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05-01-12
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Alle spalle del Santo, dal damasco più bello, si lasciava pendere un candido velo di cotone.... |
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era un fantoccio, a forma d'asino, costruito con canne e cartapesta. Ai lati, sulla coda, nelle orecchie, in bocca, erano messi moltissimi bengala che venivano accesi durante la processione. |
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si “vattìavunu ‘i pupe”, si diventava “cummàri ‘i San Giuvanni”, quasi un secondo vincolo di parentela che, nel tempo, diveniva indissolubile. |
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La salsiccia, le uova, il formaggio, il grasso e la “risimoglia” erano gli ingredienti principali con cui si faceva la frittata di vermicelli... |
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Gli Altarini di S. Antonio Gli altarini hanno qualcosa di mistico e di esotico allo stesso tempo. La loro memoria, filtrata attraverso gli occhi della nostra sofferta infanzia, ci è cara come tutte le persone che di quel mondo partecipavano
Cronaca di un altarino
Sant’Antonu miu divinu Accussì cantavunu Fulumena, Tiresa, Taluzza, Vittoria ’i Vitu, Artenza, ’a nanna Custanza, Sarafina e tant’atri ca moni ’u ’nci sû cchjù.
Retaggio di chissà quale tradizione dal sapore arabo o spagnolesco, misto tra folklore ed autentica religiosità popolare, là, dove il sacro si fonde con il profano, all’approssimarsi della festa patronale, nel giorno della vigilia, in ogni quartiere cittadino fervevano i preparativi per realizzare l’altarino più bello che doveva ospitare per quasi due giorni uno dei più grandi dottori della Chiesa. Ma non vi era nulla da fare, il più bello, il più maestoso, il più ricco, il più addobbato, era sempre quello dell’onnipresente via Dante conosciuta dai più, e non se ne dispiaccia il sommo poeta, come Calavecchia. E puntualmente nei miei ricordi ricompare questa poliedrica via, questo budello di pietra che unisce il vecchio al nuovo, a testimonianza di una continuità vitale che nonostante l’ingente fardello di anni che si porta dietro, non ha perduto ancora il suo fascino antico fatto di mura screpolate ed il gusto morboso per il pettegolezzo. Il buon lettore non mi vorrà accusare di essere più noioso dell’usato, ma non posso di certo dimenticare il frenetico aprirsi dei baùli, da cui si toglieva il damasco più sfavillante, che vedeva la luce solo e soltanto in quella occasione. Quello di famiglia, ricordo, era di un luccicante giallo oro che quasi urtava la vista dei passanti, ma non appena l’occhio aveva riposato su di esso per un po’, ci si accorgeva che i riflessi emanati dal contrasto del disegno vivo con il fondo opaco era di una bellezza degna dell’occasione per cui ci era dato di ammirarlo.
Toccava, difatti, agli uomini, all’alba della vigilia, non appena il sole faceva capolino da dietro le colline, affilando i suoi raggi per l’imminente arrivo della bella stagione, conficcare i lunghi chiodi forgiati nei muri delle case adiacenti allo spiazzo usuale. Tali chiodi sostenevano le corde di canapa che a loro volta, non a fatica, avrebbero sostenuto il peso dei colorati damaschi. Le comari, intonando già alcuni canti devozionali in lingua dialettale, procedevano alla stiratura dei lini ricamati che avrebbero fatto corona al Santo, il quale, nel frattempo, per l’occasione, aveva ricevuto un’altra mano di vernice, onde presentarsi anch’Egli nel migliore dei modi, a dispetto degli anni. Il tocco finale consisteva nello stendere a terra alcuni tappeti che nonostante qualche frettoloso rattoppo, fatto più con la lésina del calzolaio che con l’ago del sarto, causato da un lumino dalla fiammella dispettosa, prontamente mimetizzato con un vaso di felci ornamentali, dava l’idea di un harem, anche perché non mancavano i cuscini di tessuto vario, soprattutto di raso, disposti qua e là, su di esso, fungenti anche da inginocchiatoio. Alle spalle del Santo, dal damasco più bello, si lasciava pendere un candido velo di cotone e su di esso, con l’ausilio di una spilla da balia, un nastrino celeste reggeva un piccolo crocefisso di legno.
Ah!, dimenticavo i bouquets di gigli disposti ai piedi del piccolo altare, immancabili in un altarino che si rispetti. Per ultimo, dalla piccola mano del Santo si lasciavano pendere alcuni nastri cilestrini, in attesa di vederli abbelliti o, appesantiti, se vogliamo, con dei coloratissimi bigliettoni filigranati, in gran parte provenienti dalle lontane Americhe che premurose mani materne avrebbero attaccato per invocare protezione e ’na bona furtuna per i figli lontani. A noi fanciulli, una volta completata l’intera scenografia, veniva dato il compito di montarvi la guardia nelle ore meno affollate, con tanto di vassoio in mano, opportunamente lucidato con il Sidol, pronti a piazzarlo davanti alla pancia dell’incauto passante, che - ahi lui! - doveva per forza lasciarvi un obolo, pena gli sberleffi non del tutto ortodossi che lo avrebbero accompagnato per l’intera salita d’ ’a ’Mmaculatella. E com’era bello, in quelle ore di pace, all’ombra dei damaschi, deliziarsi del profumo (compreso quello della naftalina che aveva difeso dalle tarme tutti quei filati per un intero anno) che quei dolci pomeriggi assolati di metà giugno sapevano dispensare! A quella quiete tempiale non erano insensibili i gatti d’Angiulina che riservandosi i cuscini più morbidi, godendo della nostra infantile complicità, venivano a farsi la più classica delle dormite, e non solo quella, nei momenti in cui la calura diveniva insopportabile.
Toccava allora a Fulumena dar di ugola con la sua voce da mezzosoprano, sicura, nonostante la non più giovane età e poi era tutto un canto fino alle prime luci dell’alba fra un bicchiere di vermouth fresco, tazze di caffè e ’nu buccunottu da poco sfornato. In quei momenti ’a Calavecchia, diveniva una sorta di kibbuz ebraico a causa del continuo andirivieni della gente con le sedie sulla testa che si recava alla Chiazza (piazza Municipio) per assistere allo spettacolo di musica leggera o al concerto che in genere le bande pugliesi erano chiamate a dare. Era allora che, spesse volte, i canti si interrompevano sul più bello per consentire alle comari di dar di forbice a qualche malaugurato passante, resosi oggetto di pettegolezzo a causa di qualche infelice evento coniugale che aveva da poco vissuto. Altri, continuando a sgranare il rosario, assecondando il solo movimento delle dita, separavano la lingua e la mente da esso. Allo spirito quello che è dello spirito, alla materia quello che è della materia! Una sorta di rivisitazione popolare del Vangelo, fatta per la gioia dei più. Dunque!
Sul più tardi, invece, la banda musicale, cittadina o forestiera che fosse, faceva il giro augurale per le vie del paese e la fermata d’obbligo era dinanzi all’altarino: una marcetta briosa data alla svelta, pregustando le varie libagioni poste su di un tavolo e poi dagli con i liquori di ogni genere e gradazione prodotti nelle varie case, rese in quei giorni piccole distillerie, con i dolciumi e gli affini. Ricordo, però, che a dispetto della liquoreria tradizionale, un certo brandy che secondo la pubblicità dell’epoca creava l’atmosfera, andava per la maggiore, ed era soprattutto richiesto dai componenti delle bande da giro. Quell’atmosfera a cui faceva riferimento la pubblicità, è inutile dirlo, ricreata più volte nell’arco della giornata, sarebbe stata notata dagli astemi la sera stessa, sul palco, durante il concerto, quando Gilda d’un tratto diventava Violetta, per tramutarsi in Aida nel finale. Un cocktail, per rimanere in tema, che avrebbe ubriacato anche il maestro di Busseto. Durante tutta la mattinata andavamo su e giù per la via a distribuire i santini ed a pretendere le offerte, mentre nel pomeriggio, consumati da poco i più intimi peccati di gola con un lauto pranzo degustato per festeggiare l’Antonio di turno, giacché in ogni casa ve n’è uno, tutti si riunivano intorno all’altarino che diventava così punto d’incontro e di dialogo, salotto demodé per bigotti, bizzocche e non. Dalle ringhiere dei balconi, intanto, prima che sopraggiungesse la processione, ognuno lasciava pendere il damasco nuziale, ed era quella una occasione unica per mostrare al popolino quello recato in dote. Altri, che di dote non ne avevano avuta per “francescana convinzione”, con aria snob dicevano che i tempi erano cambiati, per cui esponevano grossolane coperte di lana degne di affrontare i peggiori inverni della tundra siberiana, in barba alla nostra latitudine. Attaccata al muro dello stesso balcone, invece, si poneva una lampadina elettrica, accesa in segno di devozione, come per dire al Santo che la grazia divina poteva entrare in quella casa, poiché essa era illuminata dalla fede cristiana. Nel frattempo, Tiresella, aiutata da comare Taluzza, aveva predisposto un tavolo ornato di fiori e ceri dinanzi all’altarino, mentre sopra una sedia posta di fianco ad esso, il braciere di rame si preparava ad accogliere i grani dell’incenso.
Un’agitazione improvvisa si impadroniva di tutti, turbando anche noi fanciulli che fino a qualche minuto addietro avevamo seguito la processione, non per fervore religioso, s’intende, ma per dar l’assalto alle ceste ricolme di pani benedetti (’u panu ’i Sant’Antonu) con lo stesso impeto - si fà per dire - con cui gli affamati della Milano seicentesca occupata dagli spagnoli, di manzoniana memoria, assalirono il forno delle grucce. Con le magliette nuove, indossate per la prima volta quel giorno, già deformate per far posto all’ingente numero di pani razziati nel corso della processione, ci mettevamo genuflessi dinanzi all’altarino, con un occhio rivolto furtivamente alla cesta e con l’altro nella direzione del Santo che sembrava comprenderci e perdonarci. Appena i chierichetti imboccavano la via, l’incenso veniva messo nel braciere ed il suo aroma, a volte irritante, fino a farci starnutire, si spandeva subitaneamente per tutto il quartiere ed una volta sopraggiunto il Santo, veniva adagiato con cura sul tavolo per una breve benedizione. Era allora, alla vista dei nastri completamente ricoperti di cartamoneta fino all’inverosimile che gli occhi del parroco benedicente “s’illuminavano d’immenso”. Prelevati dalla piccola mano di Sant’Antonio che fino a quel momento ne aveva sostenuto il lieve peso, venivano appesi in parte ad un bastone retto dal chierichetto, mentre la parte più corposa, afferrata con destrezza da mano avida, spariva repentinamente in una borsa portata da un fidato assistente che la reggeva stretta al petto. Il sibilo dello zip che la richiudeva era una sorta di segnale convenuto, per cui la benedizione si interrompeva in quel momento con un risolutivo e provvidenziale amen. Le comari, approfittando di quegli ultimi istanti, cominciavano a battersi il petto con inusitato fervore religioso per farsi perdonare i peccati di un intero anno ed in acconto di quelli che avrebbero commesso di lì a poco, mentre noi, cinicamente, svuotavamo la cesta dei pani. Nel frattempo la statua di Sant’Antonio veniva sollevata ed una delicata pioggia di petali di rose e di gerani ci cadeva morbidamente addosso, inebriandoci con il loro intenso profumo. Contemporaneamente la banda riprendeva a suonare ed il corteo processionale ritornava a sfilare rumorosamente, accennando a qualche canto… O delle Spagne Gloria / Di tutto il mondo onore / Nostro avvocato Antonio / Esempio di candore, / Ascolta i nostri gemiti / Per noi prega il Signore / Ricordati, ricordati / Per noi prega il Signor.
Una larvata vena di malinconia cominciava a pervaderci, sapevamo che l’altarino sarebbe stato smantellato subito e che sarebbe dovuto passare un lungo anno per poter godere di nuovo della sua presenza. Ricordo che trattenevo a stento le lacrime, ma lungo il percorso che portava “nostro avvocato Antonio” in chiesa c’erano altri altarini, con altre ceste da conquistare, ed allora, dandomela a gambe, con un sospirone scioglievo il nodo che mi serrava la gola: già a quell’età non vi era più posto per i sentimentalismi. ... E ti tiegnu ppe avucatu / fammi la grazia ppe caritata. Accussì cantavunu fin’ ’a notta funna e lla matina ’a stilla ’i l’arva ’i salutave
Antonio Furgiuele |
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'U ciucciu 'i S.Giuvanni
Questa manifestazione, che ormai si svolge a singhiozzo per
l'interesse di qualche nostalgico,
“S. Antonio” e il “Corpus Domini” erano i pezzi forti della parrocchia di S. Biagio; “San Giovanni” e “San Rocco”, passando per la “vamparita” dei SS. Pietro e Paolo, quelli di S. Maria La Pinta (Cappuccini). Erano vagabondaggi estivi di cui soprattutto i ragazzi approfittavano per riempire le strade di colore, di allegrie, di speranze, di baldorie, ma anche occasioni per mostrare chi sapeva organizzare meglio quelle feste.
La Festa di S. Giovanni Battista si articolava in due giornate: - il 23 giugno era dedicato allu “ciucciu”; - il 24 al Battesimo delle bambole, alla processione solenne, ai fuochi pirotecnici. “Ninella zocculìa lla silica appenninu” annunciando l'arrivo, tanto atteso, (per i festeggiamenti di S. Giovanni), della “... solita zampogna cularusa ..., scinnuta alla marina” Siamo ancora mezzo addormentati, ma la voce dei vicini arriva nitida come quella di Ventura che, come ogni anno, con la sua camicia bianca della festa e col suo mezzo toscano in bocca, accompagnava per le vie del paese “i zampugnari”.
“Mentre staju ccussì tra dormebbiglia, trase ru suonnu duce de ’na gaglia m'accarizze re ricchie, me rispiglia, ppè forza de va vide quale ’ncantu, a ttiempi ’e mo lontani ’u ’sse sa quantu.” (V. Butera)
Così comincia la festa “du ciucciu ’i S. Giuvanni” fatta di onori, di balli, di canti, ma anche di dolci e di frutta (ciliegie, albicocche, “primifiori” e “pirilli ’i San Giuvanni”). “’U ciucciu” era un fantoccio, a forma d'asino, costruito con canne e cartapesta. Ai lati, sulla coda, nelle orecchie, in bocca, erano messi moltissimi bengala che venivano accesi durante la processione.
Sotto era cavo ed una persona si alternava infilandosi sotto il “ciucciu” per farlo danzare. Nella testa il petardo che alla fine esplodeva assieme ad essa ed a quello che rimaneva del feticcio. Noi lo aspettavamo nel nostro quartiere per poi seguirlo, in processione, fino a piazza Cappuccini.
L'entrata
“du vicu da Taverna” era sempre trionfale; alla
Calavecchia, per voto, sotto il “ciucciu” ballava
quasi sempre
Antonio Bossio (’Ntoni cap’i vacca). Le note stridenti del piffero e quelle cupi e gravi della zampogna scatenavano balli beneaugurati. Tutti, a cerchio, cantando e battendo le mani, partecipavano a quella danza, quasi isterica, che ricordava un po' alla lontana quelle degli stregoni indiani. Erano movenze sinuose, ma sgraziate che, ora più lente ed ora più veloci (a seconda dello stato d'ebbrezza del “coreografo”) attiravano l'attenzione di quel pubblico che si era adunato attorno al fantoccio a forma d'asino. Non mancava il tavolo su cui, nel momento del riposo, veniva posto, troneggiante, lui, il re della serata: ’u ciucciu. E si aspettava (come d'altronde succedeva in tutte le “stazioni”) che “Taluzza” scendesse le scale con il bottiglione del vino, da offrire per “bonaguriu”, a tutti, prima fra tutti “i zampugnari”, “’Ntoni” e “Don Ciccio Trà-trà” le cui spalle reggevano la “grancassa”. La meta finale era piazza Cappuccini dove si concludeva la cerimonia e si scioglieva la processione.
Qui lo spettacolo era assicurato dall'alternanza di tutti coloro i quali avevano fatto ballare “’u ciucciu” e dalle scoppiettanti “fontanelle” di bengala che illuminavano i volti di quelli che continuavano a gridare a squarciagola “W ’u ciucciu ’i San Giuvanni”. E si aspettava la fine quando, accesa la miccia della “bomba” che era stata posta nella testa del fantoccio, esso esplodeva in aria mandando tutto in frantumi. Tutti i ragazzi correvano a recuperare qualche trofeo da conservare; purtroppo, una volta, qualche petardo poco funzionante, è esploso nelle mani di un ragazzo che perse alcune dita della mano. Poteva succedere anche questo. Tutto il resto era festa.
Totò Sciandra
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I cummari 'i San Giuvanni (Il battesimo delle bambole) di Salvatore Sciandra
La giornata iniziava in modo frenetico, tutte preparavano “i pompe” per il battesimo del pomeriggio fatto davanti alla fonte battesimale della Chiesa dei Cappuccini. Era una vera e propria funzione religiosa….o quasi. Vedere quelle fanciulle in processione, vestite di semplicità e di cielo, con le ciliegie rosse come grandi perle appese alle orecchie e sul petto un mazzetto di “pirilli i San Giuvanni” legate con un nastrino colorato e appuntato a mo’ di spilla e con le labbra scarlatte pitturate con le more nere del gelso, era semplicemente entusiasmante e commovente oltre che coinvolgente. Durante questa “processione” si notava, come accedeva la domenica delle Palme, chi “poteva” e chi “non”, ma ciò non era da ostacolo alla cerimonia. Chi non aveva una bambola bella e “buona”, aveva la sua “pupa i pezza” fatta in casa, agghindata con variopinti vestiti cuciti a mano con i ritagli di stoffa che le stesse ragazze confezionavano sotto la guida esperta delle loro mamme o delle sorelle maggiori, vere e proprie “mastre”, e che spesso guarnivano con trine fatte all’uncinetto. Le mie sorelle più grandi ormai avevano superato l’età del comparaggio (ricordo!), ma possedevano la materia prima molto richiesta: le bambole. Erano, infatti, proprietarie di due bellissime bambole che aveva portato loro da Asmara mio zio alla fine della seconda guerra mondiale, di ritorno dalla prigionia. Clara, poi, le aveva ereditate, per cui era, nel nostro quartiere, una molto contesa “comara”. Era, come dicevo, tutta una giornata piena di colori, ma nel pomeriggio anche di odori e di sapori. Il rito del battesimo era così serio che nelle case in cui si “festeggiava”, veniva preparato anche un piccolo buffet fatto soprattutto e quasi esclusivamente con la ciambella di pan di spagna. Su tutti i ballatoi il forno di campagna che a mezzogiorno aveva sfornato “pasta chîna” cotta “ccu foucu i supra e fuocu i sutta”, adesso spandeva gli odori dolci del lievito e delle uova che si perdevano tra piogge di garofani e ortensie rigogliose. Le ragazze più piccole, che non potevano andare fino ai Cappuccini, si recavano, vestite da verginelle (indossavano il vestito della prima Comunione che normalmente facevano tra i 6 e 7 anni) con alla testa del corteo “nu palu i ‘nterra” che fungeva da croce, alla “Mmaculatella” e davanti alla Madonnina si consumava anche la cerimonia del battesimo.
“Simu cummàri, poi sollevando per tre volte le mani legate dai mignoli, contavano allegramente:
“Cummàri ‘e San Giuvanni, Il ritorno a casa era colmo di gioia e tutti aspettavano l’arrivo delle comari per i festeggiamenti. Delle torte, a fine festa, non rimanevano neanche le briciole, ma cesti strapieni di “primijuri”, “vermicocchi”, “ceràsi”, “mura janchi” e “pirilli i San Giuvanni”, ccu ‘na frisa i panu toustu i grannianu abbagnata, venivano presi dìassalto velocemente e divorati. Ai più grandi era concesso un generoso bicchiere del miglior marcigliano rubino miracolosamente ed eccezionalmente appariva sul bancone i Sarvaturu senza essere annacquato,….sincero. Poi via con i canti e danze fino a sera quando si cominciava a discutere sui preparativi da “vamparita” dei SS. Pietro e Paolo. |
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Ultimo aggiornamento: 18-06-11