L'Assedio di Amantea del 1806-07

di Roberto Musì 

Nella storia delle operazioni militari in Calabria da parte delle truppe francesi di Napoleone nel 1806, l'assedio di Amantea è, sicuramente, l' episodio più rilevante di quelle memorabili vicende; quello che si colora di maggiori significati, fino ad assurgere a simbolo della resistenza allo straniero per antonomasia.

Per circa tre mesi (fine novembre 1806- primi di febbraio 1807) la piccola cittadina calabra, combattè a viso aperto e con pochi mezzi un esercito allenato alle battaglie, parte di quella "Grand Armèe" che si era coperta di gloria a Marengo, ad Ulm e ad Austerlitz.

I francesi erano scesi nel meridione d'Italia dopo che Napoleone col trattato di Presburgo (26 dicembre del 1805) aveva dichiarato decaduta la casa Borbone, colpevole di avere segretamente siglato un accordo con le nazioni nemiche della Francia, mentre il Marchese di S.Gallo, Ministro plenipotenziario di Ferdinando IV' di Borbone, aveva firmato a Parigi, col ministro degli esteri Tayllerand un patto di neutralità e di non intervento nel conflitto che vedeva impegnati le grandi nazioni europee, Inghilterra, Austria e Russia con la Francia stessa.

Quando Napoleone, nel nominare Re di Napoli suo fratello Giuseppe, invia, al comando del marescialloroberto musì tiene la sua relazione Massena, un grosso esercito per invadere il Regno, lo trova in effetti occupato da truppe inglesi che danno, dapprima, una mano al debole esercito borbonico e, poi, finiscono coll'appoggiare sempre più apertamente una resistenza così fortemente radicata nella popolazione civile che darà filo da torcere ad un esercito efficiente come quello napoleonico.

Giuseppe sarà praticamente un re a metà, perché i suoi soldati non riusciranno mai a superare lo stretto di Messina e giungere in Sicilia, dove, a Palermo, la Corte borbonica era intenta a fomentare il fuoco dell'insurrezione, ricorrendo financo al più bieco ribellismo.

Eppure, alla fine, i francesi, che in quella guerra sperimentarono in alcuni casi vergognose efferatezze per un esercito moderno come il loro, ebbero ragione degli insorti che, in un mare di sangue, spesero forze, entusiasmi e, persino, ideali, degni di questo nome.

Fin dalle prime battute ì francesi avevano avuto oggettive difficoltà nella condotta di questa guerra perché troppi focolai di ostinata e dura reazione ostacolavano il loro cammino.

Fastidiosa guerriglia, colpi di mano, azioni terroristiche andavano punteggiando una campagna mìlitare che mostrava tutta una realtà di terribile violenza. Poi, la tenace resistenza di piccoli paesi, dove, anche per giuste ragioni di legittima difesa, si andavano concentrando forze le più disparate di cittadini, di uomini della più diversa estrazione sociale, anche brìganti, cioè gente priva dì un qualsiasi ideale e dedita esclusivamente al furto, alle razzie, allo stupro.

Civitella del Tronto, Gaeta, Maratea avevano dato l'esempio che si poteva resistere, che era appunto lecita e legittima la difesa del proprio suolo, delle proprie tradizioni ed istituzioni polìtiche.

Amantea fu, dunque l'ultima a cadere e i francesi, dopo che ebbero avuto ragione delle prime, si poterono concentrare meglio sulla cittadina tirrenica per fiaccare le forze di quel pugno di uomini, che, sull'antico castello, avevano issato la bandìera borbonica. Nonostante il massiccio aiuto degli inglesi, le somme esorbitanti spese dalla regina Carolina che più di Ferdinando si lanciò a capofitto nell'impresa, i francesi finirono col sottomettere il Regno.

Le fasì principali di quell'assedio, di cui oggi celebriamo il duecentenarìo, sono state per la prima volta ricostruite ed indagate, con assoluto rigore scientifico, da un gruppo di storici militari coordinati dal Colonnello Giuseppe Ferrari dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito Italiano - Roma, nel 1911.

In alcuni fascicoli di Memorie Storiche Militari, furono pubblicati i risultati di una ricerca sull'insurrezione delle Calabrie nel 1806 contro i francesi, che costituisce, a tutt'oggi, una pietra miliare nel campo, non solo degli studi di storia militare "tout court" ma, oso dire, in quello della storia e della storiografia vera e propria.

Gli studiosi militari fecero un'opera di indagine così scrupolosa ed attenta che, pensando all'epoca in cui la svolsero- epoca di mai spento patriottismo e dì incipienti rigurgiti nazionalistici- non si puo' non ammirare l'equìlibrio, l'equità, il senso della mìsura e della storia dimostrato da una èquipe di ufficiali intenti a sondare le più diverse fonti, i documenti, gli atti di lontane vicende , vecchi di un secolo.

Il colonnello Ferrari scrisse in effetti un lungo saggio introduttivo, denso di fatti,di notazioni, di riferimenti, allargando, soprattutto, lo sguardo a tutto il Meridione in fiamme e proiettando tutte quelle vicende in un orizzonte più vasto, procedendo per gradi, con l'intento di preparare il lettore ad entrare in quello che, alla fine, fosse il culmine dell'intero racconto, cioè l'assedio di Amantea, dove si consumavano tutte le speranze e i propositi, naturalmente impossibili, di un popolo, come quello calabrese, rappresentato in quel momento dagli amanteani in rivolta, che, sia pure confusamente, era riuscito a darsi una voce.

Questa seconda parte delle Memorie le concludeva appunto con un' altro saggio, dal titolo ben più preciso, "L'assedio di Amantea", il capitano Cesare Cesari.

Lo studio del capitano è una ricostruzione così accurata di quelle vicende che, raramente ci si trova di fronte a pagine capaci di restituire tutto il "pathos" di quei giorni drammatici, di gente che solo la fame e gli stenti alla fine poterono piegare.

Insomma, questi illuminati ufficiali avevano fatto una cosa ancora più straordinaria: quella del reperimento delle fonti militari francesi.

Si deve a loro se in Italia cominciarono a circolare testi di memorialistica militare dei molti generali napoleonici e di tutta quella pubblicistica fatta di diari e resoconti di militari, e non solo, che si accompagnarono in quelle campagne di guerra.

Per quanto riguarda la storia dell'assedio della nostra città, fino ad allora, se si fa eccezione per i ponderosi "Annali di Calabria Citeriore" di Luigi Maria Greco, per il poeta Pasquale Furgiuele, che, in pieno periodo risorgimentale, cantò quelle gesta in versi suggestivi ed ardenti di fede patriottica, poi, per lo scrittore cosentino Nicola Misasi che, in tempi di avvenuta unità, nel suo romanzo "L'assedio di Amantea" celebrò in chiave fantastica quelle vicende conferendogli quel colore cui fa da cornice un lacrimoso e facile patriottismo, nessuno si occupò seriamente di dire la parola giusta su quei lontani avvenimenti.

Ecco, dunque, la risposta a tutto questo e che viene dalla storiografia militare ufficiale che fa "tabula rasa" di quel ciarpame, facendo definitiva giustizia su cose tanto delicate come queste che afferiscono alla coscienza nazionale e a quel concetto di patria comune che l'Italia di quegli anni stava faticosamente costruendo.

Non ci esimiamo, infine, dal dire che ci vollero un bel po' di anni, per la precisione un sessantennio, per vedere pubblicate, in tre splendidi volumi, "Cronache della Calabria in guerra", del compianto prof. Attanasio Mozzillo, una ricerca sicuramente esaustiva su quel periodo così drammatico per la nostra regione.

All'assedio di Amantea il Mozzillo dedica tutto il II° volume con documenti tratti da archivi di famiglie private come quella di don Rocco Cavallo-Marincola, caro alla nostra memoria e di quanti lo conobbero per la sua grande cultura e per la nobiltà di cuore e di rango che possedeva. Senza dimenticare, poi, l'opera altamente meritoria, sul decennio dei napoleonidi, dello storico calabrese Umberto Caldora, il maggiore studioso in assoluto di quel periodo storico.

Per capire bene, dunque, quei fatti ormai relegati nella memoria collettiva di generazioni di calabresi, di amanteani, e di tutte quelle popolazioni che abitavano un comprensorio di piccoli paesi come Carolei, Lago, Ajello, Belmonte, Longobardi, Fiumefreddo Bruzio- senza trascurare, per esempio, tutta quella vasta area del lametino dove accesissimi furono gli scontri di genti, unite in una lotta epica verso lo straniero invasore e che morirono coraggiosamente con le armi in pugno- cerchiamo di ricostruire, in rapida sintesi, i nodi centrali di questa guerra cruenta combattuta senza esclusione di colpi, dapprima con esito incerto, poi sempre più caratterizzantesi come contrasto tra vecchie e nuove idealità, addirittura tra antico e moderno.

Come dicevamo, Amantea divenne il centro della rivolta e di conseguenza rifugio di molte bande che avevano ostacolato le truppe francesi nella loro avanzata nella regione, disturbandole di continuo con azioni terroristiche e colpi di mano.

Nello stesso tempo, da Palermo, la Corte borbonica non faceva altro che soffiare sul fuoco, protetta dagli inglesi, dal clero e soprattutto dalla maggior parte della popolazione calabrese quasi interamente schierata, nelle sue componenti contadine e del ceto nobile, al loro fianco.

Il momento-clou è sicuramente la battaglìa di Maida del 4 luglio 1806, quando un piccolo esercito inglese, anche se raccogliticcio per la presenza di gente non propriamente militare e ben diretto dal coraggioso generale scozzese John Stuart, personaggio più da romanzo d'avventure o da cinema da cappa e spada, infligge una sonora sconfitta agli uomini del generale Reynier, meglio organizzati, più disciplinati, ma sfortunati nei risultati che furono a dir poco disastrosi.

Perché gli inglesi e la Corte borbonica, dopo la vittoria, desistettero dal non volere continuare la lotta, in quel momento a loro favorevole, non è compito nostro spiegarlo in questa sede, per cui rimandìamo agli studì dì Charles Oman, grande storico inglese che ha scritto un lìbro importante su quegli eventi.

Sta di fatto che i rivoltosi si ringalluzzirono alla notizia dei fatti di Maida e per tutta l'estate di quell'anno i francesi durarono fatica a riorganizzarsi e poi a far fronte alle innumerevoli azioni di disturbo che le popolazioni locali continuavano a propinar loro.

Le fasi più salienti, è bene ricordarle, di quelle epiche gesta e circoscritte al comprensorio di Amantea, riguardano soprattutto le azioni dei francesi nei confronti di paesi come Fiumefreddo (con l'assedio del settembre 1806), Longobardì (con l'assedio del 27 di dicembre 1806) e Belmonte (con l'assedio del 30 di quello stesso mese), dove vivissimo è il focolaio della rivolta, animata dal preside della provincia Giovan Battista De Micheli, longobardese e fervente borboniano, fedele esecutore degli ordinì che da Palermo gli giungono dalla regina Carolina per difendere il Regno da questa orda di atei, come sono definiti i francesi, "conculcatori d'altari, loquaci di libertà, ma propugnatori, perché forestieri di più turpe servaggio".

Con tutto ciò i francesi ebbero alla fine ragione di quei "tristi" e alla violenza cieca della guerra seguì una reazione ancora pìù cieca, perché non bisogna dimenticare che, non pochi furono quelli che nel chiuso di questi piccoli paesi, parteggiavano, spesso non proprio segretamente, coi francesi, o meglio, gente che era animata da un sia pur vago sentimento o ideale di libertà proveniente d'oltralpe.

Tutto questo era più evidente nella popolazione di Amantea, ormai per eccellenza centro della rivolta antifrancese.

Qui proprio, in seno al ceto della borghesia artigiana e professionale (piccoli proprietari, medici, avvocati, notai, ecc..), vi erano spiriti un po' più aperti verso le nuove istanze che urgevano nella grande convulsa società europea del tempo.

Documentatì, a questo riguardo, risultano- in alcune note di diario scritte, in quei giorni di fuoco, da un tal Francescantonio Meliarca di Amantea, rappresentante di quel ceto medio borghese di cui dicevamo- molti episodi di persecuzioni, addirittura di uccisioni di abitanti della città che sono additatì a spie dei francesì, anche quando non manifestano apertamente idee filofrancesi.

Infine, un'altra delle ragioni che spingevano verso questa direzione, nasceva dal fatto che tra le file dell'esercito francese vi erano ufficiali, addirittura di Amantea, come il colonnello Luigi Amato ed il tenente Gaspare Cozza, rampolli di quelle famiglie nobili nepetine che, fino al 1800, avevano fatto parte del Sedile di quella città.
Il Sedile, come sapete, era il massimo organo rappresentativo in tutte le Università del Regno e che con la legge del 25 aprile, proprio i Borboni avevano abolito. Quindi, se Amantea si pose in questi terribili frangenti come il più poderoso caposaldo di una rivolta che riuscì ad infiammare, quasi l'intera Calabria, c'è anche, sia pure in misura minoritaria, un'altra Amantea che presentò un volto diverso, un aspetto, sicuramente incon­sueto, di un "qualcosa" che a fatica, a stento, cercò di darsi una voce che parlasse un linguaggio, non diciamo rivoluzionario, ma nuovo.
Linguaggio che comunque non era estraneo al comandante supremo della Piazza di Amantea, il colonnello Ridolfo Mirabelli, il quale, pure sorretto dalla più pura fede nella monarchia borbonica, mai si sottrasse, specie nei difficili momenti di esplosione di odii cittadini di cui si diceva, a portare una parola di fiducia e di speranza al suo popolo, ma soprattutto di mediazione con l'esercito avversario, quando le sorti della città sembrarono segnate da una sicura sconfitta.
Dopo ben quattro assalti, di cui ricchissimo e dettagliato risulta il racconto fatto per la prima volta dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore del nostro Esercito, proprio in coincidenza con le celebrazioni del I° centenario, Amantea subì, il 7 febbraio del 1807, l'umiliante proposta di una resa a discrezione che ferì l'orgoglio cittadino ma pose fine ad un dramma che aveva prodotto solo un inutile spargimento di sangue anche innocente.

"...La tradizione di tutte le generazioni passate pesa come un incubo sul cervello dei vivi" scrisse Carlo Marx in quel suo raro pamphlet " Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte"

Nel piccolo scenario dell'assedio di Amantea cui fa da fondale un comprensorio ribollente di spiriti della più diversa natura, noi vediamo, come in iscorcio, l'eterna lotta tra il bene ed il male, la grande dicotomia degli uomini, che animati da forze diametralmente opposte, rappresentano il gioco alterno della vita e della storia. Forse ci vogliono grandi sforzi per capirne i significati più veri; chissà, forse, il tempo ci aiuterà a comprendere meglio le complesse vicende dei secoli passati.

Infine, lo studio dei documenti e delle carte d'archivio, la ricerca instancabile delle fonti, certamente non dovrà mai abbandonarci, ma se non si è supportati dagli strumenti della dialettica, la sola che consente il totale conseguimento della conoscenza, non riusciremo a dare che risposte brevi ed incomplete.

 

(messo in rete in aprile 2006 - n.d.r.)

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