L'Associazione

05-01-12

 

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Quando la realtà si mescola alla legenda

Immagini, fatti e personaggi che hanno colorito e caratterizzato la vita della città nell'ultimo secolo. Quasi un acquarello dipinto con tenui colori nei quali si raccontano storie semplici, ricche di un'umanità diversa, fatta di piccole cose che pure riuscivano a riempire la vita di tutti i giorni: usanze, giochi e riti che, senza pretese, aggregavano e davano quel senso di appartenenza alla città, al quartiere, al vicinato e generavano solidarietà e disinteressata compartecipazione, grazie alle quali, nonostante le difficoltà e gli stenti, riuscivamo a sentirci meno soli.

 

In questa pagina :

Il "Diurno"
Ore 12: tutti all'Isca
C'era una volta... il mare
La marina negli anni '30
Figure di pescatori
Il reclutamento delle ciurme

 

 

 

               

Corso Vittorio Emanuele – inizio anni ’50

Il Diurno

di Pino Del Pizzo

Il “lavaggio dei peccati” (vedi “C’era una volta… Il mare” nel sito www.amanteaninelmondo.info) per quelli della mia generazione era cosa sconosciuta ed inutile.

Non che ci sentissimo “immacolati”, tutt’altro!

Era che, ormai, nelle nostre case c’era l’acqua corrente, quasi tutti avevamo la vasca da bagno e chi non la possedeva poteva fare le dovute abluzioni presso il “Diurno” di Mastro Ettore Carino, un locale, per quei tempi, modernissimo ed attrezzatissimo, ben tenuto e pulito.

Modico nelle tariffe (ci si poteva anche abbonare), era una vera comodità ed un luogo d’incontro che si affollava soprattutto il sabato sera e la domenica mattina quando frotte di utenti (soprattutto giovani) facevano la fila ostentando l’asciugamano arrotolato sulla spalla o – addirittura - lo status symbol del momento: un accappatoio!

Il mio amico Pasquale era uno dei clienti più assidui.

Corso Vittorio Emanuele – 2002Ogni domenica mattina, quando puntualmente alle 8 e 45 bussava alla porta di casa mia con un mazzetto di fiori campestri da offrire a mia madre, il suo arrivo era sempre annunciato da un effluvio di colonie e di sali, di cui pochi minuti prima aveva fatto abbondantemente uso nel “Diurno”.

Un effluvio che lo avrebbe accompagnato sull’altare della chiesa dei Cappuccini, mentre insieme servivamo la messa, e che avrebbe lasciato la sua scia fra i banchi dei fedeli durante la raccolta delle oblazioni…

Il "Diurno" era ubicato quasi al termine del Corso Vittorio Emanuele e fu inaugurato alla fine degli anni ’50.

Purtroppo, a poco a poco, perse d’interesse per la capillare diffusione, in tutte le case, di vasche, docce e scaldabagni.

Mastro Ettore continuò a fare il barbiere fino a quando cedette la sua attività.

Adesso il locale, che è il “salone” più antico di Amantea, si chiama “Studio 29”, è stato rinnovato ed è gestito in forma estrosa e creativa.

(Questo testo è incluso nel primo volume della raccolta antologica "Gocce di Memoria" elegante volume (non in vendita) a colori stampato su carta patinata in formato A4 che sarà distribuito esclusivamente ai soci in regola col pagamento della tessera sociale per l'anno 2011)

 

C’ERA UNA VOLTA … IL MARE

 

Laggiù, all’orizzonte, dove la notte alza il sipario sul crescendo finale dei rossi bagliori di un sontuoso tramonto, la prima stella si accende come un’antica lampara ingoiata dal tempo mentre l’onda confonde il suo racconto con le strida dei gabbiani e lo scricchiolio dell’ultima paranza che apre il suo ventre sgretolato dal sole e dall’oblio…

Estrema vestigia di sconfinate distese biancheggianti, difeso come un bunker dagli assalti del mare, l’ultimo lembo di spiaggia, non accoglie più volti scavati dal maestrale e riti di pesca, corone di sughero e luccicanti “lannielle”, filari di reti distese al sole per essere riparate da esperte mani coperte di salsedine.

Restano solo immagini e memorie che lo sciabordio delle onde leviga e assottiglia, rendendole sabbia di ricordi: c’era una volta… il mare.

 

 

LA “MARINA” NEGLI ANNI TRENTA

All’inizio del secolo scorso, pochi metri dopo la casa di Pietro Pizzino terminava Via Margherita e il mare si poteva raggiungere percorrendo un sentiero sterrato, segnato dalle ruote dei carri trainati dai buoi che trasportavano la sabbia per le costruzioni.

Alte siepi di rovi e di spine delimitavano il percorso fino al sottopasso della ferrovia, al di là del quale, come per incanto, si apriva un panorama incontaminato in cui, incontrastati, dominavano il verde dei “vruchi”, l’azzurro delle acque, il rosso dei tramonti.

 

’A marina, allora, restava fuori dal paese ed era frequentata solo in poche occasioni.

D’estate ci si andava preferibilmente di pomeriggio.

La balneazione avveniva in luoghi rigidamente separati ai due lati del ponte Margherita:

- a destra (lato Belmonte) gli uomini e

- a sinistra (lato Campora) le donne.

 

In mezzo la zona franca presidiata quasi sempre dal comandante dei Vigili Urbani, Alfonso Perna, munito di un “nervo” che però non usava, ma che serviva a sconsigliare “invasioni di campo” nelle due direzioni.

Sulle due rive i “pagliari”, costruiti con una coperta sostenuta da canne (a guisa di “tenda indiana”), supplivano alle cabine‑spogliatoio per i bagnanti, tutti rigorosamente muniti di lenzuolo da usare, all’occorrenza, come accappatoio.

A sera si tornava a casa più freschi, ma fra i giovanotti e le signorine, spesso, si segnalavano casi di …torcicollo!

D’inverno, invece, si aspettava che il mare depositasse sulla battigia le “vulelle”, un mollusco commestibile e ricercato che i buongustai dell’epoca consumavano addirittura sulla spiaggia insieme a pane raffermo e ad un buon bicchiere di vino.

Infine, nel giorno dell’Ascensione, alla marina, si “celebrava” il rito del “lavaggio dei peccati”.

L’operazione, che consisteva nell’immersione delle gambe nel mare, sotto l’aspetto mistico, celava un risvolto pratico: in mancanza di acqua corrente e di servizi igienici appropriati nelle case, insieme ai peccati, molti “penitenti”, oltre a mondare l’anima, coglievano l’occasione per lavare “ ’a prica” accumulata durante l’inverno sotto le ginocchia.

 

Ritorno da una battuta di pesca sulla spiaggia di Coreca (anni ’50)FIGURE DI PESCATORI

Una delle risorse più importanti, che hanno consentito lo sviluppo e la crescita della nostra comunità, è stata certamente la pesca.

Intere generazioni, nel corso dei secoli, hanno affrontato le insidie del mare e sviluppato una tradizione che ormai si sta affievolendo per la mancanza di “vocazioni”, ma anche, e soprattutto, per la mancanza di materia prima: i pesci.

L’impoverimento della flora marina, aggredita da fattori incontrollati di inquinamento e di erosione delle coste, dalla scarsa portata dei corsi fluviali, dall’indiscriminata e selvaggia pesca a strascico nelle zone protette, ha, a mano a mano, allontanato dal mare le famiglie “storiche” dei pescatori i cui discendenti si sono dati all’artigianato, al commercio, alle professioni, attività certamente meno poetiche, ma più sicure e redditizie.

 

 

Zu Franciscu Giambra (al centro) nel 1936Il pesce congelato (e quello surgelato) ha preso il sopravvento nei mercati e le “lannielle” ospitano esemplari ittici che del nostro mare hanno solo la risciacquatura mattutina, fatta di soqquatto per togliere l’effetto dei prodotti refrigeranti.

Ora solo qualche anziano conserva gli “strumenti di lavoro” che, di tanto in tanto, utilizza per estemporanee ed improbabili avventure sulle onde, mentre della nostra “marineria da pesca” restano soltanto i ricordi che affiorano, qua e là, sbiaditi e nostalgici.

In essi si stagliano figure ieratiche di cui, purtroppo, almeno al momento, non possiamo fornire immagini e testimonianze più complete, ma che contiamo di poter fare in seguito con l’aiuto dei lettori del nostro sito.

Su tutte, sembra campeggiare quella d’ ’u zu Brunu, una bella figura di marinaio di Catocastro, con la faccia e la bocca larga, la barbetta ispida e tutto l’aspetto di chi ha passato un’intera vita respirando la salsedine.

“Zu Brunu” camminava sempre scalzo, con l’andatura dondolante tipica dei marinai costretti per anni ad assecondare il rollio della barca, indossava alla vita una vecchia rete da pesca che, a guisa di cintura, teneva su i pantaloni ed in testa, quasi sempre, una bandana da pirata.

Amava intrattenersi con i bambini ai quali raccontava fantastiche avventure frutto della sua fantasia.

 

Anche ’u Zu Franciscu Giambra era una splendida figura di pescatore con una fluente barba bianca ed un dolce sorriso.

Aveva vissuto per tutta la vita su una barca da pesca …eppure non sapeva nuotare!

Le persone dell’epoca lo consideravano un barometro: ogni due o tre ore, per tutto il giorno e tutta la notte, scendeva alla marina ad osservare il cielo e le onde dalle quali traeva previsioni infallibili, da tutti rispettate.

Speriamo che altre figure riescano ad affiorare dal ricordo collettivo attraverso informazioni, immagini, racconti e notizie per completare questo meraviglioso affresco consacrato dal soprannaturale patto con il mare, i suoi misteri e le sue insidie.

Immagini dei marinai e delle loro donne che sulla spiaggia attendevano il ritorno delle barche prima del sorgere del sole per dividersi il pescato, sciorinarlo nelle “lannielle” e partire per le strade e per i vicoli, ciascuna verso la propria “partita” di clienti.

Racconti dei marinai e dei loro figli, iniziati all’arte della pesca come ad un rito sacro fatto di timore e di rispetto, di pazienza e di ardimento. Immagini dei marinai e dei loro attrezzi di lavoro scomparsi o sostituiti dalla tecnologia.

Memorie dei marinai con i loro canti, delle loro vele non sempre gonfie di vento e dei loro lunghi remi levigati dal sudore, delle loro lampare ad acetilene, a petrolio e a gas che, come lucciole sciamavano sulle onde buie della sera mentre lo sciabordio nascondeva una preghiera e una speranza.

 

IL RECLUTAMENTO DELLE CIURME

 

Ogni anno, il 24 giugno, in occasione della festa di S. Giovanni, sui tornanti di Pantalìa si teneva un’importante riunione di tutte le forze della marineria Amanteana.

Imprenditori e Capi‑ciurma provvedevano all’ingaggio dei membri degli equipaggi che per un anno avrebbero fatto parte della stessa barca.

Era una vera e propria asta in cui c’era chi offriva e chi si offriva, ma le quotazioni non erano certamente quelle degli odierni calciatori.

Al termine veniva data la caparra (’u muortu), una rapida stretta di mano siglava il patto e poi tutti in cantina a festeggiare e far progetti per il futuro.

Dalla trasmissione “C’era una volta” - Emittente “Radio Costa International” - Conduttore Pino Del Pizzo
Racconta Suriano Rocco (Ruoccu ’i Peppi)

 

Sulle orme d''u Pirichinu
Ore 12: tutti all'Isca

 

Inizi anni '60... 
D'estate ci si inventava di tutto pur di  "rimorchiare" qualche (non necessariamente ) bella bagnante...
Quando le condizioni del mare non erano particolarmente proibitive, Rocco Faceto, con la barca a remi di suo padre, ci traghettava fino agli scogli dell'Isca.
A bordo, oltre me, Rocco, qualche amico e "le ospiti", c'era sempre Franco Berardone, il protagonista dello spettacolo che abitualmente andava in scena ogni giorno alle 12 in punto.
Arrivavamo nelle acque degli scogli verso le 11,30 e facevamo il bagno prima di risalire sulla barca per assistere all'esibizione di  Franco che, con istrionesca e compassata esperienza, si arrampicava sullo scoglio più alto dove si sedeva in attesa dello scoccare del mezzogiorno.
Qualche istante prima della fatidica ora(mezzogiorno), con incedere sicuro, si sistemava su una sporgenza che fungeva da trampolino naturale e, appena giungeva lo scampanio delle chiese, si librava nell'aria con uno stile degno del miglior Johnny Weissmüller (Tarzan) per tuffarsi nelle (allora) limpide onde del mare, fra gli applausi dei presenti.
Non era raro, anzi direi che era molto frequente, che un poco prima delle 12, intorno agli scogli si radunassero  una decina di barche, giunte dalle vicine coste di Amantea e Belmonte, con qualche centinaio di spettatori curiosi e plaudenti.
Prima di Franco Berardone (ora scherzosamente chiamato "Ammiraglio"), a tuffarsi dagli scogli era "U Pirichinu".
Non saprei dirvi chi fosse il più bravo perchè ho visto solo Franco e lo spettacolo ancora brilla nella mia memoria come uno dei ricordi più belli della mia giovinezza...

Pino Del Pizzo

La sequenza del tuffo

Franco Berardone ha raggiunto il trampolino naturale quasi in cima all'Isca grande

Franco Berardone, aspetta i rintocchi delle campane che suonano a mezzogiorno

 Franco Berardone si concentra prima di tuffarsi

Franco Berardone si è tuffato con perfetto stile

Franco Berardone ha raggiunto il trampolino naturale quasi in cima all'Isca grande

Franco Berardone, aspetta i rintocchi delle campane che suonano a mezzogiorno  Franco Berardone si concentra prima di tuffarsi Franco Berardone si è tuffato con perfetto stile

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Ultimo aggiornamento:  12-07-11