
Laggiù, all’orizzonte, dove la
notte alza il sipario sul crescendo finale dei rossi bagliori di un
sontuoso tramonto, la prima stella si accende come un’antica lampara
ingoiata dal tempo mentre l’onda confonde il suo racconto con le
strida dei gabbiani e lo scricchiolio dell’ultima paranza che apre
il suo ventre sgretolato dal sole e dall’oblio…
Estrema vestigia di sconfinate
distese biancheggianti, difeso come un bunker dagli assalti del
mare, l’ultimo lembo di spiaggia, non accoglie più volti scavati dal
maestrale e riti di pesca, corone di sughero e luccicanti “lannielle”,
filari di reti distese al sole per essere riparate da esperte mani
coperte di salsedine.
Restano solo immagini e memorie che
lo sciabordio delle onde leviga e assottiglia, rendendole sabbia di
ricordi: c’era una volta… il mare.
LA “MARINA” NEGLI ANNI
TRENTA
All’inizio del secolo
scorso, pochi metri dopo la casa di Pietro Pizzino terminava Via
Margherita e il mare si poteva raggiungere percorrendo un sentiero
sterrato, segnato dalle ruote dei carri trainati dai buoi che
trasportavano la sabbia per le costruzioni.
Alte siepi di rovi e
di spine delimitavano il percorso fino al sottopasso della ferrovia,
al di là del quale, come per incanto, si apriva un panorama
incontaminato in cui, incontrastati, dominavano il verde dei “vruchi”,
l’azzurro delle acque, il rosso dei tramonti.
’A marina, allora,
restava fuori dal paese ed era frequentata solo in poche occasioni.
D’estate ci si andava
preferibilmente di pomeriggio.
La balneazione avveniva in luoghi rigidamente separati ai due lati
del ponte Margherita:
- a destra (lato Belmonte) gli uomini e
- a sinistra (lato
Campora) le donne.
In
mezzo la zona franca presidiata quasi sempre dal comandante dei
Vigili Urbani, Alfonso Perna, munito di un “nervo” che però non usava, ma che
serviva a sconsigliare “invasioni di campo” nelle due direzioni.
Sulle due rive i “pagliari”,
costruiti con una coperta sostenuta da canne (a guisa di “tenda
indiana”), supplivano alle cabine‑spogliatoio per i bagnanti, tutti
rigorosamente muniti di lenzuolo da usare, all’occorrenza, come
accappatoio.
A sera si tornava a
casa più freschi, ma fra i giovanotti e le signorine, spesso, si
segnalavano casi di …torcicollo!
D’inverno, invece, si
aspettava che il mare depositasse sulla battigia le “vulelle”, un
mollusco commestibile e ricercato che i buongustai dell’epoca
consumavano addirittura sulla spiaggia insieme a pane raffermo e ad
un buon bicchiere di vino.
Infine, nel giorno
dell’Ascensione, alla marina, si “celebrava” il rito del “lavaggio
dei peccati”.
L’operazione, che
consisteva nell’immersione delle gambe nel mare, sotto l’aspetto
mistico, celava un risvolto pratico: in mancanza di acqua corrente e
di servizi igienici appropriati nelle case, insieme ai peccati,
molti “penitenti”, oltre a mondare l’anima, coglievano l’occasione
per lavare “ ’a prica” accumulata durante l’inverno sotto le
ginocchia.
Una delle risorse più importanti, che hanno consentito lo sviluppo e la crescita della nostra comunità, è stata certamente la pesca.
Intere generazioni, nel corso dei secoli, hanno affrontato le insidie del mare e sviluppato una tradizione che ormai si sta affievolendo per la mancanza di “vocazioni”, ma anche, e soprattutto, per la mancanza di materia prima: i pesci.
L’impoverimento della flora marina, aggredita da fattori incontrollati di inquinamento e di erosione delle coste, dalla scarsa portata dei corsi fluviali, dall’indiscriminata e selvaggia pesca a strascico nelle zone protette, ha, a mano a mano, allontanato dal mare le famiglie “storiche” dei pescatori i cui discendenti si sono dati all’artigianato, al commercio, alle professioni, attività certamente meno poetiche, ma più sicure e redditizie.
Il pesce congelato (e quello surgelato) ha preso il sopravvento nei mercati e le “lannielle” ospitano esemplari ittici che del nostro mare hanno solo la risciacquatura mattutina, fatta di soqquatto per togliere l’effetto dei prodotti refrigeranti.
Ora solo qualche anziano conserva gli “strumenti di lavoro” che, di tanto in tanto, utilizza per estemporanee ed improbabili avventure sulle onde, mentre della nostra “marineria da pesca” restano soltanto i ricordi che affiorano, qua e là, sbiaditi e nostalgici.
In essi si stagliano figure ieratiche di cui, purtroppo, almeno al momento, non possiamo fornire immagini e testimonianze più complete, ma che contiamo di poter fare in seguito con l’aiuto dei lettori del nostro sito.
Su tutte, sembra campeggiare quella d’ ’u zu Brunu, una bella figura di marinaio di Catocastro, con la faccia e la bocca larga, la barbetta ispida e tutto l’aspetto di chi ha passato un’intera vita respirando la salsedine.
“Zu Brunu” camminava sempre scalzo, con l’andatura dondolante tipica dei marinai costretti per anni ad assecondare il rollio della barca, indossava alla vita una vecchia rete da pesca che, a guisa di cintura, teneva su i pantaloni ed in testa, quasi sempre, una bandana da pirata.
Amava intrattenersi con i bambini ai quali raccontava fantastiche avventure frutto della sua fantasia.
Anche ’u Zu Franciscu Giambra era una splendida figura di pescatore con una fluente barba bianca ed un dolce sorriso.
Aveva vissuto per tutta la vita su una barca da pesca …eppure non sapeva nuotare!
Le persone dell’epoca lo consideravano un barometro: ogni due o tre ore, per tutto il giorno e tutta la notte, scendeva alla marina ad osservare il cielo e le onde dalle quali traeva previsioni infallibili, da tutti rispettate.
Speriamo che altre figure riescano ad affiorare dal ricordo collettivo attraverso informazioni, immagini, racconti e notizie per completare questo meraviglioso affresco consacrato dal soprannaturale patto con il mare, i suoi misteri e le sue insidie.
Immagini dei marinai e delle loro donne che sulla spiaggia attendevano il ritorno delle barche prima del sorgere del sole per dividersi il pescato, sciorinarlo nelle “lannielle” e partire per le strade e per i vicoli, ciascuna verso la propria “partita” di clienti.
Racconti dei marinai e dei loro figli, iniziati all’arte della pesca come ad un rito sacro fatto di timore e di rispetto, di pazienza e di ardimento. Immagini dei marinai e dei loro attrezzi di lavoro scomparsi o sostituiti dalla tecnologia.
Memorie dei marinai con i loro canti, delle loro vele non sempre gonfie di vento e dei loro lunghi remi levigati dal sudore, delle loro lampare ad acetilene, a petrolio e a gas che, come lucciole sciamavano sulle onde buie della sera mentre lo sciabordio nascondeva una preghiera e una speranza.
Ogni anno, il 24 giugno, in occasione della festa di S. Giovanni, sui tornanti di Pantalìa si teneva un’importante riunione di tutte le forze della marineria Amanteana.
Imprenditori e Capi‑ciurma provvedevano all’ingaggio dei membri degli equipaggi che per un anno avrebbero fatto parte della stessa barca.
Era una vera e propria asta in cui c’era chi offriva e chi si offriva, ma le quotazioni non erano certamente quelle degli odierni calciatori.
Al termine veniva data la caparra (’u muortu), una rapida stretta di mano siglava il patto e poi tutti in cantina a festeggiare e far progetti per il futuro.
Dalla trasmissione “C’era una volta” - Emittente “Radio Costa International” - Conduttore Pino Del Pizzo Racconta Suriano
Rocco (Ruoccu ’i Peppi)
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