‘i pupe”, si diventava “cummàri ‘i San Giuvanni”, quasi un secondo vincolo di parentela che, nel tempo, diveniva indissolubile.

La giornata iniziava in modo frenetico, tutte preparavano “i pompe” per il battesimo del pomeriggio fatto davanti alla fonte battesimale della Chiesa dei Cappuccini. Era una vera e propria funzione religiosa….o quasi. Vedere quelle fanciulle in processione, vestite di semplicità e di cielo, con le ciliegie rosse come grandi perle appese alle orecchie e sul petto un mazzetto di “pirilli i San Giuvanni” legate con un nastrino colorato e appuntato a mo’ di spilla e con le labbra scarlatte pitturate con le more nere del gelso, era semplicemente entusiasmante e commovente oltre che coinvolgente.

Durante questa “processione” si notava, come accedeva la domenica delle Palme, chi “poteva” e chi “non”, ma ciò non era da ostacolo alla cerimonia. Chi non aveva una bambola bella e “buona”, aveva la sua “pupa i pezza” fatta in casa, agghindata con variopinti vestiti cuciti a mano con i ritagli di stoffa che le stesse ragazze confezionavano sotto la guida esperta delle loro mamme o delle sorelle maggiori, vere e proprie “mastre”, e che spesso guarnivano con trine fatte all’uncinetto.

Le mie sorelle più grandi ormai avevano superato l’età del comparaggio (ricordo!), ma possedevano la materia prima molto richiesta: le bambole. Erano, infatti, proprietarie di due bellissime bambole che aveva portato loro da Asmara mio zio alla fine della seconda guerra mondiale, di ritorno dalla prigionia.

Clara, poi, le aveva ereditate, per cui era, nel nostro quartiere, una molto contesa “comara”.

Era, come dicevo, tutta una giornata piena di colori, ma nel pomeriggio anche di odori e di sapori.

Il rito del battesimo era così serio che nelle case in cui si “festeggiava”, veniva preparato anche un piccolo buffet fatto soprattutto e quasi esclusivamente con la ciambella di pan di spagna.

 Su tutti i ballatoi il forno di campagna che a mezzogiorno aveva sfornato “pasta chîna” cotta “ccu foucu i supra e'e cummari i san giuvanni fuocu i sutta”, adesso spandeva gli odori dolci del lievito e delle uova che si perdevano tra piogge di garofani e ortensie rigogliose.

Le ragazze più piccole, che non potevano andare fino ai Cappuccini, si recavano, vestite da verginelle (indossavano il vestito della prima Comunione che normalmente facevano tra i 6 e 7 anni) con alla testa del corteo “nu palu i ‘nterra” che fungeva da croce, alla “Mmaculatella” e davanti alla Madonnina si consumava anche la cerimonia del battesimo.

Sia in Chiesa (cerimonia solenne) che fuori, tutte usavano le stesse parole e gli stessi gesti: le ragazze, tenendosi per il mignolo, si strappavano un capello per ciascuna e lo liberavano in aria contemporaneamente dicendo queste parole:

“Simu cummàri, si avimu ‘na cosicella

ni l’avìmu i spàrtiri”,

poi sollevando per tre volte le mani legate dai mignoli, contavano allegramente:

“Cummàri ‘e San Giuvanni

vattìamu ‘sti panni

i panni e li pannizzi

a Madonna ccu li trizzi,

li trizzi ‘ncannulati

a Madonna da pietati”

pirilli 'i san giuvanniIl ritorno a casa era colmo di gioia e tutti aspettavano l’arrivo delle comari per i festeggiamenti. Delle torte, a fine festa, non rimanevano neanche le briciole, ma cesti strapieni di “primijuri”, “vermicocchi”, “ceràsi”, “mura janchi” e “pirilli i San Giuvanni”, ccu ‘na frisa i panu toustu i grannianu abbagnata, venivano presi dìassalto velocemente e divorati. Ai più grandi era concesso un generoso bicchiere del miglior marcigliano  rubino miracolosamente ed eccezionalmente appariva sul bancone i Sarvaturu senza essere annacquato,….sincero.

Poi via con i canti e danze fino a sera quando si cominciava a discutere sui preparativi da “vamparita” dei SS. Pietro e Paolo.

 

La Fiera
Cenni storici

L’evento fieristico, se escludiamo le grandi fiere francesi (Champagne, Lione, ecc.), non ha mai goduto di particolare considerazione da parte degli storici.

Nel merito, l’istituto della fiera in Italia, già diffuso nel IX e nel X secolo lungo la costa adriatica fino alla Puglia, fu considerato marginale o non fu considerato affatto, nonostante la presenza di mercanti stranieri e, quindi, scarsi sono i dati da poter elaborare, nell’ambito dei movimenti economici dell’Italia meridionale, sia sotto l’aspetto economico che sotto quello giuridico.

A ciò si deve aggiungere la strenua resistenza delle corporazioni mercantili locali che in difesa delle loro prerogative commerciali, fecero di tutto per impedire la nascita ed il diffondersi delle fiere.

Nel Meridione, in cui si poteva utilizzare solo la via marittima, peraltro molto rischiosa a causa del fenomeno della pirateria, poiché insufficienti erano le comunicazioni interne, sarà l’oppressione feudale e la sua atavica arretratezza economica la causa principale del mancato sviluppo fieristico e bisognerà attendere ancora, prima che esso diventi un’area mercantile qualificata che vedrà la presenza di commercianti provenienti dalle altre regioni d’Italia ed anche stranieri, attenti soprattutto all’acquisto delle produzioni locali, come le granaglie, la lana e la seta (si pensi ai tessuti di raso, ai damaschi ed ai velluti di Catanzaro).

Ciò è dovuto principalmente alla presenza, nel Meridione, degli Aragonesi, che con Alfonso il Magnanimo perseguirono – o cercarono di perseguire – quella politica favorevole agli scambi commerciali, già iniziata con gli Angioini, agevolando il fenomeno fieristico con la concessione di esenzioni fiscali e privilegi, ad appannaggio, questi, delle ricche ed influenti comunità ebraiche, nelle cui mani era accentrata tutta l’attività commerciale del Regno.

“Il Magnanimo”, scrive Alberto Grohmann, “concesse numerose fiere e mercati a località della Calabria; l’intento dovè essere duplice: creare un’unità economica all’interno del Regno, che sarebbe stato il substrato fondamentale per un’unità politica, ed assicurarsi la fedeltà di quei centri che rivestivano importanza strategica in quel teatro di continue lotte tra il potere centrale ed i baroni che fu la Calabria”. [1]

Della fiera di Amantea si trova origine in un privilegio del 1507 concesso da Carlo V e di essa si hanno ancora notizie in un altro privilegio del 31 gennaio 1529 di Filiberto Chalon, principe d’Orange, vicere di Napoli, regnante lo stesso Carlo V, con il quale al astrogiurato venivano imposte alcune regole circa la conduzione della fiera, in modo particolare per quanto riguarda l’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia. [2]

La data di svolgimento dell’evento fieristico con il tempo è andata sempre mutando, così come lo spazio in cui esso veniva fisicamente collocato, per cui, mentre oggi ha luogo dal 27 ottobre al 2 novembre lungo le arterie principali della città, sotto la denominazione di Fiera dei Morti o di Ognissanti, nel 1729 iniziava il 27 giugno ed aveva la durata di dieci giorni, per essere poi spostata dall’1 al 10 ottobre nel 1755.

Dal luogo originario detto del Fossato, adiacente alle mura difensive della città, nel 1821, per le mutate condizioni urbanistiche, passò al Largo dei Cappuccini, avendo una durata di otto giorni, dalla seconda alla terza domenica di ottobre.

Si tratta di una fiera commerciale alla quale partecipano numerosi operatori del settore, provenienti da tutta la Calabria e da altre aree del Mezzogiorno, che espongono e vendono le merci più disparate: prodotti agroalimentari, realizzazioni dell’artigianato calabrese, italiano e straniero, dolciumi, biancheria, casalinghi, abbigliamento, pelletteria, calzature, ceramiche, bigiotteria, giocattoli.

Il tutto in un contesto che rappresenta un ponte ideale fra il modello tradizionale del rapporto fra il venditore e l’acquirente ed i freddi centri commerciali che si ispirano al modello nordamericano.

Nel primo, si tende a far rivivere uno scorcio del passato, nel secondo, perfetto ed efficiente, l’aspetto umano è del tutto trascurato, passando in secondo piano.

Ma al di là dello scambio commerciale, la fiera è soprattutto una festa che appartiene alla memoria storica di una intera comunità: desiderata ed attesa per un intero anno, momento di partecipazione, occasione che veicola una funzione di socialità, in cui si riscopre l’atmosfera della partecipazione.

“Il tempo della fiera”, scrive Enzo Fera, “non appartiene solo all’ambito economico e commerciale, ma è anche tempo festivo. Il tempo dell’uniformità e della ripetitività quotidiana, scandito dai consueti ritmi, viene dissolto e ci si apre ad una condizione fuori dalla storia, nella quale si manifesta una pienezza di vita non repressa, in cui la coscienza si dilata e coglie i significati più autentici della vita”. [3]

Antonio Furgiuele

[1]   A. Grohmann, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, Napoli, 1969, pag. 187;

[2]   in proposito sono state consultate le seguenti opere: V. Segreti, La fiera di Amantea, in Calabria Letteraria, anno XLII, n. 10-11-12, ottobre, novembre, dicembre, 1994, pagg. 59-62; G. Turchi, Storia di Amantea (dalle origini alla fine del secolo XIX), Cosenza, 2002, pag.156;

[3]   E. Fera, Amantea la terra gli uomini i saperi, Cosenza, 2000, pag. 151.

 

La Fiera
dal passato al futuro

“… il mastrogiurato, alla presenza dei due sindaci dei nobili e di quello del popolo, riceve dal governatore il bastone, emblema di comando, e la bandiera della fiera, recante lo stemma di Carlo V e delle città”

Con questa suggestiva cerimonia, i cui valori storici e simbolici andrebbero riproposti, veniva ufficialmente aperta ed inaugurata la “Fiera di Amantea” che, come si legge nell’atto del 1729, redatto dal Notaio Saverio Ferraro, iniziava il 27 giugno e terminava il 6 luglio.

Solo a partire dall’inizio del ’900, la manifestazione “trovò una definitiva sistemazione dal 27 ottobre al 2 novembre, acquisendo la denominazione di “fiera dei morti” o di “tutti i Santi”, per il variare delle esigenze di compravendita e la suddivisione dei settori zootecnico e merceologico”.

Venuta meno la fiera degli animali e “cessate le necessità del rifornimento annuale di generi di consumo”, la Fiera si è lentamente, ma inesorabilmente, trasformata in un grande mercato.

“Eppure quest’ultimo riesce ad evocare atmosfere del passato con l’esposizione di recipienti di vimini e di paglia, di ceramica, di oggetti in rame ed in ferro battuto, non più utensili da lavoro, ma elementi ornamentali.

Gli antichi sapori rivivono nei “mostaccioli” confezionati con miele e farina, nei panini ripieni di “spezzatino” o di salsiccia arrostita con rape o di baccalà fritto, nelle croccanti caldarroste, graditi ai visitatori della fiera.

Se apprezzabile è il giro d’affari, piuttosto è carente l’aspetto antropologico di quest’evento.

Si è smarrito il senso dell’ospitalità nei confronti dei “ferari” che una volta venivano alloggiati in apposite baracche o accolti nelle case; si è affievolita l’umana solidarietà per i mendicanti, presenti ancora nei giorni della fiera.

Tuttavia rimane vivo lo spirito della festa, che rompe con la monotonia della quotidianità, stabilendo fra i cittadini rapporti più amichevoli attraverso l’usanza dello scambio dei doni e agevolando nuove conoscenze”.

Libera riduzione dell’articolo “Storia e futuro di una fiera”
di Vincenzo Segreti
pubblicato su “Il domani” mercoledì 30 ottobre 2002.

Coloro che fossero interessati alla lettura completa del pregevole testo
 possono farlo cliccando qui

 

 

C'era una volta...la fiera

Se si escludono le diverse feste a carattere religioso che si svolgono nel corso dell’anno, la “fiera dei morti” è senza dubbio la manifestazione più seguita e sentita ad Amantea (e dintorni).

Essa, inoltre, fa sicuramente parte delle tradizioni locali più antiche e longeve ed affonda le sue solide radici in un passato che risale ad almeno tre secoli fa.

Per tutti questi motivi, abbiamo raccolto in questa pagina diversi “contributi” che (speriamo) potranno farvi assaporare a pieno la storia, la tradizione ed il folklore di questa manifestazione.

Purtroppo non disponiamo di immagini “d’epoca” e, quindi, per adesso dovrete accontentarvi di quelle di alcune fotografie realizzate nel corso delle edizioni della fiera di questi ultimi anni.

Negli anni ’30, ma anche giù di li, fino alla seconda guerra mondiale, la Fiera era una grossa occasione che mobilitava l’ingegno, la fantasia e l’operosità.

Allora non c’erano le bancarelle, ma la merce veniva esposta in apposite baracche fatte di solidi tavoloni, assemblati con gusto ed efficienza da mastro Ventura Brusco che iniziava la costruzione di questi magnifici esemplari almeno quindici giorni prima dell’inizio della Fiera.

Le “Baracche”, che non avevano niente da invidiare ai negozi dell’epoca, diventavano veri e propri empori che non ospitavano solo i “ferari”, ma anche qualcuno dei più noti commercianti di Amantea.

Ricordo, ad esempio, Gaetano Notti che, pur avendo l’esercizio in piazza Commercio, per fare più affari, prenotava la sua “Baracca” al “Largo dei Cappuccini”, che era il posto più centrale della manifestazione.

A sera il piccolo villaggio della “fera”, lentamente si svuotava per la felicità di bambini e ragazzi che, nella compiacente luce crepuscolare, sperimentavano un nuovo campo per giocare “all’ammucciatella”.

A FERA ’I L’ANIMALI

 

Il 26 ed il 27 ottobre, per le cave di S. Bernardino si riversavano mandrie di animali che sfilavano baldanzosamente per “la taverna”, attraversavano via Margherita e si andavano ad attestare sulla spiaggia del mare, fra il ponte Margherita e il ponte della Stazione.

Vacche, jencarielli, purcelluzzi, ciucciarielli, muli, piecure, crape, cavalli, animali ’ncaggiati, carri ccu paglia, fienu e cuverte andavano a prendere posizione già dalla notte precedente l’apertura della “Fera” o, al più tardi, alle prime luci dell’alba quando iniziavano le prime contrattazioni.

Gli allegri bivacchi notturni alleviavano le fatiche dei lunghi spostamenti a piedi dai paesi vicini ed un buon bicchiere di vino rendeva regale il pasto, a base di “pistilli, ova vullute e suppressate”, consumato sull’arenile accanto alle proprie bestie, riparati da mantelli a ruota e da grandi ombrelli verdi col manico di legno.

Nei giorni della fiera, se faceva caldo, squadre di intraprendenti ragazzi armati di “vummulelle” giravano fra i contraenti offrendo bicchieri di acqua fresca al prezzo di £. 5, quando la concorrenza era molta e la richiesta poca, ma pronto a raggiungere anche le 10 £. nelle ore più calde o nel corso di scambi particolarmente verbosi, lunghi e difficili.

Finiti i baratti, ciascuno con le sue cose e con i suoi animali (vecchi e nuovi), riprendeva la via del ritorno riattraversando le vie cittadine senza nessun intoppo per la circolazione fatta soprattutto dal camion ’i Ciccu u ’mpacchio, d’u traìnu ’i Giuvanni ’u Niru e d’u postale.

Di quei tempi resta solo il ricordo… e noi della redazione gradiremmo ricevere qualche foto.

da un’intervista di Pino Del Pizzo a Fortunato Marinari e Pietro Morelli
per la trasmissione radiofonica “C’era una volta” – Radio Costa - 1982\

RICORDO DI PEPPE COLLA

Spero che i nostri visitatori ed, in particolare, gli autori dei precedenti testi vorranno perdonarmi se mi permetto di aggiungere una mia piccola “tradizione” personale legata alla Fiera.

Pur essendo nato ad Amantea, risiedo da anni a Roma; nonostante ciò, tutte le volte che mi è possibile sono presente alla Fiera.

Della Fiera mi piacciono soprattutto gli aspetti meno chiassosi e “sfolgoranti”. Difficilmente qualcuno di voi potrà vedermi fra le bancarelle durante il giorno; preferisco passeggiare per le strade la sera (o, addirittura, la notte) quando i “ferari”, dopo una pesante giornata di lavoro, ripongono la loro mercanzia o la coprono con pesanti teloni incerati e si concedono finalmente un pasto (più o meno lauto) ed il meritato riposo.

Per me, comunque, “la Fiera” era andare a mangiare un panino con “rape e sazizza” da Peppe Colla.

Questa era la mia “tradizione” fieristica (forse un po’ infantile), ma vi posso assicurare che il gusto di quel panino “annuale” per me non aveva uguali.

Vincenzo Bello

 

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