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a cura di Vincenzo Segreti
Amantea,
che oggi risulta composta
di una parte antica, addossata alle
pendici di un colle, e di moderna,
sviluppatasi sulla pianura costiera fra tracce
di giardini mediterranei,
offre un esempio eloquente del popolamento costiero del
mezzogiorno attraverso i secoli.
Amantea,
che oggi risulta composta
di una parte antica, addossata alle
pendici di un colle, e di moderna,
sviluppatasi sulla pianura costiera fra tracce
di giardini mediterranei,
offre un esempio eloquente del popolamento costiero del
mezzogiorno attraverso i secoli.
Le fonti
storiche e i
cospicui ritrovamenti
archeologici nel territorio
comunale accreditano l’ipotesi
che in questi luoghi sorgessero un
insediamento neolitico ed, in epoca storica, una colonia magno-greca
(Lampetea ) e un municipio romano (Clampetia e, successivamente Nepetia)
nonché la mitica Temesa, cantata da Omero
nell’Odissea.
Nell'alto medioevo, dopo le
invasioni barbariche, il centro
tirrenico divenne fortezza bizantina,
compresa nell'esarcato cosentino
ai confini con i domini dei longobardi, e potente emirato arabo, rispettivamente
con i nomi di Amantia
e di Almanthiah.
Di questo
insediamento saraceno sono stati
rinvenuti tasselli vitrei e la base
di una stele funeraria con iscrizioni del Corano a caratteri arabi antichi
in lode di Allah.
Dopo
l’avvicendarsi delle invasioni saracena e
bizantina, Amantea subì la rapinosa conquista dei Normanni, durante la quale perse la
sede vescovile di rito greco , che fu aggregata alla diocesi di Tropea (1094) .
La città
accettò di buon grado la sovranità della casa Sveva.
Nel 1220
sorse il convento di S. Francesco di Assisi
ad opera di Pietro Cattani nel corso
della prima evangelizazione
francescana della Calabria.
Alla
dinastia di Federico II° gli amanteani rimasero tanto
riconoscenti da opporsi con
valore nel 1269 alle
truppe angioine, comandate
da Pietro II Ruffo, conte di Catanzaro, che
espugnò la città con stragi
efferate.
A
differenza
dei primi
re, gli ultimi regnanti angioini
sollevarono la popolazione dalla miseria,
nella quale
era piombata, con la
concessione di
importanti privilegi
che consentirono la ripresa
dell'agricoltura della
pesca, dei
commerci e dei traffici marittimi.`
Giovanna IIa consolidò il castello
e fece
erigere la grande torre che, in
seguito, di concerto con altre "vedette", costruite specie in epoca
spagnola,venne utilizzata con le
proprie milizie per avvistare e respingere le navi corsare che mettevano in pericolo con i loro assalti
la costa e le imbarcazioni locali.
Amantea,
che fin dal tempo degli
svevi apparteneva al regio demanio,
grazie alla provvida politica degli
aragonesi, in un primo momento
osteggiati, si trasformò in un
prospero centro mercantile e marinaro, noto anche per l’industria
del pesce e della seta.
Tali attività
produttive, che erano sostenute
da un'intraprendente comunità
ebraica, si rivelarono molto redditizie.
Sostenendo la causa degli aragonesi,
gli amanteani si opposero
agli eserciti di Carlo VIII e di Luigi XII, che mossero alla
conquista del regno
di Napoli.
Per
questa fedeltà,
nel 1495 un vascello con a bordo una delegazione di
cittadini, guidata dal
sindaco Nicola Baldacchini,
approdò, evitando il
blocco navale francese, all'isola di
Ischia, dove si era rifugiato Ferdinando II d'Aragóna.
Il re
, nell’accettare
i doni e un carico di frutta,
apprezzò commosso il
gesto e da Salerno,
in data 12 agosto 1496, confermò
al centro tirrenico tutti i privilegi
e i diritti di città libera.
Con
l'avvento di Carlo V, Amantea, per la sua
lealtà verso l'imperatore, ottenne
ulteriori concessioni e il potenziamento
delle strutture militari.
Gelosa delle sue istituzioni municipali,
Amantea, che era governata da
una oligarchia nobiliare-agraria espressa dal
"Sedile chiuso di San Basilio",
non tradì mai i suoi sovrani, ma respinse i numerosi
tentativi d’infeudazione e le rappresaglie di signori
stranieri e calabresi.
Inutilmente Margherita di
Poitiers, marchesa di
Crotone, il conte Guglielmo
du Precy, un capitano di Carlo VIII, Galeazzo di Tarsia,
delicato poeta e feroce barone di
Belmonte, e poi i
principi Ravaschieri, dello stesso feudo, tentarono di
conquistarla.
La
dominazione spagnola con i
suoi opprimenti governi arrecò
una profonda decadenza alleviata dall'azione pastorale dei numerosi
ordini religiosi (francescani, minimi, carmelitani, gesuiti,
domenicani,
liquorini), presenti i loro conventi ad Àmantea dal XII al XIX secolo.
Nel
1571, la galea “Luna
de Napoles",
condotta da Matteo
Ventura e agli ordini di Scipione
Cavallo, partecipò con valore alla battaglia
di Lepanto contro i Turchi riportando in patria molti
prigionieri,
che
furono convertiti con il battesimo al Cristianesimo.
Per contrastare l'usura e
soccorre economicamente il
popolo, agli inizi del
`600, Tommaso Calvo, vescovo di Tropea, costituì un monte
di pietà, che affiancò
la benefica azione
delle confraternite, nate per svolgere
pie opere religiose e compiti di
mutuo soccorso.
Nel
1618, la località
tirrenica. fu sconvolta da un catastrofico
terremoto, che seminò morti
e distruzioni.
Durante i moti del 1648, scoppiati in provincia
sull’onda della rivolta
napoletana di Masaniello,
Amantea fu la roccaforte
della reazione perché agevolò le
milizie del marchese Gioavanbattista
Spinelli di Fuscaldo nel soffocare
l'insurrezione.
Nella
prima metà
del 1700, Amantea si giovò della
politica di
rinnovamento di Carlo
III di Borbone
,
che fece risorgere le attività produttive e culturali.
La
vita intellettuale fu animata
da "Collegio dei Gesuiti", importante
polo teologico e scolastico,
e dall’ "Accademia degli Arrischiati"
d'impronta conservatrice.
Ben
presto, però, la monarchia napoletana
mostrò il suo volto
oscurantista e reazionario,
che fece ripiombare nella miseria anche Amantea,
dove nel 1764 per la fame si ebbero tumulti popolari, sedati
dai militari.
Nel 1799,
quando fu proclamata la repubblica Partenopea,
i giacobini locali, attratti dagli
ideali di democrazia e di civiltà, ma non
compresi dal popolo innalzarono l'albero della libertà ed elessero la nuova municipalità.
Inoltre,
si acuirono per mancanza d'igiene
e carenze alimentari, le epidemie, che hanno sempre segnato
la storia della Calabria.
Con
il ritornò sul trono di Ferdindo IV,
grazie all' "armata sanfedista” del cardinale Ruffo, l'ordine fu ristabilito
in tutto il regno e, i "galantuomini” giustiziati ed imprigionati.
Diventato
un inespugnabili baluardo
borbonico, nel 1806-1807 il centro
cosentino
resistette con accanimento
all'esercito napoleonico,
capitolando con l'onore delle armi,
dopo un sanguinoso assedio che
distrusse l'abitato e apportò lutti e miseria.
In periodo
murattiano, Amantea
fu privata per sempre
delle prerogative di capo-circondario, che da allora furono assegnate
alla città di Paola; mentre la borghesia e la nobiltà,
nonostante le leggi
antifeudali, acquistavano
i beni immobili e i terreni della
Chiesa, ampliando il loro potere
economico.
Nel corso
del Risorgimento , si segnalarono
l'attività cospirativa della loggia massonica "Fraternità
Nepetina”
e le coraggiose dimostrazioni
di italianità, duramente represse
dai gendarmi borbonici, di patrioti come Antonio Pugliese, Pasquale Cavallo e Pasquale Furgiuele,
poeta, che con accenti leopardiani
cantò la sua vicenda sentimentale
e, con infiammati versi celebrò la gloria della terra
natia rivendicando l'indipendenza dei
calabresi.
Dopo
l'Unità si registrò la
prepotente egemonia della borghesia, che divenne imprenditoriale e acquistò con la nobiltà "terre" ed edifici appartenenti Stato e
ad enti ecclesiastici.
La supremazia
di questi ceti privilegiati durò,
senza soluzione di continuità ,
fino alla caduta del
fascismo, che, accolto dagli amanteani con entusiasmo,
si limitò a realizzare alcune opere pubbliche, a
promuovere le attività ginnico-sportive, paramilitari,
artistiche e ricreative coni
finalità
meramente propagandistiche.
Rare
volte, come nella sommossa popolare
dell'ottobre del 1920 contro il dispotismo del sindaco Carlo Furgiuele e nelle lotte del "biennio rosso" dei
contadini e dei partiti della
sinistra contro gli agrari esosi e sfruttatori, le classi subalterne
protestarono per le
ingiustizie subite
e la dilagante indigenza .
Per esse l'alternativa era o una
vita dura di stenti o
l'amara via dell'emigrazione.
Il
secondo conflitto mondiale,
come anche il
primo, vide cadere
sui campi di battaglia e nei mari molti amanteani.
Blanda fu
l'epurazione del fascisti, che localmente
esercitarono una politica paternalistica e meno persecutoria nei confronti di una minoranza di
oppositori, perlopiù confinati.
Con
l'affermazione della società del benessere e del consumo, pur
con tutte le sue contraddizioni, Amantea da
centro agricolo e marinaro è diventata
una rinomata località
commerciale e turistica. (…)
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