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In questa rubrica
raccoglieremo, con l'aiuto dei familiari, il ricordo e brevi
biografie di alcuni nostri concittadini nell'intento di
comporre una microstoria nella quale, esperienze di vita, di
lavoro, di studio e di emigrazione ci aiutino a conoscere e
ricordare, a comprendere il passato per costruire il futuro.
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Fortunato Marinaro |
"Vita mutatur, non tollitur"
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don Giulio
Spada |
rimasto sempre vivo nei ricordi di
quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo. |
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Raffaele Senatore |
Un'orma
incancellabile
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Mario Carratelli |
Responsabile dell'Ufficio Tecnico
Comunale di Amantea per oltre trenta anni |
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Francesco
Musì |
“cavaliere
del mare”
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Gaetano Giambra |
riferimento per tantissimi
Amanteani emigrati in Venezuela |
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Pietro Perna |
Pietro
Perna l'uomo che mise in panchina il grande Mike Bongiorno |
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Ninuccio De Luca |
con la sua scomparsa,la nostra comunità si
impoverisce per la scomparsa di uno dei suoi elementi migliori |
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Nascere, vivere, lavorare, morire può essere visto come una
fatalità senza senso, ma nella luce dell’amore tutto può
divenire libera e gioiosa accettazione, canto,
contemplazione estatica.
Fortunato
Marinaro Vita mutatur, non tollitur
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Fortunato
Marinaro nato ad Amantea il 27 marzo 1926 da Eugenio
(segretario Comunale) e da Maria Voce (insegnante
elementare), nella seconda metà del secolo scorso è
stato certamente una figura di riferimento nella storia
della nostra città.
Laureatosi giovanissimo in medicina
presso l'università di Napoli, già nel 1952 intraprese la
sua "missione" fra la gente con la quale, più che un
rapporto professionale, stabilì un legame affettivo
"intriso di realtà vive, concrete, da rapporti interpersonali
indimenticabili, di esperienze
singolari e molteplici". .
Un rapporto che dura quasi 45
anni, fino al 1996 quando, compiti i 70 anni, ope legis,
si accommiata dai "suoi amici" pazienti con una lettera che
costituisce un vero e proprio "testamento" professionale.
Le
tappe più significative della sua carriera professionale
sono certamente la nomina a Consigliere Delegato
dell'Ospedale Psichiatrico di Nocera Inferiore, la
fondazione della Clinica S. Maria delle Grazie ad Amantea,
la carica di Assessore all'Igiene e alla Sanità
nell'Amministrazione Provinciale di Cosenza.
Marito devoto
di Maria Cavallo (che aveva sposato l'8 dicembre 1953) e
padre solerte e affettuoso di nove figli, "Natuzzu" ha fatto
della famiglia il centro della sua testimonianza di vita e
di Fede. Una Fede vissuta sin dalla giovinezza e che ne ha
permeato la sua personalità ispirandolo in ogni azione e
aprendogli la via a responsabilità di incarichi nell'Azione
Cattolica Parrocchiale e Diocesana di cui fu Presidente.
Naturale
la sua scelta politica e la militanza nella Democrazia
Cristiana, partito di cui fu a lungo segretario e guida a
livello comunale e che gli diede la possibilità di
intervenire in favore di tutti coloro che si rivolgevano a lui
per
un aiuto o un sostegno. Una presenza nel mondo della
politica, la sua, vissuta attivamente in coerenza con i principi di carità cristiana, di giustizia, di onestà e di
solidarietà.
Gli impegni familiari,professionali, politici e
dell'Azione Cattolica, non gli impedivano, comunque, di ritagliare un poco di
spazio per le sue "passioni": la lettura, la musica
classica, il teatro, il cinema, la montagna (amava le
Dolomiti) e... la Juventus. La sua esistenza terrena si è
conclusa il 20 marzo 2003, ma il ricordo è sempre vivo nella città che ha avuto la fortuna del suo esempio
di uomo, di marito e di padre, di professionista e di
politico, di Cristiano praticante. |
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LETTERA AI PAZIENTI
Carissimi amici,
innanzitutto permettetemi di chiamarvi "amici" e non
clienti, termine che mi sa tanto di rapporto commerciale, ed
io, posso ben dirlo senza timore di essere smentito, ho
improntato il mio rapporto con tutti voi sotto il segno
dell'amicizia e senza interesse.
Aggiungo poi che addio non lo intendo, come di solito è
inteso, un saluto che sa di definitivo e che porta tristezza,
ma, per come significa realmente, un riferimento gioioso a "
Dio" sotto il cui amore siamo tutti riuniti in ogni tempo.
Ciò premesso, e desiderando altresì di non fare appello alle
emozioni mie e vostre, debbo però comunicarvi che, poichè il
tempo corre più
o meno veloce e che dal 1951, anno della mia
laurea (e
sembra
ieri) sono trascorsi circa 45 anni di attività
professionale, il
21 marzo
p.v. al compimento dei
miei settanta anni, debbo purtroppo salutarvi, almeno
ufficialmente, poiché cesserò dal mio rapporto col
S.S.N.
Certo alla fine di questa mia attività, che io, per la mia
manifesta formazione cristiana, ho
inteso sempre come
una "missione", più
che un mestiere, non possono non affollarsi nella mia
memoria miriadi di ricordi.
Ogni medico dovrebbe avere la possibilità di scrivere un
libro sulla sua vita professionale;
ma non tutti ne abbiamo capacità e tempo; eppure che varietà
di ricordi ed esperienze
ne
verrebbe fuori: certo non sempre caratterizzate da
soddisfazioni e gioie, ma tutte intrise di realtà vive,
concrete, da rapporti interpersonali indimenticabili, di
esperienze
singolari e molteplici.
Se chiudo per un momento gli occhi, quanti volti si
affollano nella mia
mente: rivedo i miei primi assistiti, alcuni dei quali
ancora in vita; quanti ne ho visto,
anche materialmente, nascere, di quanti ho dovuto assistere
le ultime ore, di quante sofferenze
e dolori sono stato partecipe, di quanti distacchi prematuri
ho condiviso lo strazio,
ma
anche per quante gioie e soddisfazioni ho insieme goduto.
E'
che io ho avuto, ritengo, la fortuna di esercitare a cavallo
di due generazioni.
Ho
iniziato
quando la figura del"medico di famiglia" era vissuta in
maniera più integrale ed impegnativa;
quando il medico, specie in periferia, doveva avvalersi
e
fidare prevalentemente sui
propri mezzi e la propria preparazione per risolvere
tante situazioni, affrontando da
solo tutte le branche della patologia, per le quali
oggi la medicina sociale offre tante e
molteplici possibilità di intervento.
Ricordo le sgroppate a dorso di asino, su sentieri
impervi ed insistenti su burroni da
capogiro, ricordo le lunghe assistenze notturne, spesso
al lume di candela, ricordo le
acrobazie chirurgiche, ostetriche e ortopediche
affrontate con patemi d'animo.
Ma
ho cercato fino alla fine di restare "medico di famiglia",
entrando a far parte di ogni famiglia che si sia voluta
affidare alle mie cure, e curandone non solo le malattie, ma
condividendo con esse il succedersi di tutti gli eventi
gioiosi e tristi della vita.
Ma
ormai,bando ai ricordi.
Vi
debbo un sentito grazie per avere voluto riporre in me la
vostra fiducia.
Vi
debbo delle scuse per quante volte,volontariamente o no, ho
mancato nei vostri riguardi.
Non vi chiedo gratitudine; ho compiuto solo il dovere
affidatomi dalla Provvidenza; ma, a chi è credente, chiedo
un ricordo nella preghiera, per adesso, ma ancora di più per
quanto
il
Signore vorrà por fine anche la mia esistenza terrena.
Il vostro affezionatissimo
medico
(Fortunato Marinaro)
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Una fede vissuta per un'intera vita |
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Quando scompare una persona cara si suole
dire che lascia un grande vuoto.
Nel caso del dottore Marinaro non è così.
Egli ci lascia un patrimonio di valori inestimabile.
Il dottore Marinaro è stato più che un maestro.
Spesso, infatti,
i maestri predicano bene, ma razzolano male.
Egli è stato un
testimone, un grande testimone che
ha vissuto, incarnato
nella sua vita i valori in cui credeva.
Fortunato Marinaro è stato un grande medico.
Vedete, proprio in questi giorni si susseguono
gli scandali di Medici
corrotti.
Egli
invece ha fatto della
sua professione una missione per lenire, o
meglio ancora, per essere
compartecipe delle sofferenze dei suoi malati.
Fortunato Marinaro è stato un politico, un grande politico
nel senso più alto e nobile.
Mentre la politica viene il più delle volte ridotta a lotta
di potere, a strumento di ricchezza corrotta, egli ci ha
testimoniato che è possibile fare politica come servizio per
il bene comune restando con le mani pulite e la coscienza
limpida.
Fortunato Marinaro è stato un uomo di cultura, un grande
biblista. Forse questo è l'aspetto meno conosciuto. Lui
amava leggere, leggeva molto. Ci lascia una biblioteca
vastissima. Amava il cinema, il teatro, la musica. Amava il
bello perché vi scorgeva l'impronta di Dio. In questa
società frivola in cui conta l'apparire egli ci ha
testimoniato l'importanza dell'essere.
Natuzzo Marinaro è stato un padre di famiglia ammirabile.
In questa società di decadenza morale lui e Maruzzella sono
stati davvero una carne sola, la sua famiglia è stata
davvero una piccola Chiesa.
Eppure sento che tutto questo non è sufficiente per
comprenderlo, per apprezzare la persona. Per capire Natuzzo,
per capire il suo essere bisogna coglierne la dimensione
religiosa.
Da ciò deriva tutto il resto.
Egli è stato un grande Testimone della Fede, una
testimonianza che ha attraversato e caratterizzato tutta la
sua vita.
C'è un film del regista Bergman, "luci d'inverno", in cui un
sacerdote si chiede:
«
Signore, perché io devo avere fede nella Fede degli altri?
»?.
Eppure è così.
Per un volere misterioso vi sono uomini a cui il Signore
dona il carisma della Fede ed essi la irradiano intorno
divenendo essi stessi strumento per la Fede degli altri.
Natuzzo è stato uno di questi.
Una fede vissuta per un'intera vita.
C' è un libro che lui amava particolarmente. "E' Getsemani",
dello scrittore francese Peguy. Parla dell'agonia di Cristo
e della sua paura della morte.
Sono certo che in questi ultimi anni di sofferenza come nel
Getsemani la sua fede è divenuta colloquio vivo, dialogo
intimo, abbandono fiducioso nelle mani del Signore: Morte e
Resurrezione .
E' per questo che il nostro dolore, le nostre lacrime si
trasformeranno in gioia e le tenebre lasceranno il posto
alla Luce.
Francesco Tonnara
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Ricordiamo
un sacerdote che ha
svolto la sua attività di parroco ad Amantea per più di 20 anni
e che è rimasto sempre vivo nei ricordi di quanti hanno avuto la
fortuna di conoscerlo.
don Giulio Spada |
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Nato a Clusone (BG) il 4 gennaio
1912
Morto a Serra Aiello (CS) l’8
ottobre 1985 |
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Maestro elementare, dopo qualche anno di insegnamento, decise di
dedicare tutta la sua esistenza al sacerdozio e fu ordinato
sacerdote tra gli Orionini il 12 luglio 1942
nel Santuario di Caravaggio.
Fu missionario in
Albania e dopo l’avvento del regime comunista, essendo riuscito
a sfuggire miracolosamente alle persecuzioni, tornò in Italia
per prestare la sua opera come segretario di Monsignor
Felice Cribellati, Vescovo di Tropea. Successivamente, e
per oltre un decennio, fu parroco di Drapìa (CZ);
dopodichè, nel 1963, gli fu affidata la Parrocchia
di Santa Maria La Pinta (Cappuccini) di Amantea. Ammiratore convinto di S. Giovanni Bosco, sosteneva che una
parrocchia senza oratorio era priva di futuro. Per questo motivo si impegnava a tenere la struttura aperta per
tutta la giornata accogliendo molti giovani, con una particolare
attenzione per quelli socialmente disadattati. Come aveva già fatto nelle sue precedenti esperienze
sacerdotali, favorì la nascita degli scouts e delle guide dell’A.G.E.S.C.I.,
che ben presto raggiunsero livelli di eccellenza organizzativa. Al suo apostolato si devono: la creazione della schola cantorum
“S. Domenico Savio”
(con la collaborazione appassionata
del Maestro Angelo De Santo), l’apertura della
scuola materna parrocchiale (affidata alla cura delle suore) e
l’istituzione di un laboratorio artigianale di ricamo, taglio e
cucito (diretto dalla Sig.na Gilda Viola).
L’Azione Cattolica ricevette maggior impulso da
varie attività pastorali tra le quali la formazione del gruppo
Caritas, che riuscì a dare sollievo e conforto a poveri di ogni
ceto sociale e di ogni etnia.Nel 1983 comparvero i primi segni del male che,
nonostante le cure, lo avrebbe consumato in brevissimo tempo.Le sue spoglie terrene riposano nella nuda terra del Cimitero di
Amantea e sono ancora oggi meta di pellegrinaggio e di
preghiera.
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“Ora
sento vicina la morte, il momento della mia liberazione e,
seppure con tanto
rimpianto per il bene non fatto, sento il dovere di ringraziare
il Signore per tutto quello che mi ha concesso in questa vita e
per l’approssimarsi a Lui nella cui infinita bontà e
misericordia confido.
Lascio questo mondo temporaneo per iniziare la mia via nel mondo
eterno.
Grazie Signore!”
(dal testamento di Don
Giulio Spada).
Nelle immagini, due momenti dei funerali di Don Giulio
(10 ottobre 1985) |
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Informazioni ed immagini sono tratti dal volumetto
“Un
segno di speranza” curato e pubblicato dalla
Associazione “Arte e Solidarietà” in occasione del I° Premio “Don Giulio Spada” (1997).
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Si è spento
immaturamente Raffaele Senatore, giornalista e scrittore Un'orma
incancellabile
Ciao, Lello!
di Pino Del Pizzo
"Orme a mare, orme
impresse sulla battigia sono i passi della mia vita.
Orme sono soprattutto i ricordi; dell'infanzia,
dell'adolescenza, della gioventù.
Dell'intero arco di una vita.
Orme rese indelebili da un misterioso processo di
fossilizzazione, i cui reagenti sono stati memoria
ed amore.
A mare.
Sì, le mie impronte più antiche sono ancora lì,
impresse indelebilmente sulla sabbia che l'eterna,
immutabile onda tirrenica, sempre nuova e vivifica,
accarezza, bagna, ma non cancella.
Orme anche amare quelle lasciate al mio borgo natio?
Forse perché sempre più lontane nel ricordo e più
estranee al mio presente?
No. Dolcissime, impalpabili tracce.
Riaffiorano nel momento del silenzio, quando le ore
della sera chiudono ogni giornata.
Sono le ore dei ricordi.
Allora io vado a sedermi in riva al mio mare e
zufolando attiro a riva giovanili e festose Naiadi,
che, graziose, dal profondo riemergono lievi,
offrendomi immagini vivide, che imperterrito
continuo a scolpire nel marmo della mia memoria con
caratteri d'amore.
Appartengono, quelle orme, al patrimonio
indisponibile del mio io, sono racchiuse nello
scrigno dei ricordi, nascosto nel mio cuore e
nessuno mai potrà chiedermene il conto".
Si, Lello, le tue orme
restano indelebili sulla riva del "tuo" amato mare,
ma anche, e soprattutto, nel cuore delle
persone che ti hanno conosciuto, che ti hanno
apprezzato e amato.
La tua gioia di vivere intensa e partecipata, la tua
sensibilità, il tuo impegno quotidiano nella
famiglia, con gli amici, nel lavoro, nella cultura e
nello sport, sono , e resteranno, scolpite "nel
marmo della memoria con caratteri d'amore" come,
quasi presago, hai scritto sul tuo meraviglioso
libro "Orme".
Appena qualche giorno fa avevo pubblicato sul
sito la foto che mi avevi inviato insieme ad una
e-mail, come sempre, appassionata: niente faceva
presagire la tua immatura e improvvisa scomparsa che
mi ha lasciato sconvolto e addolorato, ancora più
solo davanti allo schermo del mio computer, luogo
dei nostri incontri virtuali nel quale coltivavamo
-insieme a centinaia di altri amici- l'amore per la
nostra città natale.
Ora che non ci sei più, anche Amantea è più vuota,
più povera, meno umana.
A noi, piccole foglie tremanti, abbarbicate
all'albero dei ricordi in attesa del vento che ci
distacchi dal ramo, non ci resta altra gioia oltre
quella di aver percorso insieme, in unità di intenti
e in comunione di vedute, un cammino sostenuto dalla
speranza che, anche le nostre orme, al fianco delle
tue, non siano cancellate dalle onde dell'oblio e
servano a tracciare la via per la riconquista dei
valori per i quali tu hai vissuto e nei quali, tutti
i tuoi amici si riconoscono: l'onestà nel pensiero e
nelle azioni, la passione civile, l'abnegazione nel
portare avanti iniziative sociali, la serietà e
l'impegno nel lavoro, l'amore per il prossimo, per
la famiglia e per la propria terra.
Per uno come te, che ha amato la vita, non finisce
la vita, ma si trasforma in vivida luce, in faro sul
quale orientare le esistenze e, passare sicuri
"come salamandre inattaccabili, attraverso i
pericolosi fuochi del male"....
Ciao, Lello...
Le scritte in
corsivo sono tratte da "Orme" - volume
autobiografico di Raffaele Senatore edito nel 2003
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RAFFAELE
SENATORE ("Appassionato, caparbio,
innamorato deciso a portare avanti le sue idee
anche quando queste cozzavano contro tutti
e tutto. Un uomo che prima a se stesso chiedeva
precisione, impegno e passione") era nato ad
Amantea il 15 giugno 1940, funzionario delle
Ferrovie dello stato, giornalista e scrittore,
appassionato sportivo, è rimasto sempre legato
alla sua "Amantea" ( "portava sempre nel suo
cuore i profumi e i sapori di quella terra
che amò intensamente") .
Il
virgolettato corsivo è tratto da IL MATTINO
17.05.06 |
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Ricordando...
Mario Carratelli
di Pino del Pizzo
Fra qualche
mese saranno trascorsi 25 anni dalla morte di Mario Carratelli e 20 dal suo pensionamento, ma il suo ricordo ancora
è vivo fra le persone che l'hanno conosciuto come uomo, come
professionista e come responsabile dell'Ufficio Tecnico Comunale
di Amantea per oltre trenta anni. Erano tempi in cui le
Amministrazioni riuscivano a stento a chiudere modesti bilanci
e, piuttosto che impegnare fondi per opere pubbliche, con molto
buon senso, preferivano i servizi di primaria necessità, mentre
la Città si sviluppava sotto il profilo dell'espansione edilizia
grazie alle rimesse dei nostri emigrati all'estero. Mario
Carratelli, in assenza di organici piani di fabbricazione o di
piani regolatori, spesso superato e prevaricato da interessi
politici, non cessava di ammonire quanti -a poco a poco- stavano
trasformando il nostro splendido giardino mediterraneo in un
arruffato agglomerato di viuzze e di cemento. Già quando la
passerella sul ponte S.Maria stava per cedere il posto
all'attuale ponte, il Tecnico -prevedendo il notevole sviluppo
del territorio al di là del torrente, sollecitava la creazione
di una nuova direttrice (in continuazione di Via Dogana) per
dare respiro alla zona del Campo Sportivo dove si prevedevano
altre strutture sportive e scolastiche. Per far ciò occorreva
abbattere l'ex clinica di proprietà del Colonnello Amedeo d'Inzillo che,
giustamente, chiedeva un equo compenso. A quei tempi
collaboravo alla gestione dell'impianto della stazione di
servizio BP, di proprietà di don Amedeo e molte sere ebbi modo
di assistere alle insistenti richieste di Mario (per altro
cugino del proprietario) davanti ad una tazza di tè preparata da
Antonio Critelli... e visto il calore delle discussioni mi
veniva da pensare che la bevanda più adatta sarebbe stata una
bella tazza di camomilla!
Altri tempi... altri uomini.
Sono certo che se fossero vissuti entrambi, adesso Amantea, e il
quartiere S.Maria, avrebbero una via funzionale, attrezzata e
capace di far fronte alle esigenze della popolazione... Mario
morì il 14.12.2002, ma il suo ricordo resta ancora vivo in
molti suoi concittadini, molti dei quali furono suoi alunni nei
"cantieri-scuola" con i quali si realizzarono le prime strade
interpoderali e si ammodernarono alcune vie del centro (Via
Mazzini) e nei corsi per potatori, attività che nel periodo post
bellico servirono ad alleviare la piaga della disoccupazione.
L'Associazione degli Amanteani nel mondo, che presto proporrà
una campagna per la toponomastica della città, si augura che tra
i nomi che saranno assegnati alle strade figuri anche il nome
del tecnico, magari proprio per quella strada che lui tanto
sognava e che dovrà essere necessariamente realizzata, magari
con qualche variante.
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Francesco
Musì ,
“cavaliere del mare”
di Roberto Musì
Sesto di sette figli nacque il 13
aprile 1913 da Raffaele e Rosa Suriano ad Amantea in quartiere
Calavecchia nella modesta dimora (ancora oggi esistente) di una
famiglia, orogogliosamente marinara, con ben due secoli di
documentata origine. Da tutti nomato Ciccillo o Ciccio, per quella
speciale affettuosa consuetudine, tutta meridionale, di trasformare
il nome Francesco in qualcosa di lezioso e di leggiadro, non volle,
dopo le scuole elementari, seguire l’attività del genitore e dei
fratelli maggiori, sorta di leggendaria ciurma da “padron ‘Ntoni” di
verghiana memoria. Andò a bottega di prestigiosi ebanisti locali,
dai quali apprese l’arte del lavorare il legno con risultati via via
soddisfacenti. Ancora oggi, a distanza di molti anni, possono
ammirarsi i frutti del suo lavoro in qualche casa di Amantea e del
suo circondario. Al tempo della sua giovinezza, per gli sposi
novelli, prima di mettere sù casa, era d’obbligo passare dal
falegname per il mobilio, che a seconda delle possibilità economiche
degli stessi, si sceglieva il tipo di legno e quali i pezzi da
lavorare. Ai lavori fatti su legno di castagno o noce, lui dava uno
speciale “imprinting” che aveva per caratteristiche, l’armonia delle
linee, la semplicità del gusto, l’utilità pratica.
Compiuto i ventuno anni partì per il
servizio militare che ebbe la fortuna di svolgere a due passi da
casa, nel popoloso centro lametino di Nicastro, dopo avere trascorso
un periodo di addestramento nella cittadina campana di Santa Maria
Capua a Vetere.
Questa breve parentesi costituì il
giusto prezzo che ogni giovanotto deve alla patria perché Ciccillo,
ormai “mastro” a tutti gli effetti, sente il bisogno di farsi una
famiglia perché da tempo ha messo gli occhi su di una graziosa
signorina che con lui vuole intraprendere il cammino della vita.
Il 21 marzo 1936 sposa, davanti
all’altare della Chiesa Matrice, la ventenne Rosaria Campaiola di
Gaetano e di Maria Ferrucci, del quartiere “Taverna”.
E’ il tempo delle sanzioni, l’Italia
ha bisogno del famoso “posto al sole” e per questo il Fascismo
comincia ad inseguire una politica di espansionismo coloniale che
collochi il nostro paese in una posizione di prestigio in seno alle
nazioni europee. Purtroppo è un sogno che ci costerà molto caro.
Ciccillo, come tanti giovani della sua
stessa condizione, comincia ad assaporare la possibilità di dare una
svolta al proprio destino. Parte per l’Africa Orientale, con un
regolare contratto di lavoro, proprio con la speranza di potere
cambiare la propria situazione personale. Con due figli ed uno in
arrivo, nel giugno del 1939 giunge nel porto di Massaua in Eritrea
con la nave Po e dopo qualche giorno si sposta a Gondar dove lavora
alle dipendenze di un amanteano, tale Vincenzo Bruni, titolare di un
impresa edile.
Vi resta poco
tempo perché passa poi a lavorare alla “Gondrand” famosa ditta
milanese. Il 10 giugno l’Italia entra in guerra e Ciccillo, per
tutta risposta, viene richiamato alle armi, lui che ha tre figli ed
ha già ottemperato al servizio militare di leva. Ancora una volta la
patria italiana, mai venendo meno ad una tradizione
post-risorgimentale, si manifesta per quella che è poi sempre stata
e speriamo, non lo sia in epoca prodiana, “forte con i deboli e
debole con i forti”, come diceva quel grandissimo uomo politico che
fu Pietro Nenni.
Ma Ciccillo non demorde, per lui il concetto di patria è sacro e,
credo lo pensasse con abbondanti dosi di
sana ironia. Richiamato alle armi, si presenta al Distretto Militare
di Gondar e viene assegnato al 2° Btg. Mobile Camicie Nere, destinazione Dessiè. Qui come
soldato facente parte di un Btg. d’assalto della 25° Divisione
Coloniale del gen. Guglielmo Nasi, combatte in Asmara, Addis Abeba,
Dire Daua, Debra Tabor.
Dopo la resa onorevole all’esercito di
Sua Maestà Britannica otteuta dal quel generale gentiluomo che fu
Nasi, viene fatto prigioniero dagli inglesi, proprio a Debra Tabor,
con tutto il suo reparto.
Nell’ottobre del 1941 viene internato
nel campo di concentramento di Dessiè, qualche mese dopo in quello
di Mitubiri nel Kenia, poi nel 1943 a Thika, alla periferia di
Nairobi, nel Campo n. 360 dove vi rimane fino alla liberazione,
avvenuta nell’aprile del 1946.
Il periodo di prigionia, trascorso
anche accanto a molti compaesani, è documentato da una fitta
corrispondenza con la moglie, dove tra l’altro Ciccillo registra
ogni momento della propria vita di prigioniero, che per sua fortuna
fu, tutto sommato, non proprio dura e spietata come in ben altri
teatri di guerra. Il suo pensiero costante per la moglie ed i figli,
specie quello nato in sua assenza, disegnano una vita difficile ma
in fondo con qualche granello di speranza per quell’unico sogno di
libertà, che ogni uomo nutre nelle tristi condizioni di prigioniero.
L’8 dicembre del 1946 è a casa dove
viene accolto come in trionfo, non solo per quell’affetto che di
solito viene tributato ai reduci, ma anche per quella strana
atmosfera di festa che accompagna chi ha vissuto brutte esperienze
di prigionia, uscendone poi, più o meno indenne.
Alla fine della guerra, il Paese
inizia l’opera della ripresa e così dovrà essere per il povero
Ciccillo che, di lì a poco vede aumentare la famiglia con la nascita
di un maschietto che viene a coronare il suo rientro. Eppure il suo
spirito è ancora agitato. In un’Italia flagellata dalla guerra, con
sullo sfondo lo spettro della disoccupazione, le aspettative non
sembrano essere per nulla allettanti.
Nell’aprile del 1949, mastro Ciccio,
anche la guerra lo ha ormai consacrato come tale, prende il
passaporto e, con una nave, cui forse si fa troppo onore chiamarla
tale, di nome Jagiello, salpa da Genova alla volta del lontano
Venezuela.
Fissa la sua dimora in Caracas e
qui, solo con un figlio che lo raggiunge qualche tempo dopo, mastro
Ciccio, valente artigiano, provetto ebanista, diventa don Ciccio,
sorta di istituzione dell’emigrazione calabrese, amanteana nella
fattispecie, e nello stesso tempo, padre di famiglia, fratello
maggiore, consigliere di una corte variopinta di parenti, amici e
conoscenti a cui dedicherà, pur avendo una famiglia in Italia, una
grande attenzione fino a divenirne il supporto, in qualche caso,
anche materiale di molti che rischiano di finire nel buco nero
dell’emigrazione italiana all’estero. La permanenza nel Venezuela
coprirà un intero ventennio e questo potrebbe costituire un capitolo
a parte della sua vita, fuori del suo paese e della sua famiglia,
solo di fronte ad un mondo nuovo e forse più duro degli anni di
prigionìa in Africa. I molti paesani emigrati in Venezuela e che gli
sono stati accanto, specie nei momenti in cui si finisce preda della
nostalgia vivendo lontano dai propri cari, potrebbero, con le loro
testimonianze, arricchire quel capitolo, già denso di cose e di
vicende anche straordinarie.
Di quell’esperienza conserverà sempre
un forte ricordo, si può dire che il Venezuela forse fu la cosa che
lo segnò più di tutte. Ci sarebbe rimasto ancora per un bel po’,
anche perché in Italia, dopo un breve rientro di due mesi nel 1956,
una santa donna come la moglie teneva ben salde le redini della famiglia.
Fu il figlio Rocco che,
passato negli USA dallo zio Pasquale, fratello del padre, e forte
dell’esperienza paterna provvide a fare, come si dice, un
“miracolo”.
Stabilitosi in Newark nel New Jersey,
proprio qualche giorno prima del suo matrimonio (giugno 1970),
chiamò a sé il papà dal Venezuela e la mamma dall’Italia e li
ricongiunse, dopo 17 lunghi anni, in una splendida casa a ridosso
del quartiere di Forrest Hill, dove vissero felicissimi per ben sei
anni fino al loro definitivo rientro in patria.
Tornato ad Amantea nel 1976, volle
essere accanto alla nuova attività familiare del figlio Rocco e
della famiglia della figlia Ada, nella gestione di una
Pensione-Ristorante, dove caratteristica essenziale del luogo è
stato sempre il benessere assoluto del turista, l’alto senso
dell’ospitalità, l’educato spirito dell’accoglienza.
Nei suoi ultimi tredici di vita,
trascorsi in serenità con la moglie ed i figli è stato sempre,
franco ed ironico conduttore di gioviali conversazioni, lucido
dispensatore di sani consigli e di sagge parole.
Conservò eterna gratitudine al governo
americano per la pensione che gli rimise dopo pochi anni di lavoro
e, alla sua patria che, comunque a suo modo sempre amò, non le
perdonò il totale disinteresse per gli anni spesi nella prigionìa
1941-45. Diceva scherzosamente che non voleva mica un cavalierato,
ma un segno questa patria ingrata poteva anche darglielo. Tranne il
suo rientro definitivo in patria in aereo, lui che ha attraversato i
grandi mari della terra ha, a questo punto, diritto al titolo, sia
pure simbolico, di cavaliere del mare, in mancanza d’altro.
Dal
suo mare d’Amantea, lungo le rotte del Mar Rosso nella tarda
primavera del ’39 ed il suo fortunato rientro in patria nel ’46,
alle traversate atlantiche negli anni ’50, mentre un ininterrotto
legame lo stringeva alla ciurma dei suoi fratelli marinari, la sua
dimensione umana è andata assumendo valore e significato per questa
presenza assoluta dell’acqua che conferisce, come appunto nelle
acque
prenatali, un senso alla vita ed al proprio io interiore.
Rampollo di una lunga dinastìa di lavoratori del mare, lui che da
giovane si era sempre rifiutato di fare il “marinaro”, come tutti
della famiglia, è in sostanza, attraverso il mare che ha elaborato
una sua sofferta e appassionata nozione del mondo.
Quando la morte lo colse nella
mezzanotte tra il 19 ed il 20 novembre del 1989, stroncato da un
violento attacco di cuore, anche allora volle essere se stesso, non
dimenticando che, pur di fronte all’abisso( in questo caso, delle
acque della morte) che sta per inghiottirci, si è sempre conservato
la coscienza a posto e adempiuto ad un dovere davanti a Dio e agli
uomini.
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RICORDO DI
GAETANO GIAMBRA (USA)
a cura di Vittorio
Aloe
Voglio ricordare una persona a me
ed alla mia famiglia molto cara e, non nascondo, che sono
piuttosto preoccupato
perché non so se riuscirò ad adempiere compiutamente all’ingrato
compito che mi sto assumendo nel ricordare Gaetano Giambra ed i
sentimenti di affetto, di stima ed di amicizia che ci hanno per
tanti anni legati, unitamente all’emozione che in questo momento
mi assale nel pensarlo, forse non mi consentiranno di scrivere
tutto quello che ci sarebbe da scrivere sul suo conto. Ma
voglio provarci lo stesso, perché Gaetano merita questo giusto
riconoscimento che, forse, in vita non siamo riusciti a fargli
percepire.
Ricordare i concittadini che
all’estero si sono distinti nei diversi campi in cui hanno operato,
si inserisce molto opportunamente nell’iniziativa dell’Associazione
Amanteani nel Mondo di realizzare un monumento all’Emigrante, ed il
ricordare Gaetano Giambra può essere la prima pietra per la
realizzazione di questo progetto.-
Tutto
ciò che potrò dire di lui, certamente non sarà sufficiente a far
conoscere le sue doti morali, la sua sensibilità, il suo
spirito altruistico, le sue capacità professionali, la sua
intelligenza, il suo spirito combattivo, per mezzo del quale è
riuscito a superare le avversità della vita, che lo hanno sempre
contraddistinto.
Cittadino amanteano, dopo aver
lavorato come pescatore sin da ragazzino, emigrò in Venezuela in
giovanissima età . A Caracas, con l’aiuto di uno zio, incominciò a
lavorare, adattandosi a fare ogni tipo di lavoro manuale, insieme ad
altri amanteani che con lui o prima di lui erano emigrati in
Venezuela .
Dotato di grande intelligenza e di forte temperamento, pur
lavorando, cominciò a studiare, certamente per migliorare la sua
posizione, ma studiò, anche e principalmente, per arricchire
culturalmente la sua personalità, approfondendo i suoi studi sul
Paese che lo ospitava e su tutti i Paesi latino americani.
Aveva
imparato a conoscere la loro storia, la loro letteratura, l’economia
e la musica, ed era nelle condizioni di sostenere qualsiasi
discussione, su qualsiasi argomento e con chiunque, che
avesse come riferimento quei Paesi .-
I suoi studi gli procurarono conoscenze nelle alte sfere militari
del Governo del tempo. Lavorò con un generale dell’esercito
venezuelano al quale faceva da autista e da uomo di scorta e,
continuando a studiare, conseguì il diploma di ottico prima e di
optometrista poi, avviando, nel contempo un suo negozio di ottica
nella centralissima Sabana Grande di Caracas. .
Con la caduta del Governo di Perez
Jimenez il suo lavoro, alle dipendenze del generale, finì e, pur
continuando, ancora per qualche anno, a seguirne gli interessi, si
dedicò alla sua nuova attività con grande profitto e capacità,
aprendo un nuovo negozio di ottica a Caracas.
E’ stato il riferimento economico
della sua famiglia che, nel frattempo, lo aveva raggiunto in
Venezuela .
Ma è stato anche e principalmente il riferimento per tantissimi
compaesani che vivevano in quella terra. Per ognuno di essi, che si
rivolgeva a lui per qualsiasi cosa, aveva un consiglio ed una
indicazione ben precisa su qualsiasi progetto che gli veniva
prospettato; era uno dei pochi immigrati che sapeva come muoversi
nella burocrazia venezuelana, all’interno della quale aveva molte
conoscenze, acquisite durante il precedente lavoro, e con la quale
aveva continuato a mantenere rapporti.
Sposatosi, divenne padre di tre figlie
e visse con la sua famiglia per lungo tempo a Caracas. Nonostante le
alterne di vicende di salute, che ebbero conseguenze anche di
carattere economico, assicurò alla sua famiglia una vita tranquilla
e dignitosa.
Purtroppo, un errore del chirurgo,
che lo operava su di un rene ammalato, lo privò anche del rene sano
e ad operazione ultimata si trovò privo di entrambi i reni e
conseguentemente in grandi difficoltà di salute.-
E’
stato dializzato per alcuni anni, e successivamente, dopo tutti gli
accertamenti di compatibilità, gli fu trapiantato, in una clinica
di New York, il rene di sua sorella Teresa, che lo fece rinascere.
Quando l’economia venezuelana cominciò
a registrare momenti di difficoltà, decise di trasferirsi in Italia
con tutta la famiglia, ove nel frattempo aveva realizzato il sogno
di tutti gli emigranti: l’abitazione per il ritorno in patria.-.
Aprì un negozio di ottica ad Amantea
che, però, non gli dava le giuste soddisfazioni economiche e, per
questo, riprese i rapporti con il Venezuela avviando una nuova
attività, nel campo del commercio all’ingrosso di materiale di
ottica, in società con un venezuelano che, approfittando della sua
buona fede e della sua assenza da Caracas, lo fece trovare in
situazioni economiche molto pesanti, per le quali dovette pagarne le
conseguenze .-
Decise di ritornare in Venezuela da
solo, ove fece un’altra società, questa volta con un paesano, per
esercitare, ancora una volta, il commercio all’ingrosso di materiale
ottico, nel cui settore aveva ormai acquisito una grossa esperienza,
e che dava concrete soddisfazioni economiche .
Nonostante
la sua salute cagionevole, rientrava in Italia almeno due/tre volte
all’anno, per motivi commerciali, ma anche per stare con la sua
famiglia e, con l’occasione, per fare gli accertamenti medici
necessari sul suo stato di salute e curarsi, se necessario .-
Il 22 dicembre del 1999, doveva
imbarcarsi all’Aeroporto di La Guaira di Caracas per rientrare in
Italia e restare con la sua famiglia durante le feste di Natale. Ma
un fortissimo nubifragio, che si abbatté su Caracas e sulle zone
circostanti, durò diversi giorni e provocò danni immensi tanto
da isolare lo stesso aeroporto di Caracas, con la conseguenza che
tutti i voli programmati furono sospesi. Anche il volo di Gaetano fu
sospeso ed il viaggio programmato non si fece e lui rimase bloccato
a Caracas per sempre, aspettando che i collegamenti
internazionali si riprendessero per fare quel viaggio in Italia, già
programmato alla vigilia di Natale .-
Purtroppo, un malore lo colpì improvvisamente, fu ricoverato in una
clinica di Caracas, ove morì il 29 gennaio 2000 .
Chissà, se il volo del 22.12.1999 lo
avesse portato in Italia, forse Gaetano sarebbe ancora con noi. Per
uno strano gioco del destino, però, l’aereo rimase a terra e
Gaetano, strappato agli affetti terreni dei suoi cari e dei suoi
amici, il suo viaggio in patria lo fece successivamente rinchiuso in
una teca .
Per
sua volontà fu cremato e le sue ceneri, oggi, riposano per sempre
nel cimitero di Amantea .
Non so se sono riuscito a ricordare
compiutamente, ed a far ricordare a tanti amici e paesani che lo
hanno conosciuto, la figura di Gaetano che per tanti di noi continua
a rimanere il punto di riferimento per il coraggio dimostrato
nell’affrontare le tante avversità che la vita gli ha messo sul suo
cammino.
Spero solo che questo mio profilo in
ricordo di Gaetano possa rendergli merito per tutto quello che lui
ha fatto in vita, sia in terra straniera che nella sua terra natia,
non solo, ma possa rendergli merito anche e principalmente per i
tanti pregi di carattere morale, culturale e comportamentale da lui
espressi e che ne hanno caratterizzato la sua breve esistenza
terrena.
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Pietro Perna
L’uomo che mise in panchina il grande Mike
di Pino Del Pizzo
La bobina del registratore, nell’improvviso silenzio,
raccoglie solo il rumore del traffico della vicina Via
Baldacchini.
Pietro tace, mentre nella sua mente si
affollano, si accavallano e si rincorrono immagini,
sogni, speranze, delusioni, in un crogiuolo di ricordi
che la nostra intervista ha scatenato e fatto rivivere…
- Un’ultima domanda, prima
di finire questa chiacchierata.
Delle tante cose che hai
fatto nella tua vita, quale esperienza rivivresti con
piacere?
–Non c’è bisogno di alcuna riflessione. I
suoi occhi azzurri brillano e sul viso si apre un
sorriso mentre senza esitazione risponde:
- Rifarei il “Lido Azzurro” … organizzerei feste da
ballo. -
“L’Italia era da poco uscita dalla
guerra, non c’erano molti soldi, ma ognuno sentiva il
desiderio di buttarsi alle spalle i tristi ricordi, le
paure, i sacrifici e gli stenti.
Stava per iniziare il famoso periodo del
“miracolo economico”
ed un imprenditore non poteva farsi sfuggire
l’occasione.
Dopo le diverse esperienze di lavoro
(falegnameria, mobilificio, cinema all’aperto e saletta
cinematografica al chiuso, bar, ecc.) insieme a mio
fratello Antonio, sfruttando la materia prima che
avevamo in abbondanza, sulla porzione di spiaggia
prospiciente lo sbocco a mare di Via Margherita,
costruimmo il primo stabilimento balneare della nostra
Città.
“La
Rotonda”, era una struttura a palafitta tutta in
legno, fatta con gusto e scelta degli spazi, capace di
ospitare dalle dieci alle quindici cabine, essenziali
servizi igienici, una pista da ballo ed un piccolo bar.
Amantea, in quei tempi frequentata e
ricercata località balneare del Tirreno Cosentino,
trasse maggiore splendore nel panorama turistico
regionale dal nostro locale che divenne, ben presto, un
luogo di ritrovo famoso e rinomato dove, oltre
all’ascolto di una buona musica, si poteva usufruire di
un accurato e ben organizzato servizio.
Il successo del locale e la serietà della
gestione attirarono numerosi big dello spettacolo,
cantanti, orchestre, complessi, presentatori, ma anche
artisti meno noti che poi
trassero abbrivio alle loro
fortune proprio dalle assi della rotonda battezzata
successivamente col nome “Lido azzurro”.
Mino Reitano ancora oggi ricorda
con affetto Amantea e la “Rotonda” dove il suo complesso
era quasi ospite fisso.
Ma il periodo di maggior splendore è
quello che va dagli inizi degli anni ’60 alla metà degli
anni ’70 quando riuscii ad avere le esibizioni di
celebrità come Nada, Marcella Bella, i
Camaleonti, Massimo Ranieri, Umberto Bindi,
Raffaella Carrà, Germana
Caroli con l’0rchestra
Fenati, Pippo Baudo (finale di Miss
Calabria), Mike Buongiorno (finale Miss
Eleganza), Daniele Piombi ed altri che non riesco
più a ricordare.
E ogni festa raccoglieva intorno allo
stabilimento migliaia di persone che prima si
accalcavano per poter vedere da vicino le star dello
spettacolo, e che, poi, si accampavano sulla spiaggia
per ascoltare la musica ed i cantanti fino alle prime
luci dell’alba.
Ricordo che quando venne Nada,
fresca del successo al festival di S. Remo con la
canzone “Ma che freddo
fa”, fui costretto a prenderla in braccio per
portarla nel locale sottraendola all’abbraccio della
folla, così pure come dovetti fare con Marcella
che fu ospite a casa mia prima dell’inizio dello
spettacolo…
Ma il mare non ci fu mai amico.
Noi costruivamo la rotonda nella tarda
primavera, ma d’estate – quasi ogni anno - improvvise
mareggiate danneggiavano la struttura costringendoci a
lavori di riparazione proprio nel periodo di maggiore
attività. Così decidemmo di costruire lo stabilimento in
cemento …ma con i risultati che tutti sanno.
Ora sono stanco, anche se ne avessi la
voglia non avrei più la forza di ricominciare né la
pazienza per
gestire tante persone e tante esigenze
diverse…
Ricordo un episodio particolare avvenuto
in occasione della serata presentata da Mike
Buongiorno.
Tutti volevano l’autografo e il
presentatore per accontentare i suoi fans mi creava una
grande confusione e un grande scompiglio fra i tavoli
ancor prima che incominciasse lo spettacolo.
Fui costretto ad invitarlo a sedersi ad
un tavolo situato in un angolo appartato, lontano dal
pubblico, con la preghiera di non farsi vedere in giro
per il locale prima del suo debutto.
In fondo io pagavo, e il grande Mike
dovette “abbozzare”...
e accomodarsi in panchina!”
Pietro sorride, poi – improvvisamente - tace.
Il brano è tratto da una
conversazione/intervista registrata in voce nel giugno
2002.
Le foto sono state gentilmente concesse dal Sig. Pietro
Perna.
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Ninuccio
De Luca
con la sua scomparsa,la nostra comunità si impoverisce per la
scomparsa di uno dei suoi elementi migliori |
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L'avevo
incontrato solo poche sere prima e ci eravamo confortati a vicenda
circa le nostre disavventure legate ai disturbi cardiaci cui eravamo
andati incontro negli ultimi anni. Ninuccio era entusiasta per
il successo avuto dagli "Amanteaninelmondo" per il passo avanti
fatto nel progetto di realizzare l'angolo della memoria e si era
detto disponibile ad offrire la sua collaborazione, come del resto
faceva da anni inviandomi alcuni suoi scritti e foto da pubblicare
su questo sito. Nulla faceva presagire l'ingrato destino che
pochi giorni dopo ha fatto cessare di battere il suo generoso cuore...
Mi sono sentito più solo, come uomo e come
webmaster, perché ho perduto un amico e la nostra comunità si
impoverisce per la scomparsa di uno dei suoi elementi migliori. A
distanza di un anno posso affermare che il suo ricordo vivrà fra di noi che
continueremo a ricordarti attraverso le immagini che ci hai dato e che noi ci proponiamo di regalare, come avresti fatto tu stesso, a tutti gli amici -specie a quelli più lontani- perché la tua voglia di donare possa sopravvivere e darci
l'illusione che tu sia ancora fra noi.
o
Nino De Luca è stato un grande
sportivo, ma soprattutto un appassionato di calcio ed uno dei
protagonisti della rinascita dell'A.C.Amantea dopo il secondo
conflitto mondiale. Uomo giusto, sereno e pacato, buon padre di
famiglia e marito affettuoso, ha sempre amato la sua città della
quale serbava l'immagine più genuina nella quale la lealtà,
l'amicizia e la solidarietà erano gli ingredienti sostanziali della
vita di ogni giorno. Una città che continuava ad amare, nonostante
le trasformazioni dei luoghi e dei costumi, e che cercava di
riscoprire e narrare attraverso le immagini della sua fotocamera per
inviarle agli amici lontani. Una sua raccolta di foto, ed altre che
ci saranno gentilmente concesse dalla sua famiglia, entreranno di
diritto a far parte del materiale col quale cercheremo di realizzare
la mediateca del ricordo appena l'Associazione avrà una sede sicura
e degna di ospitarla.
Pino Del Pizzo |
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"Non v'é tramonto, finché c'è il
ricordo" |
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