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05-01-12
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La Storia di Vincenzo Segreti
«Rutilio Cavallo U.J.D. della città di Amantea, per molta devozione, che ha sempre portato, ed al presente porta al Beato Serafico S. Francesco d'Assisi, ed in particolare alla Venerabile Religione dei frati Cappuccini, ha più volte nell'animo suo fermamente risoluto di erigere e costruire completamente a sue spese, a gloria del nostro Signore Iddio, della Beatissima Vergine e di detto Santo, un Monastero di detti Frati in detta città. A tale scopo il 13 settembre 1607 spontaneamente e liberamente fa donazione irrevocabile, per sé e per gli eredi, di mille ducati affinché i detti frati possano subito costruirsi il convento in Amantea. Inoltre, passato il primo anno, per sé e per gli eredi, saranno consegnati, per la stessa finalità, duecento ducati ogni anno per la durata didieci anni, volendo pensare a tutto: dalla compera del terreno, all'arredamento completo del convento e della chiesa. E se tutto questo denaro non bastasse, esso dante si obbliga, per sé e per gli altri eredi, di continuare il versamento annuale di duecento ducati, oltre i dieci anni stabiliti, fino al completamento definitivo come sopra. Al contrario, se il denaro superasse, il donante stabilisce che l'eccedenza resti a lui o ai suoi eredi». Nel 1614, quando era stata già avviata l'attività monastica, i lavori andavano a rilento per il rifiuto degli eredi di Rutilio Cavallo, passato a miglior vita, di concedere altre sovvenzioni. Solo grazie alla mediazione di padre Gianfranco, Visitatore Generale della Provincia Monastica, i religiosi ottennero «quattromila ducati in un'unica soluzione». I lavori ripresero, ma non furono completati, perché la somma elargita si rivelò insufficiente, anche se si ipotizza dalla data del 1616, scolpita sull'architrave dell'ingresso della chiesa, che l'edificazione del complesso fosse a buon punto.
Ad un'ulteriore richiesta di
finanziamenti, in base alla volontà testamentaria del donatore, i
Cavallo si opposero con il pretesto che «i
frativolessero costruire un fortilizio e non un convento», in
dispregio della regola della santa povertà.
La controversia fu appianata dalla Santa
Sede tramite le bolle di Gregorio XV del 31
marzo 1621 e di Urbano VIII del 2
luglio 163l. «Mutius Caballus / D.O.M. / Templum cum coenobio Rutilii / Caballi Patrit. Amant. Pietas suo / aere fundari iussit A. MDCVII / Explevere aeredes A.D. MDCLXXXXVII».
Nel descrivere lo stato del convento, la «Relazione» di padre
Bonaventura da Scigliano aggiunge
altre importanti notizie.
Nel solco della tradizione, che, per la
presenza delle tre famiglie francescane, aveva diffuso ad Amantea la
devozione del Poverello d'Assisi, i Cappuccini contribuirono ad elevare
il tono religioso e sociale degli Amanteani, proponendo una «nuova»
vita, conforme all'Evangelo, fondata sui valori etici, sull'amore
fraterno, sull'umiltà, sull'obbligo del lavoro, sul
A differenza di altri ordini, dotati di cospicue rendite, la comunità cappuccina, il cui organico non variò molto nel tempo, viveva gramamente con i proventi di modeste questue e gli scarsi prodotti dell'orto, coltivato con amore e passione. Secondo la consuetudine, il convento ospitò numerosi pellegrini e religiosi, fra i quali risulta il beato Angelo d'Acri, un santo cappuccino, che svolse ad Amantea nel 1720 e nel 1727 missioni e quaresimali. Nel corso delle sue visite compì miracoli, guarigioni ed, in estasi mistica, diede luogo a fenomeni di bilocazione e di levitazione. Con umiltà, in una disputa con l'erudito Filippo Aurati, confutò il razionalismo di Cartesio, contrapponendo all'arroganza dell'interlocutore la parola del Signore e il perdono. Promosse anche una profonda opera di pacificazione «fra la Chiesa parrocchiale... e la famiglia dei Padri Osservanti» in aspro contrasto fra loro per il diritto di precedenza «nell'esposizione del Venerabile nella Domenica delle Palme», con grande sollievo per i «litiganti» e la cittadinanza. Nel 1807, dopo la resa di Amantea alle milizie napoleoniche, a spogliare il convento degli oggetti preziosi non furono i soliti briganti o i Francesi, bensì lo stesso padre guardiano Michelangiolo da S. Pietro che, sotto l'incubo della soppressione, si portò via in Sicilia arredi sacri ed argenti, costringendo i frati a chiedere in prestito al parroco del luogo un calice per la celebrazione della Messa. Il convento fu abbandonato da tutti gli altri religiosi con la soppressione del 10 gennaio 1811. La liquidazione e la conseguente vendita dei beni ecclesiastici, prevista dalla legge murattiana, consentì ai Cavallo, nel 1812, di acquistare dal «Real Demanio» l'edificio e l'ubertoso giardino circostante. Fu quasi una «rivalsa» nei confronti dei Cappuccini, che, avendo perseguito con impegno la costruzione del convento, avevano ridimensionato l'asse ereditario dell'aristocratica famiglia. D'allora il convento e l'orto rimasero di proprietà privata, mentre la chiesa divenne parrocchia del clero secolare con la denominazione di S. Maria la Pinta e Campana. Nel 1913, la famiglia Bruni comprò dai Cavallo la casa francescana e il giardino. La chiesa, nel 1964, dalla diocesi tropeana passò a quella di Cosenza, che ne ha il possesso. Per il passato, i Cappuccini, invocati con affetto e stima dal popolo, espressero solo a parole, per difficoltà economiche ed organizzative, il desiderio di ritornare nella loro sede naturale; ma è presumibile che, anche di fronte a una richiesta ufficiale di vendita, i proprietari, i quali, fra l'altro, avevano fittato i locali del convento ad alcune famiglie, consapevoli del valore dell'edificio e del terreno, difficilmente li avrebbero ceduti. D'altronde, l'insensibilità delle amministrazioni comunali e la gelosia della parte più retriva del clero locale, negli anni ’50, impedì che una missione dei Cappuccini, che tanto bene materiale e spirituale aveva arrecato alla popolazione, si fermasse più a lungo nella città, nella prospettiva che i frati venissero accolti nel convento di S. Bernardino di proprietà comunale. Purtroppo, il nome dei Cappuccini resta solo nel ricordo della toponomastica del popoloso quartiere del centro urbano, dove sorge il complesso monastico. Alcuni padri del convento amanteano o nativi della città tirrenica si distinsero per le loro elette virtù. Domenico da Paola (Carlo d'Alessio), nipote di S. Francesco da Paola, aveva doti di taumaturgo e di preveggenza. Infatti, egli previde a Vittoria Cozza la liberazione del marito Matteo Montoya, castellano di Amantea, che era stato imprigionato nel castello di Cosenza e condannato a morte dal tribunale spagnolo per non avere voluto consegnare la città a G.B. Ravaschieri, opponendosi con le armi.
Serafino Policicchio da
S. Pietro in Amantea, pio religioso e benemerito padre provinciale nel 1775,
fu vicario generale di diversi
Angelo Maria da Amantea fu quaresimalista e lettore di grande eloquenza e dottrina. Dopo essere stato guardiano in vari conventi, si spense a Nocera Terinese nel 1813. Sull'esempio dei Cappuccini, anche numerosi parroci, che subentrarono nell'apostolato, hanno lasciato una traccia indelebile del loro ministero. Fra essi si menzionano don Giuseppe Arlia, un colto e pio pastore di anime, attivo nei primi decenni del ’900; don Giuseppe De Bella, un intellettuale progressista, che, nel secondo dopoguerra, animò la vita religiosa e socioculturale di Amantea ed istituì corsi scolastici d'istruzione superiore;don Giulio Spada (scomparso nel 1985), un ex missionario orionino, un mistico, che dedicò la sua intemerata vita al Signore e ad opere di bene, risollevando le sorti religiose e morali della città. (...) (da “I Cappuccini di Amantea - La confraternita dell'Immacolata - Storia e religiosità in Calabria”, Calabria Letteraria Editrice)
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Ultimo aggiornamento: 02-06-11