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…. per una persona cara
DALMAZIO PALUMBO NON E' PIU' CON NOI
Per
i vincoli parentali che mi legavano indissolubilmente alla sua persona
dovrei forse tacere, ma la legittimazione ad esprimere un affettuoso
pensiero nei suoi confronti mi deriva dal fatto di essere uno dei tanti
con cui lui diceva di stare bene insieme. Il forte legame umano e di affetto
reciproco, durato quasi trentacinque anni, fa sì che l’emozione prenda
il sopravvento sulla ragione che impone, invece, di vivere il dramma
della morte con distacco. Il rischio che in queste occasioni si corre è
quello di scivolare nella banalità e di dire cose ovvie. Pur vivendo a Genzano di Roma da diversi
decenni, Dalmazio Palumbo aveva le sue radici, mai ripudiate, in
Calabria, essendo nato a Lago (CS) ed avendo scelto Amantea (CS) ed in
particolare il quartiere Calavecchia, come sua patria di elezione, tanto
da giungervi puntuale ogni anno, al sopraggiungere della bella stagione. Insegnante nelle scuole medie inferiori,
oramai in pensione, impegnato nel sociale con una lunga militanza
sindacale e politica alle spalle, si faceva interprete dei bisogni della
società e con la sua modestia, il suo linguaggio pacato e scevro da ogni
retorica, il calore dei suoi sentimenti, riusciva a rendere piacevole
ogni conversazione, anche quando lo scontro ideologico incombeva. Aveva una visione ottimistica della vita,
l’amava ed induceva gli altri ad amarla. Il suo senso dell’umorismo era
innato e la sua battuta disarmante. Raccontare il positivo era la sua ricetta
per mettere in mostra il lato migliore della nostra esistenza, perché a
suo dire l’ottimismo predisponeva al bello ed al buono. Altri, probabilmente, meglio di me,
ricorderanno la sua persona attraverso gli scritti che ci ha lasciato.
Le sue raccolte di poesie in lingua ed in vernacolo calabrese che
trasudano di un amore sviscerato per la sua terra natia, le sue fiabe in
cui la saggezza espressa dagli animaletti dei boschi diventa per noi
umani, guida inseparabile nel vivere quotidiano. L’ultimo periodo della sua vita ha
conosciuto la sofferenza fisica per un male che in breve tempo lo ha
costretto alla resa finale, ed oggi che ci ha lasciato, percepiamo ancor
di più quanto grande fosse la sua statura morale, il suo impegno civile
nel quotidiano, la sua grande onestà. Ti sia lieve la terra, Dalmazio, che
nessun rumore turbi il tuo sonno.
Antonio Furgiuele |
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Nel nostro "salotto" ci sarà un altro posto
vuoto
Allora i pali delle linee elettriche erano di legno. Giacevano accuratamente ammonticchiati ai bordi del campo sportivo che gli anziani si accanivano
a chiamare ancora "orta", in ricordo degli orti recinti di
"sepave" fatte di frasche secche, raccolte "allu pucchitiellu" e portate in paese
sulla testa delle donne. Quei pali erano il divano del nostro
salotto sotto le stelle nelle notti d'agosto quando i nostri discorsi di
speranza si intrecciavano con il canto lontano dei grilli. In quel
"salotto", in una delle mie annuali vacanze trascorse a Lago, conobbi
Dalmazio e fu subito amicizia. Era dotato, sin d'allora, della vena
poetica che poi avrebbe ispirato le raccolte delle sue poesie
nelle quali, come a generosa sorgente, con semplicità e arguzia,ha soddisfatto la sua sete di
comunicare la sua umanità forgiata da un
cammino non facile, percorso con onesta tenacia. Dopo molti anni le
nostre vie sono tornate ad incrociarsi, qui ad Amantea. E abbiamo ripreso i nostri discorsi, nel
nostro nuovo "salotto": la Calavecchia. E ci è parso che il tempo si
fosse fermato: solo che alla speranza della gioventù era subentrata la malinconia del ricordo di
quando la vera
ricchezza erano i valori dell'amicizia e della solidarietà. Dalmazio,
adesso, non c'è più, rapito all'affetto di chi gli voleva bene e lo
stimava. Tornerà l'estate, ma nel nostro "salotto" ci sarà un altro
posto vuoto. A farmi compagnia sarà il suo ricordo e le raccolte
delle sue poesie che, generosamente, quasi ogni anno mi donava. Ciao,
Dalmazio. Addio.
Pino Del Pizzo
marzo 2011 |
NA MULLICHELLA E PANE
Nun piacija cchiù a nissunu dire alli cumpagni 'a fame ch'amu avutu chilli juarni pittata supra 'a faccia ppi tant'anni. Sarà, forse, ppe brigogna, o, cume se
dicia, ppe ritiagnu. Ma iu ca vrigogna nu nne tiagnu me piacia raccuntare 'ncuna cosa i chilli juarni amari! 'A sira ca me ricuglia allu riciattu, aviadi sempre
'na fame cumme dava pace: 'na fella de pane due ficu siccate era la cena.
E, quandu finiscia, cchiù 'ncamatu de prima me sentia; vidia supra lu tavulu sbanditu 'na mullichella 'e pane c'ammia paria navutra cena Sucanume lu jiditu 'ncamatu, me ricuglia d'a fame 'a mullichella pariannumi cussì d'aviri datu, allu stomacu miu, n'atra minnella.
di Dalmazio Palumbo |