|
La
Storia
di Vincenzo Segreti
La chiesa-convento dei Cappuccini fu fondata
nel 1607, sotto il titolo di
S. Maria di
Porto Salvo, alle pendici della collinetta Alimena, su un
terreno del nobile Rutilio Cavallo, secondo le seguenti
disposizioni testamentarie:
«Rutilio Cavallo U.J.D. della città di Amantea, per molta
devozione, che ha sempre portato, ed al presente porta al Beato
Serafico S. Francesco d'Assisi, ed in particolare alla
Venerabile Religione dei frati Cappuccini, ha più volte
nell'animo suo fermamente risoluto di erigere e costruire
completamente a sue spese, a gloria del nostro Signore Iddio,
della Beatissima Vergine e di detto Santo, un Monastero di detti
Frati in detta città.
A tale scopo il 13 settembre 1607 spontaneamente e
liberamente fa donazione irrevocabile, per sé e per gli eredi,
di mille ducati affinché i detti frati possano subito costruirsi
il convento in Amantea.
Inoltre, passato il primo anno, per sé e per gli eredi,
saranno consegnati, per la stessa finalità, duecento ducati ogni
anno per la durata di dieci anni, volendo pensare a tutto: dalla
compera del terreno, all'arredamento completo del convento e
della chiesa.
E se tutto questo denaro non bastasse, esso dante si obbliga,
per sé e per gli altri eredi, di continuare il versamento
annuale di duecento ducati, oltre i dieci anni stabiliti, fino
al completamento definitivo come sopra. Al contrario, se il
denaro superasse, il donante stabilisce che l'eccedenza resti a
lui o ai suoi eredi».
Nel 1614, quando era stata già avviata
l'attività monastica, i lavori andavano a rilento per il rifiuto
degli eredi di Rutilio Cavallo, passato a miglior vita, di
concedere altre sovvenzioni. Solo grazie alla mediazione di
padre Gianfranco, Visitatore Generale della Provincia
Monastica, i religiosi ottennero «quattromila ducati in
un'unica soluzione».
I lavori ripresero, ma non furono completati,
perché la somma elargita si rivelò insufficiente, anche se si
ipotizza dalla data del 1616, scolpita sull'architrave
dell'ingresso della chiesa, che l'edificazione del complesso
fosse a buon punto.
Ad un'ulteriore richiesta di finanziamenti, in
base alla volontà testamentaria del donatore, i Cavallo si
opposero con il pretesto che «i frati volessero costruire un
fortilizio e non un convento», in dispregio della regola
della santa povertà. I Cappuccini si difesero, sostenendo che i
fondi invocati non solo servivano per costruire
il pozzo del chiostro, per recintare il giardino e per dotare la fabbrica
delle suppellettili necessarie e degli arredi sacri, ma
essenzialmente per edificare un adeguato numero di celle per
accogliere i numerosi padri di passaggio, che facevano sosta
obbligata ad Amantea, stazione di arrivo e di partenza per i
viaggiatori. Proprio, in prossimità del convento, esisteva un
approdo, come si vede in una nota xilografia settecentesca di
Amantea del geografo napoletano G.B. Pacichelli.
La controversia fu appianata dalla Santa Sede
tramite le bolle di Gregorio XV del 31 marzo 1621
e di Urbano VIII del 2 luglio 163l. Per ottenere
le somme, fu concesso a Muzio Cavallo di apporre sulla
costruzione lo stemma gentilizio della famiglia e di erigere una
cappella funeraria contigua alla chiesa. E così, all'entrata
della navata minore della chiesa, una lapide, recante l'emblema
dei Cavallo, ricorda le date della fabbrica, la volontà di
Rutilio di fondare la casa conventuale e notizia del
completamento dell'edificio da parte dei discendenti del
patrizio amanteano, con la seguente iscrizione latina:
«Mutius Caballus / D.O.M. / Templum cum
coenobio Rutilii / Caballi Patrit. Amant. Pietas suo / aere
fundari iussit A. MDCVII / Explevere aeredes A.D. MDCLXXXXVII».
Nel descrivere lo stato del convento, la
«Relazione» di padre Bonaventura da Scigliano
aggiunge altre importanti notizie.
Eccone il testo completo: «Il convento dei Frati Minori Cappuccini della
città de l'Amantea, della provincia di Cosenza, situato fuori di
detta città, diocesi di Tropea, in luogo aperto sopra parte
della strada pubblica dodici passi in circa, et della Città un
mezzo miglio in circa, fu fondato l'anno 1607 col consenso
dell'Ordinario Diocesano all'istanza di detta Città et in
particolare del quondam Rutilio Cavallo, ha fabbricato detto
convento a sue spese et eretto secondo la povera forma
Cappuccina con celle numero diciassette. Ha la Chiesa sotto il titolo et invocazione di
Santa Maria di Porto Salvo. Il detto convento, oltre l'horto contiguo che
è della Sede Apostolica, come è pure il medesimo convento, non
possiede entrate perpetue né temporali, né altra proprietà di
beni stabili. Vi habitano di famiglia Sacerdoti numero
cinque; laici professi numero quattro et un inserviente. Non ha detto convento debiti di sorte alcuna,
né annui né temporali.»
Nel solco della tradizione, che, per la
presenza delle tre famiglie francescane, aveva diffuso ad
Amantea la devozione del Poverello d'Assisi, i Cappuccini
contribuirono ad elevare il tono religioso e sociale degli
Amanteani, proponendo una «nuova» vita, conforme all'Evangelo,
fondata sui valori etici, sull'amore fraterno, sull'umiltà,
sull'obbligo del lavoro, sul rispetto della natura.
A differenza di altri ordini, dotati di
cospicue rendite, la comunità cappuccina, il cui organico non
variò molto nel tempo, viveva gramamente con i proventi di
modeste questue e gli scarsi prodotti
dell'orto, coltivato con
amore e passione.
Secondo la consuetudine, il convento ospitò
numerosi pellegrini e religiosi, fra i quali risulta il beato
Angelo d'Acri, un santo cappuccino, che svolse ad Amantea
nel 1720 e nel 1727 missioni e quaresimali.
Nel corso delle sue visite compì miracoli,
guarigioni ed, in estasi mistica, diede luogo a fenomeni di
bilocazione e di levitazione.
Con umiltà, in una disputa con l'erudito
Filippo Aurati, confutò il
razionalismo di Cartesio,
contrapponendo all'arroganza dell'interlocutore la parola del
Signore e il perdono. Promosse anche una profonda opera di
pacificazione «fra la Chiesa parrocchiale... e la famiglia
dei Padri Osservanti» in aspro contrasto fra loro per il
diritto di precedenza «nell'esposizione del Venerabile nella
Domenica delle Palme», con grande sollievo per i «litiganti»
e la cittadinanza.
Nel 1807, dopo la
resa di Amantea alle milizie napoleoniche, a spogliare il
convento degli oggetti preziosi non furono i soliti briganti o i
Francesi, bensì lo stesso padre guardiano Michelangiolo da
S. Pietro che, sotto l'incubo della soppressione, si portò
via in Sicilia arredi sacri ed argenti, costringendo i frati a
chiedere in prestito al parroco del luogo un calice per la
celebrazione della Messa.
Il convento fu abbandonato da tutti gli altri
religiosi con la soppressione del 10 gennaio 1811.
La liquidazione e la conseguente vendita dei
beni ecclesiastici, prevista dalla legge murattiana, consentì ai
Cavallo, nel 1812, di acquistare dal «Real Demanio»
l'edificio e l'ubertoso giardino circostante. Fu quasi una
«rivalsa» nei confronti dei Cappuccini, che, avendo
perseguito con impegno la costruzione del convento, avevano
ridimensionato l'asse ereditario dell'aristocratica famiglia.
D'allora il convento e l'orto rimasero di
proprietà privata, mentre la chiesa divenne parrocchia
del clero secolare con la denominazione di
S. Maria la
Pinta e Campana.
Nel 1913, la famiglia Bruni
comprò dai Cavallo la casa francescana e il giardino. La chiesa,
nel 1964, dalla diocesi tropeana passò a quella di
Cosenza, che ne ha il possesso.
Per il passato, i Cappuccini, invocati con
affetto e stima dal popolo, espressero solo a parole, per
difficoltà economiche ed organizzative, il desiderio di
ritornare nella loro sede naturale; ma è presumibile che, anche
di fronte a una richiesta ufficiale di vendita, i proprietari, i
quali, fra l'altro, avevano fittato i locali del convento ad
alcune famiglie, consapevoli del valore dell'edificio e del
terreno, difficilmente li avrebbero ceduti.
D'altronde, l'insensibilità delle
amministrazioni comunali e la gelosia della parte più retriva
del clero locale, negli anni ’50, impedì che una missione
dei Cappuccini, che tanto bene materiale e spirituale aveva
arrecato alla popolazione, si fermasse più a lungo nella città,
nella prospettiva che i frati venissero accolti nel convento di
S. Bernardino di proprietà comunale.
Purtroppo, il nome dei Cappuccini resta solo
nel ricordo della toponomastica del popoloso quartiere del
centro urbano, dove sorge il complesso monastico.
Alcuni padri del convento amanteano o nativi
della città tirrenica si distinsero per le loro elette virtù.
Domenico da Paola (Carlo d'Alessio),
nipote di S. Francesco da Paola, aveva doti di taumaturgo e di
preveggenza. Infatti, egli previde a Vittoria Cozza la
liberazione del marito Matteo Montoya, castellano di
Amantea, che era stato imprigionato nel castello di Cosenza e
condannato a morte dal tribunale spagnolo per non avere voluto
consegnare la città a G.B. Ravaschieri, opponendosi con
le
armi.
Serafino Policicchio da S. Pietro in
Amantea, pio religioso e benemerito padre provinciale nel
1775, fu vicario generale di diversi vescovi e visse a lungo
a Montecassino. Nel 1794, diresse il convento di Rogliano,
morì ad Acri nel 1801.
Angelo Maria da Amantea fu
quaresimalista e lettore di grande eloquenza e dottrina. Dopo
essere stato guardiano in vari conventi, si spense a Nocera
Terinese nel 1813.
Sull'esempio dei Cappuccini, anche numerosi
parroci, che subentrarono nell'apostolato, hanno lasciato una
traccia indelebile del loro ministero. Fra essi si menzionano
don Giuseppe Arlia, un colto e pio pastore di anime, attivo
nei primi decenni del ’900; don Giuseppe De Bella,
un intellettuale progressista, che, nel secondo dopoguerra,
animò la vita religiosa e socioculturale di Amantea ed istituì
corsi scolastici d'istruzione superiore;
don Giulio
Spada (scomparso nel 1985), un ex
missionario orionino, un mistico, che dedicò la sua intemerata
vita al Signore e ad opere di bene, risollevando le sorti
religiose e morali della città. (...)
(da “I Cappuccini di Amantea - La
confraternita dell'Immacolata - Storia e religiosità in
Calabria”, Calabria Letteraria Editrice)
|