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Una ricerca sulla cultura e sull'arte nella
nostra città, rivisitata attraverso i protagonisti e le loro
opere. Pino Del Pizzo |
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Lo stato della cultura di Vincenzo Segreti In generale, l’ “humus” culturale in Calabria è molto depresso perché si configura come una conseguenza della grave situazione socioeconomica, generata da anni di malgoverno nazionale e regionale e segnata da scarse trasparenza e sperpero del denaro pubblico. Il depauperamento non tanto delle “braccia”, quanto dei cervelli prodotto dall’emigrazione, continua a ritardare la formazione di un solido e avanzato tessuto culturale, di cui ogni popolo avverte la necessità per intraprendere la via del progresso, specie in un’epoca, in cui la “globalizzazione capitalistica” determina tragedie planetarie e crescenti povertà.
I tentativi
episodici di elevare il tono intellettuale della regione si
sono affievoliti nel tempo per gli ostacoli opposti dalle
classi egemoni, nel timore che l’emancipazione delle “masse”
potesse scalfire la loro supremazia nonché per la
acquiescenza dei ceti subalterni alle prese con le
quotidiane difficoltà dell’esistenza. D’altronde, il mancato investimento culturale non solo reprime quella coscienza civile, che è indispensabile per sconfiggere la criminalità, le “lobby” politico-affaristiche, massime responsabili del degrado, dell’arretratezza e dello sconvolgimento di una pacifica convivenza, ma anche impedisce la creazione di una classe dirigente innovatrice e capace di fare dell’etica e della legalità una bandiera. Ad accendere speranze per l’avvenire sono nascenti movimenti giovanili antimafia e isolate voci del mondo laico, prefiguranti un nuovo umanesimo che riconosca la centralità dell’individuo rivendicandone i diritti, la sicurezza, l’esigenza di libertà e la dignità. Ad essi si aggiunge l’apostolato di alcuni pastori della Chiesa, fra i quali mons. Giancarlo Maria Bregantini, già presule di Locri, la cui missione, apportatrice di lavoro, pace e riscatto, è stata bruscamente interrotta con la nomina ad arcivescovo di Benevento. Maggiore incisività si richiede all’azione della scuola e del circuito universitario. Queste istituzioni nel preparare validi professionisti sono ostacolate da una serie di assurde e contorte riforme, dal discutibile reclutamento dei docenti, delle baronie e dall’ereditarietà delle cattedre (per quanto riguarda gli atenei). Tuttavia il permanere dei giovani laureati e diplomati nelle loro città li espone ad affrontare inauditi sacrifici ed umiliazioni per i tristi fenomeni della disoccupazione, del precariato e del clientelismo, che favorisce raccomandati di turno in danno delle persone sprovvedute e magari più meritevoli. Scarsi sono gli apporti per un futuro migliore degli uomini di cultura e dei professionisti affermati i quali, per la maggior parte, sono ancorati a comportamenti conformistici o schierati con i poteri forti, restando indifferenti di fronte all’atavica “questione calabrese”. Alcuni di essi operano attivamente al servizio di consorterie partitiche e speculative; altri si rinchiudono nella “torre d’avorio” delle esperienze letterarie, pubblicando di tanto in tanto poderosi volumi, dai quali sono bandite le preoccupanti problematiche regionali, o fanno sfoggio di erudizione in salotti televisivi e in conferenze per pochi eletti. In queste “sabbie mobili” è affondato un “cartello” di intellettuali, che pur aveva riscosso con il suo programma innovativo consensi ed entusiasmi. Ancora più deprimente è il comportamento dei cosiddetti “saggisti itineranti da un comune all’altro”, i quali, millantando titoli e bravura, sono alla ricerca di fama e di denaro. Questi “cortigiani” (naturalmente non in senso rinascimentale in assenza di príncipi illuminati e delle qualità degli scrittori) riescono a vedere edite le loro “opere” gratuitamente con il finanziamento di pubbliche amministrazioni e di sodalizi privati. In questa cerchia si annoverano docenti che utilizzano, senza ritegno, le ricerche degli studenti su tematiche da loro assegnate. Fatte le debite eccezioni, sono argomenti già trattati da studiosi locali, raramente citati nelle bibliografie o abbondantemente plagiati. L’assenza di una serena valutazione da parte dei “finanziatori”, nella migliore delle ipotesi porta al paradosso di avallare scritti poco originali, privi di acume critico e finanche digiuni delle regole grammaticali e sintattiche della lingua italiana (per non dire altro in proposito), alimentando e gratificando i solerti autori, la cui frenetica produzione avvilisce la conoscenza. La scarsa produzione artistico-letteraria di pregio viene soffocata da una pletora di grafomani, poetastri, commediografi, musicisti, pittori e scultori da strapazzo, i quali hanno la presunzione, avvallata da pseudocritici, di sentirsi all’altezza della letteratura, della poesia e dell’arte dei grandi, che purtroppo comporta onori e guadagni. Nel nostro “villaggio culturale” fioriscono giornali e periodici, che non di rado durano “lo spazio di un mattino”, foraggiati con risorse pubbliche e condizionati da interessati “mecenati”, tranne isolate testate che coraggiosamente denunciano fatti e misfatti, avanzando proposte di rinnovamento. Le stesse considerazioni valgono per le emittenti televisive, passerelle per politici importanti, nonostante alcune di esse godano di una certa autonomia all’insegna della libertà di espressione e della critica costruttiva; mentre le radio locali si segnalano, per lo più, per gli interminabili programmi di musica leggera. In genere, il valore dei “mass-media” nostrani, dove si assume anche per cooptazione, è mediocre perché è il risultato di giovani apprendisti giornalisti, non sempre all’altezza del compito, sottopagati e facilmente gestibili, che, il più delle volte, si accontentano di ottenere l’iscrizione all’albo dei pubblicisti per i servizi prestati. A fronte di quegli editori, che si distinguono pure in campo nazionale per la validità delle pubblicazioni, adottando chiare ed eque regole contrattuali nei confronti di selezionati autori, pullula un sottobosco editoriale che persegue interessi da bottega con i soliti agganci politici, sempre disponibile a dare alle stampe “paccottiglia libraria” con alti costi per i committenti. Proprio da questi “editori-commercianti” proviene la maggior parte delle riviste d’impronta ottocentesca che non svolgono alcuna funzione di promozione umana, limitandosi a celebrare “la gloria e i fasti” dei re, della nobiltà e dei fedeli sudditi. Lontano dalla mentalità di tali agiografi e memorialisti è lo studio documentato e critico della storia a più piani di una terra che, dopo il luminoso periodo magnogreco, ha patito angherie e violenze inaudite cause di miseria e arretratezza, contro le quali invano si è levata la solitaria voce degli “innovatori”. Del resto, non è superfluo ribadire che la storia ha il compito di ricercare la verità degli avvenimenti per conoscere bene il passato, tramite obbligatorio per comprendere il presente e prospettare un futuro migliore. Ed ancora le biblioteche civiche, se si escludono quelle dei capoluoghi di provincia, che pure hanno bisogno di finanziamento per un funzionamento ottimale, in numerosi centri esistono sulla carta. Esse o sono inagibili o non mettono a completa disposizione dei lettori i libri perché gestite da personale poco idoneo a svolgere il delicato incarico di bibliotecario, che implica specifica competenza e non lascia ammuffire i volumi negli scaffali o negli scatoloni nella vana attesa di essere schedati. Sono in crescita le accademie e le associazioni, che diventano sempre più chiuse ed elitarie, rifiutando il confronto delle idee e soprattutto di concorrere a formare l’individuo sul piano intellettuale, etico e democratico, ponendosi in difesa di anacronistiche posizioni. Ad esse fanno riscontro cooperative di ogni genere che ricevono, senza un effettivo controllo della loro attività, sovvenzioni, non utilizzate per creare occupazione, seppure provvisoria, e per portare a termine proficue iniziative. Se alcuni premi letterari danno garanzia di serietà e di oculate scelte dei vincitori, che dire della miriade di concorsi di diversa natura, incentivati sempre con denaro pubblico, i quali rappresentano più manifestazioni di facciata che di crescita culturale? Su di essi grava il sospetto di “giurie” che selezionano le opere non sulla base dell’effettivo valore, ma per le influenti raccomandazioni esterne.
Un esempio emblematico viene, nel settore dell’archeologia, dal territorio di Amantea. Nella frazione di Campora San Giovanni e nei comuni contermini, sin dai tempi di Paolo Orsi (primi decenni del Novecento), continuano ad emergere interessanti reperti che dalla protostoria alla tarda romanità attestano tracce di sepolture e di insediamenti umani. In questa zona è stata localizzata Temesa, fondata nell’VIII sec. da ausoni o da enotri (?) e menzionata da Omero nel I libro dell’Odissea per le miniere di rame (vv. 181-184), le cui vicende attestano la fusione degli indigeni con i greci, giunti dal mare; ma anche le lotte dei centri della Magna Grecia per l’egemonia della regione come tramandano storici e poeti dell’età classica. Fra i ritrovamenti più significativi i cospicui resti del tempio di Imbelli (V-VI sec. a.C.), un tipico santuario, evocante, secondo i racconti di Strabone e Pausania, il mito di Polite, il compagno di Ulisse, che i temesani lapidarono per avere violentato una vergine, determinando la persecuzione del suo demone. Per placare l’ira del fantasma in veste di lupo (indicato come Alibante), gli abitanti gli innalzarono un “herōion” e offrirono in sacrificio annuale la più bella fanciulla della città fino a quando il pugile Eutimo di Locri non lo sconfisse. Sotto il velame della leggenda si può scorgere la ritrovata libertà di Temesa dall’opprimente dominio dei crotoniati, sconfitti dai locresi nella battaglia del Sagra.
Del resto, la città tirrenica presenta altre aree d’interesse storico, degne di essere esplorate, che vanno dalla colonizzazione greca e romana (presenza di Clampetia?) alle dominazioni saracene, normanne, sveva, angioina, aragonese, spagnola fino al regno dei Borbone ed oltre. La nostra analisi s’imbatte in un ulteriore “punto dolente”: la limitata promozione delle associazioni teatrali, musicali e delle arti figurative di buon livello, che non ricevono apprezzabili contributi per la realizzazione di spettacoli e mostre; fondi che, oltre ai grandi eventi, vengono destinati, in maniera eccessiva a modeste produzioni artistiche anche d’importazione. Intanto è calato il silenzio sul centro cinematografico e televisivo da istituire nell’area ex SIR di Lamezia Terme, un’“industria” culturale che avrebbe unitamente agli “indotti” creato lavoro e rivalutato attori e registi che in maggioranza si formano presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Palmi. Di tale realizzazione si gioverebbe la diffusione nel mondo delle immagini del suggestivo paesaggio della Calabria, scoperto solo recentemente dai cineasti nazionali come “esterni per film e fiction”. Non si può ritenere estraneo al processo culturale il turismo che, oltre al mare pulito, alla salubrità dai monti, ai servizi efficienti, all’ospitale ricettività e alla buona cucina, deve offrire ai visitatori itinerari di conoscenza dei vari aspetti della regione e gratificanti divertimenti. Da tutte queste accennate anomalie viene snaturata l’essenza più genuina e moderna della cultura, intesa come forza umana che conferisce al popolo presa di possesso della propria identità, ma anche come conquista di una coscienza superiore che scopre nel mondo l’esigenza di rinnovamento, di umana solidarietà e concordia. In tal senso l’imperativo categorico per lo Stato, la Regione, le Provincie e i Comuni è quello di sanare le negatività e di accrescere le positività mediante un adeguato e concertato piano con le forze sociali, rifuggendo dalle illegalità e dagli interessi di parte e adoperandosi per il bene della comunità.
A tutti “gli uomini di buona volontà”, che siano in grado di formulare suggerimenti di rinascita civile, sia di stimolo nella loro “impresa”, per i suoi valori profetici, fustigatori e catartici, la poesia di Tommaso Campanella, rivolta a sovvertire l’incomparabile decadenza e pervertimento della sua età. Così il filosofo di Stilo: “Stavamo tutti al buio. Altri sopiti / d’ignoranza nel sonno; e i sonatori / pagati raddolciro il sonno infame. / Altri vegghianti rapivan gli onori, / la roba, il sangue o si facean mariti / d’ogni sesso, e schernian le genti grame. / Io accesi un lume… / (…)”; “Io nacqui a debellar tre mali estremi tirannide, sofismi e ipocrisia. / (…) / Carestie, guerre, pesti, invidia, inganni, ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno, / d’ignoranza radice e fomento hanno. / Dunque a disveller l’ignoranza io vegno.”
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Ultimo aggiornamento: 08-03-10