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Pietro Bonavita |
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Francesco Scudiero |
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Fortunato Pagliaro |
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Antonio Perna |
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Salvatore Natalino |
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Giuseppe Curcio |
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Vincenzo Aloe |
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Le Majorettes |
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Pietro Bonavita

L'artista
scomparso ormai da molti anni, nacque nel 1912 e, sulle orme della tradizione di
famiglia, si
dedicò alla pesca
dalla quale trasse il suo sostentamento.
Sin da giovane
scoprì in sé la passione per l'arte dandovi libero sfogo
soprattutto quando, in pensione, abbandonò
la pesca realizzando, con i pochi mezzi di cui disponeva, opere di assoluto
valore, sia nella lavorazione del legno che nell'attività pittorica.
Le sue opere fanno bella mostra di sé sia
in Italia che oltre oceano e tra di
esse particolare menzione meritano un
crocifisso donato al Vescovo di Cosenza
Mons. Dino Trabalzino ed una statua
raffigurante San Francesco di Paola
commissionatagli dall'Ordine dei Minimi di Paola e successivamente
trasferita in dono alla Cattedrale di Palermo.

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Francesco Scudiero |
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Nasce nel
1957 e, come accade per i veri artisti, comincia da bambino e senza
maestri o mezzi, a dar corpo alle sue realizzazioni tirandole
letteralmente fuori da pezzi di legno trovati per caso e capaci di
stimolare la sua fantasia.
Le sue
doti innate abbinate a "momenti di febbre", come egli ama definire
suoi momenti di ispirazione, gli consentono di realizzare nel legno
qualsiasi forma.
La sua
abilità si sviluppa al punto tale da lavorare anche su commissione
acquisendo vera e propria maestria.
Espone
ammirevoli sculture in legno raffiguranti immagini sacre e scene di
vita quotidiane.
Molto
belle alcune sculture che ripropongono scorci di vita dei pescatori
così con ammirevoli sono le miniature delle navi da lui tanto amate
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Antichi velieri che solcano i mari
dell’immaginazione, pescatori che cuciono reti, scorci di paesi
abbarbicati sui crinali e dalle cui viuzze e contrade ci vengono
incontro femminili figure ancestrali e antichi contadini al lavoro,
prendono forma nelle abili mani di Franco Scudiero.
Le sue sculture, quasi fossero scenette estrapolate
da una frugale quotidianità, incantano l’occhio dell’osservatore per
l’ermetica semplicità con cui sanno raccontare e far rivivere nello
scenario del tempo un passato mai del tutto divorato dalla modernità
e mai tramontato.
La forte comunicativa che le opere trasmettono trae
origine e ispirazione dal profondo legame che Franco avverte con la
sua terra e le radici. Nelle sculture, il passato e il presente
incrociano i loro passi in una sorta di danza ritmata dal tocco
secco e deciso dello scalpello sul legno, quasi fosse un battito
rituale che accoglie in sé il respiro della sua terra e il brontolio
del suo mare.
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Il
rumore dello scalpello è un richiamo per chi si aggira tra i vicoli
del centro storico e un invito a fermarsi per ammirare le opere
scolpite dal suo artista. Il laboratorio di Franco è infatti
arroccato nel paese antico che sovrasta la marina di Amantea e,
coccolato dal silenzio, è la fucina in cui si sprigiona l’inventiva
dello scultore che forgia le sue forme. Il battito dello scalpello
buca il silenzio, come un monito della nostra memoria storica a non
disperderci, a non dimenticare chi siamo e da dove veniamo.
Io amo la mia terra,
dice Franco. Quando lavoravo in America, dove ho trascorso 18
anni della mia vita, mi sentivo punto da un forte sentimento di
nostalgia. Mi mancava la mia casa, dalla quale ogni giorno salutavo
il mare.
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Franco
non ha dimenticato il mare, l’America non è riuscita a fargli
dimenticare il mare che sopravvive in lui, grazie anche ai racconti
di Assunta Bonavita, sua madre. Le storie di una volta
rievocano in chi le ascolta un legame mai reciso con la cultura
marinara di cui la signora Assunta è tuttora testimone e
depositaria. La cultura della propria terra si coniuga nelle opere
di Franco con una spiccata religiosità che permea anche il mondo
animale. La religiosità, spiega Franco, è innanzitutto
rispetto. Le bestie feroci che lui scolpisce ai piedi e sul capo
delle figure sacre, proteggono e difendono la Divinità dalle
offese e ingiurie del mondo, intrecciando così il pagano
sentimento verso la natura a un’autentica fede religiosa. La
presenza del sacro è un elemento importante della sua anima e
culmina con la sua attività di scultore, in cui si esprime
sottoforma di mistero. |
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Io non so mai cosa scolpirò. Quando passeggio in
riva al mare e incontro un pezzo di legno, da lui mi sento chiamare,
da lui mi lascio guidare. Ciò che scolpisco è già presente al suo
interno, nel cuore del legno. Io non so mai cosa scolpirò, se non
quando sui miei passi l’avrò incontrato.
Ippolita Sicoli/Sergio Zanardi
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Fortunato Pagliaro |
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Visitare i “buchi” di
Fortunato Pagliaro è un'esperienza che lascia
increduli e meravigliati, un immergersi in un universo di forme
e di colori permeato da una poesia mistica in cui la sofferenza
dell'uomo si innalza nella ricerca della fede e della speranza.
Una fede genuina e primordiale,
capace di dettare allo scalpello volti di un Cristo che, di
volta in volta, viene raffigurato sull'onda delle emozioni che
palpitano nel cuore dell'artista; una speranza intinta nella
tavolozza e trasferita nelle surreali immagini solari, spesso
infantili, ma sempre cromaticamente attraenti.
Fortunato non espone: Fortunato
narra attraverso le sue opere spontanee, realizzate nel suo
continuo “raptus” creativo, e deposte alla rinfusa in ogni
angolo della sua dimora che si affaccia a picco sull'azzurro del
Tirreno.
Narra delle fantasie e dei sogni
mai realizzati di un bimbo che ancora si cela dietro un viso
ormai scolpito dal tempo, di una vita di sudore, di fatica e di
lotte con il mare col quale ha sempre vissuto in simbiosi.
Le ombre della sera lo sorprendono
ancora sul “largo” prospiciente i suoi laboratori, intento a
sciorinare le ultime creazioni “di giornata”, mentre il suo
sguardo spazia verso l'orizzonte alla ricerca di una “lampara”
che ora non c'è più. |
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Fortunato
Pagliaro è un personaggio molto noto ad Amantea. Vive nel
quartiere Chianura, alle spalle della Chiesa Matrice, nei pressi
della casa che diede i natali ad Alessandro Longo. In simbiosi con i
capperi abbarbicati ai tufi del centro storico, Fortunato vive e si
contenta di poco e i frutti non raccolti sbocciano sotto forma di
manifestazioni artistiche rudimentali, naturalmente naif.
Col dovuto rispetto, Fortunato si
sente accomunato anche a Longo per la vena artistica. “Da giovane
suonavo nella Banda musicale”, dice con falsa modestia, e sul letto
conserva la chitarra.
Suonava la tromba. Chi lo ricorda dice
che spesso dovevano richiamarlo per fargli abbassare il tono che,
analogamente a quello della voce, da buon marinaio, Fortunato tiene
sempre alto.
Aveva polmoni buoni Fortunato, da
ragazzo, e il mare lo ha sfidato spesso, con i remi e con le
braccia, anche per una semplice scommessa.
Fino a qualche tempo fa lo si vedeva
ancora ad Acquicella, gettare qualche metro di rete da una
“bagnarola fai da te” che egli aveva la presunzione di chiamare
“barca” e che, in occasione del primo presepe vivente, s'era portato
su per i vichi fino alla Chianura.
Poi qualche mareggiata deve avergliela
portata via e adesso Fortunato tiene in allenamento le sue braccia
con ascia e scalpelli.

“Ma la passione per la creatività ce
l'ho sempre avuta”, dice convinto. “Da bambino facevo i pastori con
la creta, lifaccio ancora adesso, certe volte: papà ha fatto un
crocifisso di cartapesta guardando quello della Chiesa Madre e lo
conservo sul capezzale, poi io ho cercato di imitarlo con il legno.
Mi incoraggiava anche Pietro Bonavita, quando andavo assieme a lui
sulla barca”.
E i crocifissi sono uno dei suoi
soggetti preferiti, assieme ad altri particolari del
centro storico. Realizzati con legni recuperati alla meglio, e
facendo di necessità virtù.
“Ho rovinato un trapano a cercare di
cavar questo legno, e poi, le rifiniture portano via troppo tempo. A
me piace fare qualcosa come viene, in quattro e quattr'otto, alla
gente piacciono così, e tutti mi dicono di essere me stesso”.
Piacciono soprattutto ai bambini,
perché nella sua essenzialità ed ingenuità, Fortunato evoca
sensazioni primordiali. I colori vivaci esposti sulla piazzetta,
attirano più della targhetta sulla casa natale di Longo e così la
visita ai “buchi” di Fortunato, diventa un piacevole fuoriprogramma.
E' come andare in soffitta.
Il
laboratorio sembra una maxibancarella di Porta Portese, con una
infinità di “pezzi” lasciati a metà, e attrezzi che potrebbero
interessare ugualmente un falegname o un meccanico.
Difficilmente chi entra nei “buchi” di
Fortunato non porta via qualcosa e difficilmente Fortunato sa dire
di no.
Spesso qualcuno ne approfitta, ma è
come rubare una caramella ad un bambino.
In ogni caso Fortunato ringrazia per
l'attenzione ed è anche questo un “donarsi”, semplice ed efficace,
come certe sue creazioni.
Vincenzo Pellegrino
Progetto Città - ottobre 2002, pag. 14
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Fortunato scolpisce il legno, dal
quale trae figure, quasi sempre sacre, dipinge, su tavolette o altri
materiali di recupero, con smalti e colori ad olio, lavora la creta
per creare singolari figure di pastori. Un moto perpetuo, un fiume
in piena, un vulcano in eruzione... Eppure trova il tempo per
svolgere la sua opera di "ecologista" dedicandosi a mantenere pulito
non solo il suo angolo di mondo, ma anche alcune strade del centro
storico dimostrando un tangibile amore per il suo quartiere e per la
sua città. Grazie a nome di tutti e speriamo che il tuo esempio sia
seguito da altri... |
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Antonio Perna |
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Nato nel 1925, apprende dal padre, il
mestiere di falegname dimostrando
un talento innato ed una passione che lo portano,
negli anni, a realizzare opere che vanno
ben al di là dei semplici elementi
di arredamento.
Ogni pezzo è unico, ogni intaglio è
chiara espressione di un dono e di una
ammirevole fantasia artistica capace
di incantare per precisione e meticolosità dei
particolari.
Tutto questo prende forma in opere
realizzate con una naturalezza ed
una semplicità incomprensibili ed
inimitabili per chi non è dotato di una tale vena artistica.
In
legno dà forma a qualsiasi cosa, dai
complementi di arredo ad opere con
un carattere più spiccatamente artistico come i tavoli
finemente intagliati, i mosaici, le anfore
e le miniature di mobili in legno.
Tra le sue opere è particolarmente degna
di nota la Torre di Pisa in legno, più volte esposta, nonché ripresa
dalle telecamere della Rai in concomitanza
con eventi di promozione
turistica
della città di Amantea.
(da un pieghevole del Rotaract-Amantea) |
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Salvatore Natalino
Da sempre è stato un grande
appassionato del mare e della pesca; era, perciò,
inevitabile che la sua passione per il modellismo si
rivolgesse quasi esclusivamente al modellismo navale.
Le sue pregiate riproduzioni in
perfetta scala rievocano le imbarcazioni più famose della
storia e della nostra città, pur non trascurando le nostre
popolari barche da pesca.
I suoi lavori, esposti in diverse
città italiane, hanno riscosso un notevole successo di
critica e di pubblico e gli sono valsi molti riconoscimenti
e premi.
La sua passione antica, per il mare
e per le sue creature, continua ad ispirarlo nelle creazioni
attraverso le quali ripercorre la storia e l’epica
marinaresca del mediterraneo, partendo dalle imbarcazioni
fenicie, greche, romane e saracene per giungere alla più
bella nave della Marina Italiana: la Amerigo Vespucci. |
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NAVI, STORIA E UMANITA’ NELL’ARTE DI SALVATORE NATALINO
I navigli in miniatura, costruiti da Salvatore Natalino di Amantea,
segnano un'importante evoluzione del modellismo navale, elevandolo a
dignità d'arte.
A differenza
di volenterosi e bravi modellatori, eredi di antichi
artigiani, che si imitano a
riprodurre
in scala ridotta
sempre gli stessi tipi di imbarcazione, Natalino reinventa e
realizza, con assiduo impegno,
diversi fra loro,
in cui sì fondono originalità estetica, storia,
umanità ed
entusiasmo, nel chiuso
del suo angusto
"laboratorio",
una vasta gamma di
soggetti.
 Questi modellini, lavorati a mano con l’ausilio di
rudimentali attrezzature, scandiscono
la storia della marineria, dalle piroghe preistoriche
alla
navi a vela fenicia, alle
biremi e triremi
greche e romane, dai dromani bizantini ai velieri saraceni,
alle caravelle spagnole, dalle galee rinascimentali
ai superbi vascelli dei secoli XVIII e XIX, dai bastimenti
a vapore dell'emigrazione
transoceanica ai moderni transantlatici, alle formidabili
unità navali da
combattimento del Duemila.
In tutta la
collezione spicca la "Luna de Napoles
",
la
galea spagnola agli ordini di Scipione
Cavallo, condotta da Matteo
Ventura, che con trenta
amanteaní a bordo combatté
valorosamente contro i Turchi nella vittoriosa battaglia di
Lepanto (1571), come risulta
da documenti d'epoca (la nave
nel 1585
partecipò ad altre imprese al comando di
grazio Caracciolo). E' un piccolo gioiello, impreziosito da una maestosa
polena di leone e da simboliche raffigurazioni di velieri in
navigazione verso l’ignoto, che rievoca una memorabile pagina di ardimento in difesa della fede cristiana.
Degne di
menzione sono anche la
"Santa Maria"
di colombiana memoria, che solca impavida l'oceano alla scoperta del
nuovo mondo, e l’"Amerigo
Vespucci", la
nave-scuola della Marina Militare italiana, orgoglio
dei mari.
La produzione di Natalino
offre,
inoltre, una nostalgica
e tangibile testimonianza dei
brigantini, delle
feluche e delle paranze, tipici del Mezzogiorno d'Italia,
che erano attivi per
il piccolo cabotaggio e
per la pesca fina alla prima metà del Novecento. In questo
settore la vena inesauribile del "miniaturista" rielabora i modelli dei
moderni motopescherecci,
muniti di apparecchiature
sofisticate, non trascurando le tradizionali barche a remi e
le
slanciate
spadare adattate ancora ad arpionare il pesce spada nello
stretto di Messina.
Dotato di un'intensa esperienza di vita marinara, Natalino
trasferisce nelle sue creazioni, offre alla passione mai
sopita per la pesca, anche il sogno dell'infanzia di
diventare
da grande un esperto ed indomito navigatore.
 E così egli
riesce a far rivivere con la fantasia e l'immaginazione un
mondo eroico ed affascinante, animato da battaglie, da
imprese
corsare, da avventure, da
peripezie e contrassegnato dai trionfi, dalle sconfitte,
dalla
violenza, dalla fatica, dalle gioie e dai dolori. Ma non
dimentica di rinnovare l'offerta votiva
e la religiosità della tradizione marinara calabrese,
dedicando le piccole barche ai nomi
dei santi e della Vergine.
Sotto
il profilo formale,
conferisce alle sue opere una razionale
tecnica
costruttiva e una raffinata eleganza. Queste le fasi della
sua lavorazione: per prima,
ispirandosi ad un prototipo; poi adoperando legni
nobili, adatti e stagionati, sagoma lo scafo con la chiglia,
sistema la tolda, sulla quale
impianta gli alberi con il velame e le sartie, innalza il
ponte di comando e fissa tutte !e attrezzature
nautiche. I manufatti, che si possono definire vere e
proprie sculture, vengono rifiniti
minuziosamente e decorati con motivi ornamentali d'epoca
come scene marinaresche
o
polene, spesso busti femminili e teste di fiere finemente
intagliate e collocate
a
prua o a poppa. Opportuni procedimenti d'ingegneria navale consentono ai modellini di
galleggiare
autonomamente e di tenere il mare usando ora le vele, ora
motorini telecomandati. Pertanto,
essi assumono la peculiarità di pregiati soprammobili e,
nello stesso tempo, rappresentano un vivo ed attraente passatempo. A
confermare la validità artistica e tecnica dei lavori di
Salvatore Natalino sono giunti i lusinghieri
riconoscimenti ed apprezzamenti del pubblico e della critica
nonché i premi i numerose ed importanti rassegne.
Vincenzo Segreti |
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GIUSEPPE CURCIO
Quella del Presepe, per
Giuseppe Curcio, è una passione antica
nata sotto le austere navate della chiesa del Collegio dove, sotto la
guida del parroco don Ninno Fuoco, fra canti della
“novena” e profumi d’incenso veniva, costruito ogni anno un
artistico presepe.
Una passione che si manifestò in uno dei primi anni ’50.
Mancavano pochi giorni al Natale, quando gli atterriti abitanti della
Calavecchia sentirono un terribile
“sgalasciu” provenire dalla
casa del nostro amico, allora dodicenne.
Gli accorsi, allibiti, lo trovarono davanti ai resti di un tavolino
“fracomato” che si era
“sbracato” sotto il peso di
numerose pietre, ora sparse sul pavimento, miste a resti dicarta di sacchi
di cemento, giornali, pezzi di sughero e minuterie varie: finiva così il
primo tentativo di costruire un presepe e nessuno avrebbe mai potuto
pensare che il fallimento avrebbe vieppiù alimentato la sua voglia di
realizzare un plastico che ospitasse la Natività.
Invece ritroviamo Giuseppe Curcio, ormai adulto, che allestisce, nel
piccolo negozio gestito dalla moglie in Via Roberto Mirabelli, un Presepe
che, di anno in anno, si allarga sempre di più a discapito delle merci,
tanto che, per la quiete familiare, trasferisce il tutto nella sua casa
alle palazzine popolari.
Ha un solo figlio, la casa è piccola, ma il posto si trova sempre per
un Presepe ancora più bello e più rifinito.
Poi i figli diventano due… tre… quattro… cinque… sei… e, quando si
approssima il Natale, sono costretti a vivere
“ammunzellati” per
far posto a case, montagne, fontane, laghetti, pastori, Re Magi e comete
sempre più grandi.
La moglie
“arrestivata” è costretta a dargli un ultimatum:
“O ’u prisebiu, o nui!”.
“Peppino” accetta, ma non finisce qui!
Imperterrito (siamo ormai arrivati al 1982), costruisce il Presepe
all’aperto, sotto una tettoia, nello spazio antistante alle palazzine
popolari, circondato dalla curiosità e dall’aiuto del vicinato.
Il posto, divenuto meta di numerosissimi visitatori, dopo qualche anno
risulta angusto e scomodo: occorre trovare una nuova collocazione, un sito
stabile dove poter lavorare quasi tutto l’anno per realizzare una
struttura migliorabile nel tempo.
Gli viene incontro la Curia di Cosenza che gli concede, in uso, uno
spazio del terreno a suo tempo acquistato per la costruzione della Chiesa
di Santa Croce di Gerusalemme (con la sottoscrizione dei fedeli e
l’encomiabile impegno del compianto parroco
don Giovanni
Posa).
E’ il 1989: finalmente Giuseppe Curcio è libero di creare e di
manifestare la sua arte realizzando, con pazienza certosina, incomparabili
e fantastici scenari nei quali il paesaggio della nostra terra, il
richiamo del mare e delle nostre colline, si mescola a quello della
Palestina, in un turbinio di luci e di ombre che contribuiscono a
sottolineare la rustica bellezza dei pastori e lo scintillio delle
acque.
Ed è presso il suo Presepe che noi lo abbiamo incontrato, è lì che ci
ha raccontato questa sua “favola” che, ogni anno, si rinnova e
rivive.
Mentre parla con noi continua a lavorare sul suo banchetto per
“vestire” un nuovo pastore o per costruire con sapiente maestria una casa,
un recinto, un ponticello, un carro...
E i suoi occhi hanno la stessa luce che illumina il volto di un bimbo
felice.
Pino Del Pizzo |
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Vincenzo Aloe
di Pino Del Pizzo
La
passione per il presepe l'ha avuta sin da quando, ancora bambino,
ammirava suo padre Francesco che sistemava le statuine e le casette
con amore.
Per Vincenzo Aloe quello era il Presepe più bello di tutti anche se,
appena gli era possibile, passava intere serate ad osservare il
compianto artista Nando Turrà per acquisire la tecnica, l'arte ed
il buon gusto, nella realizzazione di plastici con scenografie
natalizie.
Trasferitosi nelle nebbie di Milano, non dimenticò il suo hobby
preferito, anzi lo continuò e lo perfezionò avvalendosi di un
maestro presepista della scuola napoletana.
Il suo garage, ben presto, si trasforma in un laboratorio
artigianale in cui sperimenta l'uso di tutti i nuovi materiali che,
nel frattempo, sono stati messi a disposizione per semplificare la
costruzione di case e paesaggi. Quasi subito, le sue capacità
creative lo pongono all'attenzione di amici e conoscenti che lo
spingono a trasformare il suo hobby in una vera e
propria piccola attività artigianale. Vincenzo ci prova e ottiene
immediatamente ottimi risultati tanto che non riesce a tener testa
alle ordinazioni sempre più numerose che gli arrivano anche da
lontano. I suoi pastori di terracotta, per lo più animati da
movimenti meccanici, e finemente vestiti da un'artista fiorentina
nel rispetto della foggia e della moda del tempo, considerati veri
e propri pezzi di raffinato gusto creativo, sono richiestissimi e
quasi introvabili nel periodo Natalizio.
Nel 2006 ha aperto un laboratorio e punto vendita ad Amantea, in via
Roberto Mirabelli dove si possono ammirare, acquistare e anche
noleggiare le sue opere.
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Le Majorettes

Una foto storica delle Majorettes nello stadio
di Catanzaro in occasione della partita di calcio del campionato di
serie A Catanzaro - Juventus
Storia delle Majorettes di Amantea
Il gruppo delle “Majorettes” di Amantea
nacque in seno alla
C.S.A.
(Comunità Sport & Arte) per iniziativa di Pino Del Pizzo.
I
primi “twirling” furono costruiti artigianalmente dal
compianto Roberto Di Fiore.
Non erano certamente idonei all’uso, ma supplirono,
per un lungo periodo, allo strumento vero e proprio.
Il gruppo si avvalse, sin dal primo momento, della
guida (inesperta, ma appassionata) di Lina Amato,
Maria Cavallo e Wanda Iorno.
Un salto di qualità avvenne con il casuale incontro
con una “majorette” tedesca che fornì i primi rudimenti
tecnici e gli indirizzi delle ditte che producevano gli attrezzi.
Maria Elena Del Pizzo,
divenuta nel frattempo l’anima e la coreografa del gruppo, insieme
ad alcune amiche, preparò le marce e le parate che videro il gruppo
esibirsi sempre con maggior frequenza e successo in numerose città e
regioni d’Italia.
La mancanza di fondi e la perdita di alcuni elementi
per causa di studio o di lavoro, lentamente portarono allo
scioglimento delle Majorettes.
Solo
nel 1999, ancora su iniziativa di Maria Elena Del Pizzo
e con la collaborazione di Ena Gallina e di
Loredana Ponti, il gruppo venne rifondato con nuovi elementi
e l’attività riprese sotto l’egida del C.O.N.I. e della
F.I.Tw. (Federazione Italiana Twirling).
Pur continuando nelle attività di parata in occasione
di importanti manifestazioni, venne preferita un'attività di tipo
formativo‑sportivo ed alcune componenti conseguirono brevetti di
vario livello.
Il gruppo, nel periodo di massimo fulgore, era
composto da oltre 70 elementi, validamente capitanato da
Laura Fruscio.
Dopo tre anni le “rifondatrici” , per i
crescenti impegni di lavoro e di famiglia, furono costrette ad
appendere il twirling "al chiodo" e l'attività, lentamente, venne a
cessare. |
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