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Nicodemo
di
Pino Del Pizzo |
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Peppino Mazza
di Pino Del Pizzo |
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Gustinu
di Ninuccio De Luca |
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'u Mastru
di Pino Del Pizzo |
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Nicodemo
di Pino Del Pizzo
C'era
una volta un omino che ricordo ancora, con la sua divisa bianca.
Avanzava per la strada strascicando lentamente i passi, fermandosi ad ogni uscio e a ogni finestra.
Non ho mai saputo da dove fosse venuto, e quando.
So solo che noi bambini lo aspettavamo: aveva gli occhi lucidi e sempre sorridenti.
Doveva essere molto buono o, per lo meno, con noi bambini lo era.
“Famme ’u galluzzu” ... ...
E lui, pronto, pigiava le dita sul suo consunto organetto e tirava fuori quel suono.
Poi riprendeva il suo cammino...
Non chiedeva mai niente, ma tutti avevano per lui un soldino o un pezzo di pane o un piatto di minestra calda che consumava seduto sullo scalino della porta.
Ed il Natale, come ogni altra festa, era annunziato dal suono del suo organetto e dal suo canto roco e chioccio di “novene” incomprensibili, forse da lui stesso inventate.
Poi cominciarono ad aspettarlo i figli della mia generazione: e lui puntualmente arrivava... mentre i suoi passi si erano fatti sempre più strascicati e la sua voce più fioca...
Un giorno scomparve: i primi ad accorgersene furono proprio i bambini.
Andò via così, come era arrivato, per chiudere i suoi giorni in un ospizio di vecchi ai quali avrà cantato le sue incomprensibili novene, ma negli ultimi giorni di vita, certamente, avrà avuto nostalgia dei bambini e le sue dita, forse, inconsciamente avranno premuto i tasti per fare ancora una volta ’u galluzzu ...
C'era una volta un omino vestito di bianco che suonava l'organetto...
C'era una volta … Nicodemo... |
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Gesù
Cristu d''a Chiazza
di Pino Del Pizzo

Le
vie di Amantea, almeno quelle principali, ormai sono soffocate
dal traffico che lascia poco spazio ai pedoni...persino sui
marciapiedi!
Un tempo ormai lontano, ma che
rivive nella memoria e nei racconti dei più anziani, le nostre
strade erano percorse soprattutto da mezzi “a trazione equina”
o “a trazione bovina” che assolvevano egregiamente ai trasporti
“interni” e ai trasporti “esteri”.
I “trasporti interni” erano
curati soprattutto dalla “carovana” (‘u trainu ‘i Giuvanni ‘u
Niru e qualche facchino) che provvedeva a trasportare dalla
stazione ai vari negozi tutta la merce possibile e immaginabile,
dagli alimenti alle ferramenta, dai concimi agli attrezzi di
lavoro, dal legname ai manufatti più vari.
I “trasporti esteri” erano
affidati al carro di Pietro Pizzino col quale avvenivano tutti
gli interscambi commerciali con i paesi del comprensorio e col
capoluogo.
Ogni viaggio era una missione ed
un’avventura che iniziava prima del sorgere dell’alba per
concludersi spesso a notte inoltrata, qualunque fossero le
condizioni metereologiche.
Nella
città il servizio postale ( e qualche volta passeggeri) era
sostenuto dalla carrozza d’”u Mucciaccio” e da quella di
Nardelli.
Le carrozze private (un vero lusso
alla portata di pochi eletti) si potevano contare sulle dita di
una sola mano, ed era raro trovarle in giro, tanto che, vederne
passare una, spesso diventava un vero e proprio avvenimento che
richiamava sulla strada frotte di bambini che si divertivano a
rincorrerle, negozianti uscivano sull’uscio delle botteghe e le
donne si affacciavano da finestre e balconi.L’avvenimento clou era,, comunque
il passaggio della carrozza del Marchese De Luca, con i suoi
maestosi cavalli (Cocò, Faccibella, Baggiana) e, in cassetta,
paludato da una livrea d’ordinanza Peppino Mazza che, allora
senza barba e con i capelli corti, forse covava in cuor suo, i
sentimenti mistici che lo avrebbero trasformato, anni dopo
nell’indimenticabile, mistica e jeratica figura di “Gesù Cristu
d’’a Chiazza”.
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Gustinu
di Ninuccio De Luca
Ero bambino abitavo, dove ancora abito, in
prossimità della Chiesa del Carmine ed assieme ad altri coetanei
ogni volta che "Gustino" imbracciava la "Gran Cassa" correvamo a
sentire quel ritmo cadenzato e potente di colpi che egli
imprimeva sul gran Tamburo.
Egli aveva il compito, con i suoi colpi secchi, di chiamare i
musicanti a raccolta perchè c'era bisogno di una immediata
riunione della banda per un evento successo: poteva essere una
festa, una processione di un Santo, un funerale o un semplice
concerto in sala, per esercitazione.
Dopo sette otto minuti incominciavano ad arrivare i musicanti
provenienti da ogni zona di Amantea.
In questa foto, a dire il vero, non molto nitida, si vede
Gustino sul piazzale "Muntariello", davanti la Chiesa del
Carmine, eseguire il suo rituale richiamo dei musicanti con
colpi di tamburo precisi e secchi da farli udire a quelli della
"Taverna". Le mazzate sul tamburo diventavano più veloci e
potenti a seconda della necessità e dell'urgenza che si aveva
per riunire in fretta il complesso bandistico e delle
sollecitazioni che aveva avuto dal Maestro Mario Aloe.
In quei tempi c'era un silenzio quasi assoluto, poiché non
esistevano nè macchine, né motocicli tutt'alpiù qualche
silenziosa bicicletta, perciò il suono dei colpi di tamburo
veniva udito anche da S. Maria.
Per i bambini del quartiere era una festa e dalla foto si vedono
alcuni di essi che ascoltavano il ritmo del tamburo con
piacevole e gioioso interesse.
Era festa !!!
Ogni tanto Gustino ci faceva scappare facendo finta di colpirci
con la mazza del tamburo.
Era un personaggio obbediente assai utile per la banda, molto
umile che aveva il compito di portare il gravoso strumento per
tutta la città al musicante che doveva usarlo per la banda.
Credo che i molti veterani che lo ricordano avranno gradito
questa piccola cronistoria d'altri tempi, ormai lontanissimi. |
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‘u
Mastru
di Pino Del
Pizzo
Dopo la
scuola, posata la cartella e consumato un pasto frugale, la
maggior parte dei bambini e degli adolescenti, si recavano
“allu mastru” per apprendere i rudimenti di un mestiere,
scelto per tradizione familiare, per vicinanza alla “putiga”
o soltanto per necessità. Era
un periodo di apprendistato obbligatorio, quasi quanto la naja.Potevano
sfuggire a questo dovere solo (e come al solito) i “figli di
papà” ed i pochi fortunati studenti, se veramente erano
promettenti a scuola. Mentre per
le ragazze la scelta era quasi obbligata (andare alla sarta o al
ricamo), per i maschietti le possibilità erano molto varie.Le botteghe
più frequentate erano quelle dei falegnami, dei sarti, dei
barbieri e dei meccanici, pochi (soprattutto i familiari)
imparavano l’arte del fabbro, del calzolaio o dello stagnino: solo i più grandicelli andavano “dietro” ai muratori o agli imbianchini.

Nella foto si notano le gerarchie nel
gruppo dei discepoli: quelli al fianco del Maestro, come lui,
impugnano un bastone, quasi a guisa di scettro di comando. (La
foto è stata gentilmente concessa dal sig.Antonio Munno, figlio
del maestro Pasquale Munno)
Il titolare
della bottega era “u mastru” al quale i “discepoli”
dovevano la massima stima, rispetto e obbedienza: egli dettava
le regole e le faceva rispettare, distribuiva mansioni, compiti
e…”cazziate” in virtù del suo potere assoluto.
I “mastri”
più bravi e più severi erano molto ricercati dai genitori perché
la frequentazione delle botteghe più importanti era quasi un
“pedigree”, un attestato e una referenza prestigiosa per i
futuri artigiani.
Per i
genitori era prassi comune quella di “stimare” ‘u mastru
( o’a mastra) con regali di circostanza (o di occasione), come
segno di riconoscimento per quanto veniva fatto per i loro
figli.
Al contrario, ai discepoli, non spettava
alcun compenso, tranne qualche sparuta e rara mancia alla
consegna di lavori di una certa importanza.
Amantea ha
avuto una tradizione di ottimi “mastri” capaci di formare e
preparare “discepoli” in grado di tramandare per decenni le più
diverse specialità artigiane che, insieme all’agricoltura e al
commercio, sono state uno dei pilastri sui quali si è fondata
l’economia della nostra città.
Oltre che a provvedere alla quotidiana
pulizia della “putiga”, i discepoli alle prime armi dovevano
sempre stare accanto al loro “mastro” per osservare come
lavorava e, possibilmente, prevenirne gli ordini porgendo gli
attrezzi necessari al momento giusto.
Alcune delle mansioni che dovevano svolgere
nei primi giorni di apprendistato:
SARTORIE:
“allumare” e tenere acceso il ferro da stiro (allora a
carboni), scucire imbastiture, eseguire semplici lavori con
l’uso dell’ago.
FALEGNAMERIE:
raddrizzare chiodi, aiutare nei tagli con la sega.
OFFICINE MECCANICHE:
ordinare e porgere gli attrezzi, pulire i pezzi smontati,
dividere e selezionare bulloni,dadi, viti, rondelle.
FUCINE ("Forgie"):
tirare il mantice che alimentava con l’aria la fiamma per la
fusione dei metalli, alimentare continuamente il fuoco col
carbone.
CALZOLERIE:
preparare, torcere ed impeciare lo spago da utilizzare per le
cuciture, lucidare le scarpe a lavoro finito.
BARBIERIE: tenere pulito il
locale continuamente, spazzolare i clienti, assistere "u mastru" porgendo tempestivamente tutti gli attrezzi.
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La corrispondenza va inviata a
redazione@amanteaninelmondo.info |
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