AMANTEA                              05-01-12

 

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Giuseppe Brusco

 

Tra la fine degli anni '50 e gli inizi degli anni'60, con penuria di mezzi e tanta buona volontà,  l'eclettico e valido  falegname Giuseppe Brusco (nella foto a fianco),costruì i primi carri allegorici e organizzò le prime sfilate.
Qualche anno dopo la scomparsa dell'artigiano, Rocco Politano (Roky Balboa) tentò di far rivivere la manifestazione, ma i suoi generosi tentativi non ebbero l'effetto desiderato.
La sfilata, arricchita di manifestazioni collaterali, fu ripresa, più tardi, dal "Comitato Carnevale"Giuseppe Brusco" e, per alcuni anni,la manifestazione divenne una delle più importanti della regione.
Purtroppo, per contrasti sorti fra il Comitato e l'Associazione dei "Carristi", le ultime edizioni hanno segnato un netto declino, reso irreversibile per l'inconciliabilità delle posizioni delle parti.

 

PICCOLA STORIA DEL CARNEVALE DI AMANTEA

Le prime notizie del carnevale di Amantea risalgono al 1635 quando, come si legge in un documento d’epoca, il mastrogiurato fu costretto ad intervenire con gli armati per sedare una gigantesca rissa.

Nei secoli XVIII e XIX sulla festa in piazza si imposero i balli in maschera che la nobiltà e la borghesia organizzavano nei loro palazzi per distinguersi dalla “forsennata plebaglia”.

Ritornata manifestazione popolare, agli inizi del Novecento, il Carnevale, durante il ventennio fascista, si celebrava in tono minore per ragioni di sicurezza e per la mancanza di libertà di espressione che non consentiva la satira di costume, specie nei confronti dei gerarchi e del clero.

Nel dopoguerra la manifestazione crebbe qualitativamente con la storica sfilata del 1953.

  Da allora in poi, per iniziativa di un gruppo di artigiani e studenti, si potenziò la rappresentazione delle farse, dei canti e delle danze popolari, si introdussero nel corteo dei “mascherati” i carri e, negli anni ’70 si migliorò l’apparato scenografico ed artistico.

Si arrivò, così, alla costituzione, come organizzatore unico, del Comitato Carnevale Città di Amantea, intitolato alla memoria di Giuseppe Brusco, un falegname, ingegnoso ideatore e costruttore di carri.

Nata da una cultura marinara e contadina di sussistenza, la settimana grassa amanteana si compendiava, negli ultimi tre giorni (duminica, luni e marti) nel corso dei quali si sospendeva ogni lavoro per dedicarsi ai divertimenti e alle grandi abbuffate. 

Tutti gli scherzi erano leciti e chi non li accettava veniva imbrattato di fuliggine e ridicolizzato dalle maschere.

Inoltre, il Carnevale diveniva spettacolo pubblico mostrando evidenti analogie con la “Commedia dell’arte” e le pasquinate romane per i costumi, le satire a “canovaccio” e i canti salaci.

  Il Re della sfilata, naturalmente era “Carnulevari”, impersonificato da un omone grosso e vorace, accompagnato da “Corajisima”, una donna magra, isterica e contraddittoria, che desiderava la morte del marito come una liberazione, ma che poi ne piangeva con disperazione la morte.

Le più significative maschere, che prendevano in giro i ceti benestanti, le cariche pubbliche e le professioni, raffiguravano “ ’u baruni”, “ ’u miedicu”, “l’avucatu”, “ ’u nutaru”, “ ’u sinnacu”, “ ’u prieviti”.

Fra le maschere popolari, che impersonavano la malizia, l’allegria, la lussuria, l’ipocrisia, l’astuzia, l’ingenuità, la vanagloria, “ ’u coscinuotu”, “ ’a pacchiana”, “ ’u Jaccheru”, “ ’u tavernaru”, “ ’u politicu” e il classico Jugale.

Una particolarità erano i gruppi carnascialeschi che davano una ridicola testimonianza delle classi egemoni (aristocrazia, borghesia) e una descrizione realistica dei ceti subalterni (contadini, pescatori), sottolineandone le differenze socioeconomiche.

Ad aprire e a chiudere il corteo erano “i fratelli”, incappucciati in camici bianchi, ora anonimi Pulcinella, ora paurosi fantasmi.

Tutti questi personaggi erano rappresentati da uomini: le donne apparvero alla ribalta solo dopo la seconda guerra mondiale per la loro tardiva emancipazione, dando maggiore credibilità ai personaggi femminili.

Ma accadeva, ed accade spesso l’inversione dei ruoli, per provare le emozioni del sesso diverso e per rendere più buffa e movimentata la scena.

Prima dell’avvento della motorizzazione, le maschere, divise in gruppi di quartiere, giravano per le vie a piedi o sui carri, trainati da buoi o da muli, e su carrette, spinte a mano; veicoli variopinti ed addobbati alla meglio.

Il martedì grasso fra i rioni si svolgeva lo spettacolo. Alle danze, ai canti con accompagnamento di una stonata fanfara seguivano scenette, strofette, basate sull’abilità mimica e la facile battuta, che mettevano alla berlina i maggiorenti, manifestavano momenti di felicità di fronte alle amarezze della vita, esortavano alla crapula, esprimevano il desiderio di libertà e di benessere, reagivano ai soprusi dei potenti. 

Fra gli autori di queste pungenti satire e parodie si menzionano Francesco Mileti, versatile poeta, e Antonio Gagliardi, abile “capocomico”.

Le cronache del tempo riferiscono che non di rado seguiva una versione della farsa ottocentesca in ottave di Costantino Jaccino da Celico “Lu testamientu di Carnalevaru”, un vero inno alla filosofia epicurea, che Carnaluvari lascia in eredità ai posteri.

Ora il testimone è stato raccolto dal commediografo Salvatore Sciandra, autore di un’esilarante commedia “A frittata ’i Carnulevari”, messa in scena dalla locale compagnia del Piccolo Teatro Popolare “il Coviello”.

La festa terminava con il funerale di Carnulevari, scoppiato per aver ingurgitato troppo vino e cibo, nonostante l’assistenza di grotteschi medici.

A mezzanotte, un enorme fantoccio delle stesse fattezze veniva dato alle fiamme fra gli schiamazzi della popolazione.

Così si chiudeva il ciclo della gozzoviglia e si apriva il periodo penitenziale della Quaresima.

 Questa, sotto la forma di una donna pupazzo, velata di nero, e adorna di sette piume di gallo, che anche in molti altri paesi della regione veniva esposta sulle finestre e sui balconi, come segno di espiazione.

Sotto il profilo culinario calabrese, il Carnevale mantiene l’antico rituale della carne di maiale. Ancora si consumano i tipici salumi ed altri prodotti del suino. Ma il piatto più importante è la frittata confezionata con i vermicelli, salciccia, uova e la “resamoglia” (i saporiti residui del grasso cotto del maiale) mentre è d’obbligo il vino rosso.

Se, una volta, durante la settimana grassa i poveri potevano soddisfarsi di cibo e di vivande, raggranellare qualche soldo a spese della comunità, ancora oggi, malgrado l’imperante individualismo, resta cordiale l’accoglienza che le maschere ricevono nelle case.

Nessuno ha mai rifiutato cibo e denaro perché, secondo la credenza, colui che respinge questi ospiti apportatori di gioia e buone nuove, andrà incontro a disgrazie e malanni.

Vincenzo Segreti (riduzione)

 

Correva l'anno 1967.... e nasceva

IL CARNEVALE

di

MASTRO PEPPINO BRUSCO  

Il bar Curcio, in Piazza Cappuccini, era per tutti quelli che abitavamo nei paraggi, e per tanti altri, un punto preferito di ritrovo e di riferimento. La partita a carte, il caffè, la birra o il gelato che si era soliti consumare, molte volte erano solamente pretesti per incontrarci e trascorrervi parte del tempo libero a discutere e socializzare.
Erano trascorse tutte le feste natalizie e di capodanno, la prossima era quella di carnevale e si argomentò sullo svolgimento di questa festa negli anni precedenti in bene e in male. Il signor Giuseppe Brusco, meglio conosciuto con il nome di “Mastro Peppe il falegname”, aveva un sogno nel cassetto e una idea fissa nel suo cuore: realizzare la costruzione dei carri allegorici.
In segreto, mi fece questa confidenza.
Me ne fece un'altra: aveva investito tutti i suoi averi nell'acquisto e costruzione del rustico di ciò che stava per essere la sua nuova fabbrica di mobili.
L'aveva già inaugurata con una magnifica festa alla quale aveva partecipato uno dei più potenti uomini politici della DC, al quale procurava in ogni competizione elettorale una quantità rilevante di voti e gli aveva promesso il suo aiuto per fargli avere un mutuo dallo Stato servendosi delle leggi vigenti
Promesse che furono disattese e servirono solamente a rendere più difficoltose le condizioni economiche di Mastro Peppe.
Tuttavia non demorse. Era un grande sognatore e mi assicurò che, in ogni modo, il giorno di carnevale, i carri allegorici avrebbero sfilato per le vie di Amantea.
Parlava con molto entusiasmo e il suo viso si illuminava di gioia, pregustando forse l'euforia della gente Amanteana da cui ne scaturiva la sua.
Pierino Policicchio, Sindaco di Amantea, era intimo amico di Mastro Peppe e gli suggerii di esporgli il suo progetto e chiedergli un contributo per la realizzazione dei carri.
Ci provammo tutti e due insieme.
Pierino addusse mille scuse e pretesti per eludere la nostra richiesta.
Politicamente io ero di matrice diversa, ma ci rispettavamo reciprocamente e, dietro le mie insistenze, riuscimmo a strappargli la promessa di un piccolo sostegno.
I fratelli  Alfano, Salvatore e Rocco, venuti a conoscenza del progetto ne furono entusiasti e anche loro si fecero contaminare dalla febbre della realizzazione e diedero una mano d'aiuto.
Furono progettati i seguenti carri: LA  NASCITA DI AMANTEA, GIULIETTA E ROMEO, BIANCA NEVE E I SETTE NANI, IL TRENO, LA GONDOLA.
Con i discepoli di Mastro Peppe: Ciccio Del Vecchio, Giuseppe Zampino, Rocco Salvadore, Giovanni Favorito, Franchino Porco (nelle ore libere della giornata ) e altri di cui non ricordo il nome, ci mettemmo all'opera e trasformarnmo la nuova falegnameria in un cantiere artistico.
L'inverno fu alquanto rigido e per riscaldarci usammo dei fusti vuoti che collocammo nei punti nevralgici, li riempimmo di trucioli e di segatura e li lasciammo bruciare per riscaldarci. Si lavorava con entusiasmo, ma si presentavano tante difficoltà.
Mancava il materiale necessario per continuare il lavoro: chiodi, colla e legname. Serpeggiava l'aria di resa, ma, improvvisamente, il necessario sbucava fuori come per magia.
Allora non si navigava nell'opulenza e non si avevano tutte le opportunità che si hanno ora.
I carri si dovevano animare con i personaggi adeguati e non tutte le ragazze erano disposte a impersonare Giulietta o Biancaneve e poi questi personaggi dovevano rispettare i canoni necessari.
Un altro problema abbastanza serio fu quello di come e con quali mezzi trasportare i carri per le vie della città. Salvatore e Rocco Alfano , Don Ciccio Majone e la fattoria Longo di Savuto Marina, risolsero il problema.Mastro Peppe tenacemente vinse la sua battaglia.
I giorni di Carnevale di quell'anno storico, furono giorni di festa e di allegria,non solo, ma rappresentarono anche Una Ventata Di Risveglio e di Rinnovamento Amanteano.

Rocco Giardina

 

LE IMMAGINI DEI CARRI DI PEPPINO BRUSCO

 
 
 
 
 
 
 
 

Carnevale 1967 
Il camion di don Ciccio Maione, guidato da Dante Sesti collabora alla sfilata dei carri allegorici organizzata da Giuseppe Brusco

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Ultimo aggiornamento:  02-06-11