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'a vucata" di Antonio Furgiuele |
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c'era una volta... il mare di Pino Del Pizzo |
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Il "lido
Azzurro"
di Pino Del Pizzo
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Ore 12: tutti all'Isca di Pino Del Pizzo |
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Quando la lana... belava! di Antonio Furgiuele |
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Storie di vita associativa La C.S.A. di Pino Del Pizzo |
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Radio Amantea di Elio Magnone |
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La Schola Cantorum di Francesco Giardina |
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il Club Altair di Pino del Pizzo |
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Il Circolo Corrado Alvaro di Salvatore Sciandra |
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U sapunu fattu alla casa di Antonio Furgiuele |
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La fucina di Ciccio Del Vecchio di
Ninuccio De Luca |
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Il"Diurno" di Pino Del Pizzo |
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'a vucata
di Antonio Furgiuele
Premessa
’A vucata
si faceva in media ogni quindici, venti giorni, e, a tal
proposito, venivano selezionati con cura i tessuti di tela, lino
e cambrì, tralasciando, di fatto, gli indumenti di lana e di
colore.
1ª fase:
La
biancheria, una volta selezionata, veniva sottoposta, dapprima,
ad un lavaggio manuale, tenuto in modo tradizionale, con il solo
ausilio del sapone, anch’esso prodotto fra le mura domestiche…’u
sapunu fattu alla casa.
2ª fase:
All’interno di una cesta di vimini e canna (’a sporta),
poggiata sopra di un capiente contenitore, in genere una tinozza
di legno o, all’occorrenza, anche quattro pietre, veniva posto
’u tuorciu, ovverossia, un panno di qualsivoglia filato
che accoglieva tutto il bucato. Le sue falde, lasciate pendere,
non a caso, fuori dalla cesta, avevano il successivo compito di
ricoprire il tutto. All’interno d’ ’u tuorciu, la
biancheria, lasciata nsapunata e torciuta, veniva
ncrivellata ccu garbu, ovvero, mani esperte provvedevano
a disporla in guisa tale da permettere liberamente lo scolo
d’ ’a lissia1.
3ª fase:
In un ampio calderone di rame (’a quadara), ricolmo
d’acqua, veniva fatto sciogliere del sapone spezzettato, con
l’aggiunta di cenere bianca, cernuta allu sitazzu2,
prelevata dal forno del pane o dal braciere di famiglia. Il candore di
quest’ultima doveva derivare dalla combustione di legname o
carbone del tutto privo di impurità; per tale motivo, il
vegetale preferito era l’ulivo.
Si
procedeva, quindi, ad accendere il fuoco. Quando l’acqua, così trattata, che oramai
chiameremo lissia, raggiungeva una discreta temperatura,
prossima all’ebollizione, si provvedeva a prelevarla con
l’ausilio di un pentolino e la si versava lentamente sulla
biancheria posta nella cesta, tracciando ampi cerchi
concentrici, partendo dall’esterno verso l’interno. Dalle
fessure dell’intreccio di salice e canna, dopo pochi secondi,
cominciava a sgorgare ’a lissia, mentre, nel frattempo,
se ne continuava a versare altra fino a che, questa, dapprima
grigiastra, non assumeva un colore del tutto limpido, a
testimonianza che i panni avevano ricevuto il trattamento
desiderato.
In un
secondo tempo, con la lissia lasciata intiepidire
’ntr’ ’a quadara, si poneva mano ai filati colorati.
4ª fase:
Trascorso un giorno o due, la
cesta, issata sulla testa in stabile equilibrio, con l’ausilio
del cercine (’a curuna), veniva portata al fiume, nelle cui
acque, al ritmo di canti amorosi, eseguiti per burlare
l’innamorata del momento, si operava il risciacquo di tutta la
biancheria che, in un secondo tempo, messa opportunamente sulle
pietre, si lasciava asciugare sotto i raggi del sole, mettendo
in risalto tutto il suo candore.
1
Composto di acqua calda, cenere e sapone. 2 Crivello.
Nota
’A vucata, l’urtima vota, l’haju vista
fari a Tiresa Musì nziemi a Maria ’i Ntonariellu allu mmienzu
’i l’anni sessanta, dintr’ ’a Calavecchja, avant’ ’a forgia ’i
mastru Saverinu.
È stata Tiresa, doppu tant’anni, ca m’ha
cuntatu cumu si facìe.
A llu
ricuordu sua, mparadisu ’a vie, vanu si pensieri c’haju ricuotu. |
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IL DIURNO
di Pino Del Pizzo
| Il
“lavaggio dei peccati” (vedi “C’era una volta…
Il mare”) per quelli della mia generazione era cosa
sconosciuta ed inutile. Non che ci sentissimo
“immacolati”, tutt’altro!
Era
che ormai nelle nostre case c’era l’acqua corrente,
quasi tutti avevamo la vasca da bagno e chi non la
possedeva poteva fare le dovute abluzioni presso il
“Diurno” di Mastro Ettore Carino,
un locale, per quei tempi, modernissimo ed
attrezzatissimo, ben tenuto e pulito.
Modico nelle tariffe (ci
si poteva anche abbonare), era una vera comodità ed un
luogo d’incontro che si affollava soprattutto il sabato
sera e la domenica mattina quando frotte di utenti
(soprattutto giovani) facevano la fila ostentando
l’asciugamano arrotolato sulla spalla o – addirittura -
lo status symbol del momento: un accappatoio!
Il mio amico Pasquale era uno dei clienti più
assidui.
Ogni domenica mattina, quando puntualmente alle 8 e
45 bussava alla porta di casa mia con un mazzetto di
fiori campestri da offrire a mia madre, il suo arrivo
era sempre annunciato da un effluvio di colonie e di
sali, di cui pochi minuti prima aveva fatto
abbondantemente uso nel “Diurno”.
Un effluvio che lo
avrebbe accompagnato sull’altare della chiesa dei
Cappuccini, mentre insieme servivamo la messa, e che
avrebbe lasciato la sua scia fra i banchi dei fedeli
durante la raccolta delle oblazioni…
Il
"Diurno" era ubicato quasi al termine del Corso Vittorio
Emanuele e fu inaugurato alla fine degli anni ’50.
Purtroppo, a poco a poco, perse d’interesse per la
capillare diffusione, in tutte le case, di vasche, docce
e scaldabagni.
Mastro Ettore continuò a fare il
barbiere fino a quando cedette la sua attività.
Adesso il locale, che è il “salone” più
antico di Amantea, si chiama “Studio 29”,
è stato rinnovato ed è gestito in forma estrosa e
creativa. |
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Ore 12: tutti all'Isca
di Pino Del Pizzo |
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Inizi anni
'60... D'estate ci si inventava di tutto pur di "rimorchiare" qualche (non necessariamente )
bella bagnante... Quando le condizioni del
mare non erano particolarmente proibitive, Rocco Faceto, con la
barca a remi di suo padre, ci traghettava fino agli scogli dell'Isca.
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A bordo, oltre me, Rocco qualche amico e "le ospiti", c'era sempre Franco Berardone che era l'attrazione per lo spettacolo che abitualmente
offriva ogni giorno alle 12 in punto.Arrivavamo nelle acque degli scogli verso le 11,30 e facevamo il bagno prima di risalire sulla barca per assistere alla
esibizione. |
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Era giunto il momento di Franco che,
con istrionesca e compassata esperienza, si arrampicava sullo
scoglio più alto dove si sedeva in attesa dello scoccare del
mezzogiorno. |
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Qualche istante prima della fatidica ora, con
incedere sicuro, si sistemava su una
sporgenza che fungeva da
trampolino naturale e, appena giungeva lo scampanio delle chiese,
si librava nell'aria con uno stile degno del miglior Johnny
Weissmüller (Tarzan) per tuffarsi nelle (allora) limpide onde
del mare, fra gli applausi dei presenti. |
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Non era raro, anzi
direi che era molto frequente, che un poco prima delle 12,
intorno agli scogli si radunassero anche una decina di barche
giunte dalle vicine coste di Amantea e Belmonte, con qualche
centinaio di spettatori curiosi e plaudenti. Prima di Franco
Berardone (ora scherzosamente chiamato "Ammiraglio"), a tuffarsi
dagli scogli era "U Pirichinu". Non saprei dirvi chi fosse il
più bravo perchè ho visto solo Franco e lo spettacolo ancora
brilla nella mia memoria come uno dei ricordi più belli della
mia giovinezza... |
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IL LIDO AZZURRO
di Pino Del Pizzo |
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La prima “rotonda” (prima non solo ad Amantea ma nell’intera zona) era costruita su un sistema di palafitte a due livelli e fu, all’epoca, una delle principali attrazioni turistiche della provincia di Cosenza.
Per molti anni, punto di ritrovo insostituibile delle notti estive per giovani e non, era frequentata da intere famiglie (nonni compresi) a cui regalava sempre ore di tranquillità, spensieratezza ed allegria.
Sulla sua struttura si esibirono complessi, cantanti ed orchestre famose in occasione di serate di gala e delle elezioni delle miss Amantea.
Tra le altre cose, la “rotonda” è stata anche la culla ed il palcoscenico naturale dei primi
complessi musicali che, a partire dalla fine degli anni cinquanta, nacquero ad Amantea sulla scia della moda imperante e dei successi di Rolling Stones, Beatles, Equipe 84, …, ma anche di Carosone ed altri.
Fu più volte distrutta dal mare durante i mesi invernali ma, come l’Araba Fenice, ad ogni estate risorse, fu migliorata ed abbellita.
Poi, lentamente ma inesorabilmente, alle romantiche assi di legno subentrò il più freddo ed impersonale cemento: al suo posto ora c’è il “Lido azzurro”. |
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Quando
la lana... belava!
di Antonio
Furgiuele
Nel mese di maggio,
sfruttando la luna favorevole per evitare alcuni spiacevoli
inconvenienti, i nostri pastori, anticipando la stagione calda,
davano di mano alle forbici e tosavano (carusavunu) le
pecore, ricavandone una pregevole “lana janca ’i piecura gentile”,
un tempo denominata “maggiatica”, per distinguerla da quella
settembrina, che veniva stipata nei sacchi di canapa (cannavazzu),
in attesa che gli acquirenti, già prenotatisi sin dall'anno prima,
venissero a ritirarla ccu llu ciucciu, per poi portarla al
fiume dove poteva essere lavata con facilità.
Erano questi,
genitori ansiosi di vedere finito il corredo nuziale della propria
figlia, prossima alle nozze, i cui materassi e relativi cuscini,
ovviamente di lana, costituivano il pezzo forte.
Dal corso principale
del Catocastro¹ veniva deviata una parte delle sue acque in un punto
prestabilito, in modo da formare “nu vullu”² e, allo stesso
tempo, veniva acceso il fuoco sotto l'immancabile “quadara ’i
rama chjina d'acqua”, ritenuta anch'essa un importante pezzo
dotale.
Quando,
quest'ultima, era sul principio di bollire, vi s'immergeva la lana e
con l'ausilio di un bastone si
cominciava
a rimestarla con cura per tutto il tempo ritenuto necessario. Con lo
stesso bastone, poi, a sgrassatura avvenuta, si provvedeva a
toglierla dal calderone ed a stenderla vicino l'acqua
precedentemente deviata, dove veniva risciacquata a freddo.
Seguiva una
spremitura manuale e, quindi, posta sulle pietre o su di una
coperta, si attendeva che la lana asciugasse sotto i raggi del sole
che già facevano assaporare i piaceri dell'estate.
Ultimata questa fase
che vedeva la lana sfavillante ed asciutta, con pazienza certosina
venivano tolte a mano tutte le impurità rimaste ed il prodotto era
quindi, pronto, per essere cardato (scarmuniatu), …ma questa
è un'altra storia.
1 Nasce alle
falde del monte Cocuzzo (mt. 1541), scorrendo per tutto l'anno. La
sua foce è antistante la spiaggia di Amantea (CS) sul
litorale tirrenico.
² Pozza d'acqua creata
artificialmente, vena d'acqua.
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Storie di vita Associativa
La C.S.A.
di Pino Del
Pizzo |

Sul
finire degli anni settanta, con sede in Via Dante (Calavecchia), su
iniziativa di Pino Del Pizzo, Fortunato Marinari,
Vittorio Giallanza, Lina Amato,
Maria Cavallo, Wanda Jorno, Ada Gallo
e Antonio Le Rose, nasce ad Amantea la C.S.A.
(Comunità Sport & Arte).
Fin dall'inizio, lo scopo principale
dell’Associazione è stato quello di
proporre e stimolare la più
vasta gamma possibile di alternative nell’occupazione del tempo
libero.
Il fiorire di iniziative nei settori più vari si dimostra
immediatamente vincente e fortemente aggregante.
Dal settore sportivo vengono
rapidamente
i primi lusinghieri successi nel campo dell’atletica leggera (tanto
che – in breve tempo - la Società riesce a cogliere importantissime
affermazioni in campo nazionale, oltre che a livello provinciale e
regionale).
Nel settore artistico, la C.S.A. dà vita ad una
filodrammatica, composta da attori giovanissimi, che propone
numerosi spettacoli, non solo nel locale auditorium delle scuole
medie, ma anche in altri comuni, fino ad arrivare a calcare le scene
dell’importante e prestigioso palcoscenico del Teatro Rendano di
Cosenza.
Tra
le altre cose, è all’interno della C.S.A. che nasce il gruppo delle
“Majorettes”,
che si esibiranno in artistiche coreografie e sfilate in molte città
dell’Italia Meridionale.
La loro bravura le porterà fino ad essere chiamate dalla
Presidenza Nazionale delle ACLI per aprire la manifestazione dei
Lavoratori Cattolici d’Europa in Via della Conciliazione a Roma,
alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II°.
Ben presto la Sede Sociale di Via Dante si trasforma in un
cenacolo di artisti e la Calavecchia diventa un’estemporanea
pinacoteca dove, durante l’estate, espongono decine di pittori e
scultori.
Nello
stesso tempo, alcuni volenterosi collaboratori preparano e
gestiscono con entusiasmo ed una notevole dose di abnegazione: il
Premio Nazionale di Poesia “Città di Amantea”, rassegne
di fotografie d’epoca, sagre, giochi popolari, escursioni guidate ed
una miriade di altre iniziative a carattere turistico-promozionale.
Inoltre, vede la luce anche un giornalino ciclostilato in
proprio: “A Taverna” che, però, per mancanza di fondi
adeguati (e di un direttore responsabile che dia la firma a titolo
gratuito) viene pubblicato solo due volte con il numero “0”…
Nonostante gli ottimi risultati raggiunti, l’impegno profuso ed
il
consenso
ottenuto, le precarie condizioni economiche frenano qualsiasi
ulteriore sviluppo delle iniziative e le conseguenti mancate
realizzazioni, a poco a poco, fanno scemare l’entusiasmo.
Il protrarsi di questo stato di cose porta, poi, ad un
inevitabile scioglimento della C.S.A. allorché viene a mancare anche
il supporto appassionato ed instancabile del compianto “Natuzzo”
Marinari.
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La prima radio libera della città
RADIO AMANTEA
di Elio Magnone |
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L'IDEA
Era il 1976…
ed il numero di radio libere aumentava ogni giorno cercando di
guadagnare qualche chilometro in più di raggio d'ascolto.
L'amore per
l'elettronica, e per la Radio in particolare, l'avevamo avuto da
sempre, ma le possibilità economiche di giovani studenti e
disoccupati, si sa, non sono mai state congrue a sostenere spese
come quelle richieste dal nostro progetto e noi non potevamo
acquistare le apparecchiature che ci offriva il mercato, dovevamo
autocostruirle.
Era giunto il
momento di esprimere tutte le nostre capacità, non potevamo restare
indietro: anche la nostra città doveva avere la sua Radio Libera.
L'estate era alle
porte, perciò dovevamo sbrigarci se volevamo riuscire ad allietare
con le nostre rubriche i giorni caldi dei concittadini e dei turisti
che avrebbero scelto la nostra città come meta di vacanza.
E, come in un
qualsiasi momento di difficoltà si cerca l'amico disposto a darci
una mano, ecco che il mio pensiero vola verso il caro, “vecchio”,
Leopoldo Matta.
Chi meglio di lui
ci avrebbe potuto dare una mano, indubbiamente non economica, ma
certamente tecnica?
Andai,
quindi, a fargli visita nel suo angolo‑laboratorio ricavato nello
scantinato dove i componenti elettronici e gli strumenti di misura
condividevano l'esiguo spazio con le bottiglie di pomodoro in
conserva e le cassette di patate.
Proprio una di
queste, vuota e che, a causa di qualche macchia di rosso sbiadito,
mi faceva pensare di avere contenuto le già nominate bottiglie di
pomodoro durante la lavorazione, mi servì da sedia.
Nel sentire la mia
proposta, Poldino, senza alzare la testa, ma
guardandomi al di sopra dei suoi occhialini, manifestò la sua
approvazione brandendo con la mano destra il saldatore ancora
fumante di stagno caldo. Era
fatta!!!
Anche perché
“il Poldo” era appena tornato da un soggiorno in Emilia dove
si era adeguatamente approvvigionato di materiale elettronico e da
dove aveva portato con sé anche l'idea di realizzare una radio
libera sul modello di quanto aveva potuto constatare in quei luoghi.
Eravamo
“sintonizzati” sulla stessa lunghezza d'onda ed,
“elettrizzati” entrambi dall'idea, iniziammo immediatamente la
ricerca di uno schema elettrico che ci permettesse di costruire
rapidamente il trasmettitore e, grazie al passa parola di un gruppo
di amici CB, riuscimmo presto a reperirne uno, già sperimentato da
un amico proprietario di un'altra radio libera in quel di Serra San
Bruno, che raggiungemmo “velocemente” a bordo della mia FIAT
500.
LA
COSTRUZIONE DEL TRASMETTITORE
Dovevamo
assolutamente trovare tutti i componenti necessari alla costruzione
del trasmettitore e dell'amplificatore e sempre, comunque,
all'insegna del risparmio.
Iniziò un'attenta
ricerca fra migliaia di componenti di recupero stipati nei cassetti
del laboratorio di Leopoldo mentre qualche vecchio televisore in
disuso, facente parte della serie “non si butta nulla”, ci
fornì qualche valvola ancora funzionante.
L'assemblaggio dei
componenti fu cosa semplice, ma lo fu molto meno la messa a punto
del trasmettitore considerando che non avevamo strumentazione di
controllo adeguata allo scopo.
In
tal senso “usammo” alcuni amici che nel frattempo venivano a
curiosare, infatti la notizia del progetto “Radio Amantea”
fece rapidamente il giro della città e ben presto il “rifugio”
di Leopoldo divenne meta degli “amici della radio”.
Ricordo, in
particolare: Rocco Sconza, Cenzino Andreani,
Rocco Alecce, Attilio Bruni,
Osvaldo Graziano ed i compianti Rino Baldacchino
e Pietro Scalise.
Tutti
quanti erano animati da quello spirito del “fare” come se
insieme avessimo dovuto intraprendere chissà quale epica impresa, ma
era anche giustificato quell'entusiasmo che aveva preso ognuno di
noi.
Confesso che
trascorremmo diversi giorni e notti facendo le ore piccole
per riuscire ad accelerare i tempi dell'uscita in “etere” e,
spesso, restavamo soli io e Leopoldo che una mattina (alle 3 e 30
circa) si accorse che forse era giunta l'ora di riposarci un po’,
dopo l'ennesimo e, purtroppo, vano
tentativo
di raggiungere la sintonia perfetta della diabolica apparecchiatura.
Tornai a casa con
gli occhi gonfi di sonno e per non svegliare nessuno salii le scale
scalzo, in punta di piedi, portando le scarpe in mano, ma ahimè ebbi
la classica sorpresa: era mio padre ad aprirmi la porta di casa
mentre io, a luci spente, tentavo di infilare la chiave nella
serratura al chiarore della luna piena che filtrava attraverso un
lucernario.
Dopo le scuse di
prammatica e la “buona notte” (erano già le quattro del mattino)
andai a letto un po’ deluso, ma con tanta fiducia di fare meglio
l'indomani.
E fu così che il
giorno dopo, alla fine di un pomeriggio già molto caldo, riuscimmo
infine ad esclamare a gran voce: “FUNZIONA !!!!!” …;
questo fu il grido unanime di gioia quando riuscimmo a far sentire
le nostre voci nelle autoradio degli “amici” appena nominati
che recandosi con le proprie auto in località limitrofe ci inviavano
i rapporti di ascolto, mentre Enrico Caruso, maestro
in pensione ora non più tra noi, che occupava gran parte del suo
tempo libero allo studio della radio, lo faceva dalla sua abitazione
distante poche centinaia di metri.
“Cchiù supra”,
“ ’nu pocu cchiù sutta”, “n’atru giru”,
“n’atru mienzu giru”, “basta u’ la toccari cchiù”,
… erano le indicazioni che i già nominati
collaboratori ci fornivano per mettere a punto la bobina del
trasmettitore ed ottenere il massimo della potenza: pensate solo
6 watt, ma per noi erano più potenti della stessa RAI.
LE APPARECCHIATURE
Volete conoscere i
potenti mezzi a nostra disposizione? Eccoli:
- il mio vecchio
registratore Geloso a bobine;
- la radio della
Scuola Radio Elettra, costruita da Leopoldo, che faceva da monitor;
- il mio vecchio
giradischi acquistato con i risparmi all'epoca del Liceo;
- il trasmettitore
autocostruito;
- l'amplificatore
RF autocostruito;
- il mixer
autocostruito.
La nostra
discoteca? Il meglio dei dischi dismessi dai juke box dei
bar locali, di cui i proprietari ci facevano omaggio, e quelli
donati da Franco Simone, cantautore dell'epoca
conosciuto in occasione dell'inaugurazione di un'altra radio libera
messa a punto da noi a Pizzo Calabro.
LA SEDE
Ben presto, però,
nacque l'esigenza di un locale più ampio del laboratorio di
Leopoldo.
Ci serviva più
spazio e fu così che Radio Amantea venne trasferita a
casa di Rocco Sconza che ci permise anche di istallare
l'antenna in posizione più elevata e di poter irradiare il nostro
segnale molto più lontano.
Intanto trovammo i
primi sponsor e con i modesti proventi della pubblicità riuscimmo a
migliorare alcune apparecchiature e ad acquistarne delle nuove; gli
Studi di Radio Amantea stavano prendendo un aspetto
tecnicamente più “professionale”.
I PROGRAMMI
Molti giovani
frequentavano la sede della radio che era diventata un luogo
d'incontro e di partecipazione alla conduzione dei programmi, in
prevalenza a tema musicale.
Era un’opportunità
per socializzare e per esprimersi in modo spontaneo ed estemporaneo
che diede alla radio una forma definita oggi “talk and music”;
infatti, un folto pubblico ascoltatore di ogni età era sempre
presente, per mezzo del telefono, con l'entusiasmo di farsi sentire
in onda, ma ovviamente i giovani erano i più numerosi.
Molti ricorderanno
certamente le famose “dediche” delle canzoni richieste che
diventavano messaggi portatori di emozioni e sentimenti, forse mai
altrimenti espressi.
Io nel frattempo
avevo dovuto lasciare ad altri amici la conduzione del mio programma
perché ero occupato fuori sede, ma mantenevo sempre i contatti
ricevendo informazioni sulla vita della radio.
Intanto col passare
del tempo il numero delle emittenti in Italia diventava sempre più
numeroso e fu necessario fare un po’ d'ordine alla bagarre che si
era creata nell'etere. Iniziarono, quindi, i controlli delle
autorità preposte alla vigilanza sulle emissioni radiofoniche;
cosicché, anche la nostra radio fu soggetta alle ispezioni di rito
che avvennero senza problemi.Ma le trasmissioni di Radio
Amantea, purtroppo, non ebbero lunga esistenza, infatti, la
vita ci insegna che le cose belle spesso sono destinate a durare
poco e, così, anche quella nostra felice realtà fu resa squallida da
un deplorevole atto compiuto dai soliti ignoti che rubarono la
maggior parte delle apparecchiature che erano state trasferite nella
nuova sede di Via Dogana da dove speravamo di ottenere una crescita
professionale.
IL FURTO
D’un tratto gli
sforzi di noi tutti furono vanificati ed i progetti futuri svanirono
nel nulla.
Si doveva
ricominciare da zero, ma nessuno volle più gravarsi di un tale
impegno per fare riascoltare la voce di Radio Amantea,
sui 101 MHz, che cessò le trasmissioni nel disap punto
di quanti chiedevano notizie circa un suo possibile ritorno in onda.
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Associazioni scomparse
IL CLUB ALTAIR
di Pino Del
Pizzo
Il
Club nacque in risposta (ma non in contrapposizione) al Circolo
“Corrado Alvaro” del quale potevano far parte solo gli studenti
del Liceo Scientifico.
Nel
“Club Altair”,
infatti, trovarono una collocazione associativa gli studenti delle
altre scuole superiori, pendolari con la vicina Paola (Istituto
Tecnico per Geometri e Ragioneria), con Fuscaldo (Istituto Tecnico
Professionale), con Cosenza, Catanzaro o Vibo Valentia (Classico,
Agrario, Artistico, ecc.), ma anche giovani operai e artigiani
(sarti, barbieri, muratori, meccanici) che collaborarono con fattivo
impegno, entusiasmo e creatività.
I locali della “Pro‑Loco”, siti in via Margherita,
ospitarono il “Club” e furono la fucina delle sue iniziative.
Il “Club Altair” vanta, non solo il primato di aver
organizzato la prima festa da ballo aperta a tutti i giovani, ma di
averne promosso e realizzate diverse, non solamente in occasioni di
ricorrenze particolari, avvalendosi della collaborazione del
complesso dei
“Delfini”, con i quali furono anche realizzati spettacoli di
beneficenza e festival canori.
Sarebbe lungo elencare il nome di tutti i Soci Fondatori e
Ordinari; senza fare torto a nessuno citeremo, perciò, solo quelli
che maggiormente si impegnarono nelle attività del Club, soprattutto
nel primo anno di vita:
D’Aqui Lillo,
Dandolo Enrico
(presidente), Del
Pizzo Elvira,
Del Pizzo Giuseppe,
Fiorillo Felice,
Garritano Franco,
Gelido Rocco,
Giustiniano Mario,
Guido Sergio,
Loiacono Giuseppe,
Magnone Manfredo,
Montalto Vincenzo,
Morelli Franca,
Motolese
Elisabetta,
Pellegrino Luigi,
Porio Vincenzo,
Provenzano
Domenico,
Scanga Paola.
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Associazioni scomparse
Il Circolo “Corrado Alvaro”
di Salvatore
Sciandra
All’inizio
del secondo anno di vita della sezione staccata di Amantea del Liceo
Scientifico “G. B. Scorza” di Cosenza, alcuni degli alunni
diedero vita al
Circolo Culturale “Corrado Alvaro”:
Enzo Fera
(che fu il primo Presidente del Circolo),
Aldo Bruni,
Franco De Pasquale
(che fu il secondo presidente),
Antonio Signorelli,
M. Gabriella
Marinari,
Gennaro Signorelli,
Michele Camarca
(terzo presidente),
Salvatore Sciandra,
Franco Provenzano,
Santo Conforti,
Carmelo Zucco,
Roberto Musì,
Saverio Porco,
Ciccio Furgiuele,
Antonietta
Frangione,
Franco Gambardella,
Ninì Miniaci,
le gemelle
Di Fiore,
Nada Brusco,
Luisa Lorelli, e probabilmente altri di cui non vorremmo ci
fosse sfuggito il nome e con i quali, eventualmente, ci scusiamo.
Tutti
i professori del Liceo furono sempre molto vicini alle attività del
Circolo; tra essi si distinsero, in modo particolare: il professor
Carmelo Pesce
(storia e filosofia), il professor
Alfredo Grimaldi
(educazione fisica) ed il Preside
Carlo Cimino.
Il “Circolo Corrado Alvaro” può vantare, tra le altre
cose, il merito di aver istituito ad Amantea la
“Festa del Liceo”
che, nella sua prima “edizione” si tenne nell’aula magna
della scuola elementare “G. Pascoli”. |
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un'immagine della formazione della squadra di calcio del circolo
Corrado Alvaro (1964) .
Formazione: Vadacchino, Signorelli, Furgiuele, Arrigucci, De
Munno, Nesi, Coccimiglio, Guido, Bonanno, Sciandra, Abbate.Nella
foto si possono riconoscere anche Franco Gambardella, Saverio Porco,
Carmelo Zucco, Miniaci e Tonnuzzo Signorelli. (Fotografia ed
informazioni fornite da Carmelo Furgiuele) |
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Associazioni Scomparse
La Schola Cantorum
di Francesco Giardina
Una
volta gli appartenenti alle parrocchie di Amantea non erano divisi
topograficamente, ma alfabeticamente e tutti i “forestieri”
facevano parte della Chiesa Matrice.
Fu per questo
motivo che io, nonostante abitassi a “lu vicu di l'erba” (e,
cioè, in via Baldacchini), una volta sposatomi in Amantea, era il
1956, mi iscrissi all'Azione Cattolica della “piazza”.
Fui ben lieto
quando Don Bruno Carusi, allora parroco, arciprete della Parrocchia
della Chiesa Matrice, mi invitò a formare una scuola cantorum.
Di giovani
all'Azione Cattolica ce n'erano ed erano tanti e molto volenterosi.
Non mi fu, perciò, difficile attuare il desiderio del Parroco.
Don Bruno, nella
ricorrenza della festa di Santa Cecilia, invitò tutti i “Cantori”
a casa sua per una “bicchierata” e fu in quella occasione che
demmo alla “Schola” il nome di Santa Cecilia.
Il
nostro pezzo forte era diventata la Messa “Te deum laudamus”
del Perosi a due voci, che eseguivamo nelle solennità della
Parrocchia e, qualche volta, anche nelle parrocchie che ci
invitavano. Ma avevamo imparato (ed apprendevamo di continuo) tanti
altri canti che eseguivamo durante le messe non solenni e,
specialmente, durante le processioni del Corpus Domini o delle
Quarantore.
Ma, purtroppo, le
cose belle non durano sempre.
I giovani erano
nell'età in cui dovevano cercare un'occupazione e parecchi
emigrarono in America, dove, purtroppo, alcuni sono morti.
Oltre alla suddetta
defezione di giovani cantori, finalmente il Vescovo di Tropea, Mons.
Bonfiglioli, con “grande fatica” divise le parrocchie secondo
lo stradario ed anche questo fu un motivo perché la Schola Cantorum
avesse fine.
Io, infatti, non
appartenevo più alla parrocchia di San Biagio, ma a quella dei
Cappuccini, dove era diventato parroco quel grande sacerdote che era
Don Giulio Spada, ed era logico che io frequentassi la mia nuova
parrocchia, anche perché i miei figli frequentavano l'oratorio di
Don Giulio ed a me piaceva avere questo sacerdote come guida
spirituale.
Fu, quindi, per
questi motivi che l’esperienza della “Schola Cantorum Santa
Cecilia” ebbe termine. |
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COMPONENTI Maestro: Prof. Francesco Giardina
(Organo)
Solista: Provenzano Giuseppe
Coristi: Alfano Rocco, Amendola Fausto, Amendola
Salvatore, Amico Franco, Del Vecchio Rocco, Lindia Franco, Lindia
Pasquale, Pagliaro Salvatore, Provenzano Bonaventura, Provenzano
Rinaldo, Provenzano Salvatore. |
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IL MARE
di Pino Del
Pizzo |

No! Il mare non è sparito…
… è sempre là, al suo posto, ad ascoltare ed a raccontare storie vecchie e nuove, grandi o piccole.
Come, tanti anni fa, le raccontò a questi bambini ed oggi le racconta ai suoi figli, continuerà a raccontare ancora le sue “storie” ai suoi nipoti ed a tutti quelli che vorranno ascoltarle.
E sono proprio alcune di queste “storie” che vogliamo cercare di proporvi in questa pagina, sussurandovele come a noi le ha sussurrate il mare.
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C’ERA UNA VOLTA … IL MARE
Laggiù, all’orizzonte, dove la notte alza il sipario sul crescendo finale dei rossi bagliori di un sontuoso tramonto, la prima stella si accende come un’antica lampara ingoiata dal tempo mentre l’onda confonde il suo racconto con le strida dei gabbiani e lo scricchiolio dell’ultima paranza che apre il suo ventre sgretolato dal sole e dall’oblio…
Estrema vestigia di sconfinate distese biancheggianti, difeso come un bunker dagli assalti del mare, l’ultimo lembo di spiaggia, non accoglie più volti scavati dal maestrale e riti di pesca, corone di sughero e luccicanti “lannielle”, filari di reti distese al sole per essere riparate da esperte mani coperte di salsedine.
Restano solo immagini e memorie che lo sciabordio delle onde leviga e assottiglia, rendendole sabbia di ricordi: c’era una volta… il mare.
LA “MARINA” NEGLI ANNI TRENTA
All’inizio del secolo scorso, pochi metri dopo la casa di Pietro Pizzino terminava Via Margherita e il mare si poteva raggiungere percorrendo un sentiero sterrato, segnato dalle ruote dei carri trainati dai buoi che trasportavano la sabbia per le costruzioni.
Alte siepi di rovi e di spine delimitavano il percorso fino al sottopasso della ferrovia, al di là del quale, come per incanto, si apriva un panorama incontaminato in cui, incontrastati, dominavano il verde dei “vruchi”, l’azzurro delle acque, il rosso dei tramonti.
’A marina, allora, restava fuori dal paese ed era frequentata solo in poche occasioni.
D’estate ci si andava preferibilmente di pomeriggio.
La balneazione avveniva in luoghi rigidamente separati ai due lati del ponte Margherita:
- a destra (lato Belmonte) gli uomini e
- a sinistra (lato Campora) le donne.
In mezzo la zona franca presidiata quasi sempre dal comandante dei Vigili Urbani, Pietro Perna, munito di un “nervo” che però non usava, ma che serviva a sconsigliare “invasioni di campo” nelle due direzioni.
Sulle due rive i “pagliari”, costruiti con una coperta sostenuta da canne (a guisa di “tenda indiana”), supplivano alle cabine‑spogliatoio per i bagnanti, tutti rigorosamente muniti di lenzuolo da usare, all’occorrenza, come accappatoio.
A sera si tornava a casa più freschi, ma fra i giovanotti e le signorine, spesso, si segnalavano casi di …torcicollo!
D’inverno, invece, si aspettava che il mare depositasse sulla battigia le “vulelle”, un mollusco commestibile e ricercato che i buongustai dell’epoca consumavano addirittura sulla spiaggia insieme a pane raffermo e ad un buon bicchiere di vino.
Infine, nel giorno dell’Ascensione, alla marina, si “celebrava” il rito del “lavaggio dei peccati”.
L’operazione, che consisteva nell’immersione delle gambe nel mare, sotto l’aspetto mistico, celava un risvolto pratico: in mancanza di acqua corrente e di servizi igienici appropriati nelle case, insieme ai peccati, molti “penitenti”, oltre a mondare l’anima, coglievano l’occasione per lavare “ ’a prica” accumulata durante l’inverno sotto le ginocchia.
Brano liberamente tratto da una conversazione di Natuzzo Marinari registrata in una puntata della trasmissione “C’era una volta” Emittente “Radio Costa International” - Conduttore Pino Del Pizzo

FIGURE DI PESCATORI
Una delle risorse più importanti, che hanno consentito lo sviluppo e la crescita della nostra comunità, è stata certamente la pesca.
Intere generazioni, nel corso dei secoli, hanno affrontato le insidie del mare e sviluppato una tradizione che ormai si sta affievolendo per la mancanza di “vocazioni”, ma anche, e soprattutto, per la mancanza di materia prima: i pesci.
L’impoverimento della flora marina, aggredita da fattori incontrollati di inquinamento e di erosione delle coste, dalla scarsa portata dei corsi fluviali, dall’indiscriminata e selvaggia pesca a strascico nelle zone protette, ha, a mano a mano, allontanato dal mare le famiglie “storiche” dei pescatori i cui discendenti si sono dati all’artigianato, al commercio, alle professioni, attività certamente meno poetiche, ma più sicure e redditizie.
Il pesce congelato (e quello surgelato) ha preso il sopravvento nei mercati e le “lannielle” ospitano esemplari ittici che del nostro mare hanno solo la risciacquatura mattutina, fatta di soqquatto per togliere l’effetto dei prodotti refrigeranti.
Ora solo qualche anziano conserva gli “strumenti di lavoro” che, di tanto in tanto, utilizza per estemporanee ed improbabili avventure sulle onde, mentre della nostra “marineria da pesca” restano soltanto i ricordi che affiorano, qua e là, sbiaditi e nostalgici.
In essi si stagliano figure ieratiche di cui, purtroppo, almeno al momento, non possiamo fornire immagini e testimonianze più complete, ma che contiamo di poter fare in seguito con l’aiuto dei lettori del nostro sito.
Su tutte, sembra campeggiare quella d’ ’u zu Brunu, una bella figura di marinaio di Catocastro, con la faccia e la bocca larga, la barbetta ispida e tutto l’aspetto di chi ha passato un’intera vita respirando la salsedine.
“Zu Brunu” camminava sempre scalzo, con l’andatura dondolante tipica dei marinai costretti per anni ad assecondare il rollio della barca, indossava alla vita una vecchia rete da pesca che, a guisa di cintura, teneva su i pantaloni ed in testa, quasi sempre, una bandana da pirata.
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Zu Franciscu Giambra al centro della fotografia del 1936
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Amava intrattenersi con i bambini ai quali raccontava fantastiche avventure frutto della sua fantasia.
Anche ’u Zu Franciscu Giambra era una splendida figura di pescatore con una fluente barba bianca ed un dolce sorriso.
Aveva vissuto per tutta la vita su una barca da pesca …eppure non sapeva nuotare!
Le persone dell’epoca lo consideravano un barometro: ogni due o tre ore, per tutto il giorno e tutta la notte, scendeva alla marina ad osservare il cielo e le onde dalle quali traeva previsioni infallibili, da tutti rispettate.
Speriamo che altre figure riescano ad affiorare dal ricordo collettivo attraverso informazioni, immagini, racconti e notizie per completare questo meraviglioso affresco consacrato dal soprannaturale patto con il mare, i suoi misteri e le sue insidie.
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SOPRANNOMI DI PESCATORI
Se vuoi conoscere o
ricordare alcuni soprannomi di pescatori clicka qui
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Immagini dei marinai e delle loro donne che sulla spiaggia attendevano il ritorno delle barche prima del sorgere del sole per dividersi il pescato, sciorinarlo nelle “lannielle” e partire per le strade e per i vicoli, ciascuna verso la propria “partita” di clienti.
Racconti dei marinai e dei loro figli, iniziati all’arte della pesca come ad un rito sacro fatto di timore e di rispetto, di pazienza e di ardimento.
Immagini dei marinai e dei loro attrezzi di lavoro scomparsi o sostituiti dalla tecnologia.
Memorie dei marinai con i loro canti, delle loro vele non sempre gonfie di vento e dei loro lunghi remi levigati dal sudore, delle loro lampare ad acetilene, a petrolio e a gas che, come lucciole sciamavano sulle onde buie della sera mentre lo sciabordio nascondeva una preghiera e una speranza.
Da una ricerca tra la gente effettuata da Pino Del Pizzo
IL RECLUTAMENTO DELLE CIURME
Ogni anno, il 24 giugno, in occasione della festa di S. Giovanni, sui tornanti di Pantalìa si teneva un’importante riunione di tutte le forze della marineria Amanteana.
Imprenditori e Capi‑ciurma provvedevano all’ingaggio dei membri degli equipaggi che per un anno avrebbero fatto parte della stessa barca.
Era una vera e propria asta in cui c’era chi offriva e chi si offriva, ma le quotazioni non erano certamente quelle degli odierni calciatori.
Al termine veniva data la caparra (’u muortu), una rapida stretta di mano siglava il patto e poi tutti in cantina a festeggiare e far progetti per il futuro.
Dalla trasmissione “C’era una volta” - Emittente “Radio Costa International” - Conduttore Pino Del Pizzo Racconta Suriano
Rocco (Ruoccu ’i Peppi)
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La fucina di Ciccio Del Vecchio
di Ninuccio De Luca
Ho trovato
nella sua precaria fucina, in località Santa Maria, l’amico
d’infanzia Gigi Del Vecchio intento a forgiare il ferro per
costruire gli zoccoli da applicare ai piedi di un cavallino di
proprietà di Cenzino Pellegrino, un appassionato di cavalli la cui
famiglia, da molte generazioni, ha sempre allevato, custodito ed
addestrato muli e cavalli, con passione e competenza.
Gigi è l’ultimo
maniscalco della nostra cittadina (mentre suo nonno forse è stato
uno dei primi) e presta ancora la sua preziosa ed utile opera
saltuariamente, solo per passione, a qualche vecchio ed affezionato
cliente.
Vero artista nel
suo campo, pieno di talento e fantasia, apprese l’antico mestiere
dal nonno Luigi e dal padre Tommaso che avevano “la forgia” alla
“ sagliuta d’a Chiazza” a fianco del locale attualmente
adibito a sala musica della banda Mario Aloe.
Il lavoro, mi
riferisce Gigi, c’era per tutti ed era sufficiente per il
sostentamento di una famiglia numerosa come la sua.
Ogni giorno si
ferravano dai 10 ai 20 animali: di domenica poi il numero
raddoppiava ed il lavoro si protraeva fino a tarda sera, a lume di
lanterna.
Molti contadini,
che non disponevano di denaro contante, pagavano con prodotti della
terra, con qualche bottiglia d’olio o di vino, con qualche
soppressata etc.
Gigi ricorda che
non era facile procedere alla ferratura quando ci si imbatteva in un
animale capriccioso che scalciava, non disposto a farsi ferrare.
In quelle
occasioni si poteva buscare anche qualche pericoloso calcio...e,
mentre mi mostra qualche segno, mi assicura che non era una faccenda
molto allegra prendere un calcio da un cavallo!
Tempi difficili !
! !
Per arrotondare
l’incasso “ i furgiari” costruivano e riparavano
vommari, vanghe, zappe e svariati attrezzi per l’
agricoltura e per la casa (ricordiamo i famosi “ tripidi”),
i più bravi ed esperti anche ringhiere per terrazzi e balconi.
Erano tempi in
cui molti possedevano asini, muli e cavalli che trainavano carretti
e carrozze, mezzi di comunicazione lenti, ma sicuri che il progresso
tecnologico e meccanico hanno fatto scomparire e insieme a loro sono
in via di estinzione quei laboriosi animali che tanta fatica hanno
alleviato all’uomo.
Per conseguenza
anche il mestiere del maniscalco è del tutto scomparso..Ma di loro
serbiamo un ricordo vivo edincancellabile perché erano artigiani
pieni di fantasia, onesti, laboriosi, tanto pazienti ed utili.
Mentre parlavo a
Gigi, vedendolo all’opera, infiniti ricordi del passato e
dell’adolescenza sono tornati alla mia mente.
Molti
miei coetanei ricorderanno quando giocavamo con la trottolina di
legno “ u strummulu”..
Avevamo tutti
bisogno del fabbro che pazientemente ci preparasse con “le poste” (i
chiodi usati per applicare i ferri ai quadrupedi) la punta “d ‘u
strummulu” col quale passavamo molte ore della giornata ed
inventavamo numerosi giochi.
Anche in questo
Gigi era maestro per la nostra felicità, ed il più delle volte si
accontentava di un solo grazie.
D’altra parte era
già un’impresa, a quei tempi, riuscire a comprare il nostro
giocattolo alla botteguccia di Barone alla Calavecchia o d’’a zi’
Luisella i Munnu.
Quando la punta
veniva applicata correttamente, come usava fare Gigiuzzu, “u
strummulu girava perfettamente e veniva chiamato da noi “pumasella”,
quando la punta aveva difetti veniva chiamato “gravunaru”
perché ronzava veramente come un calabrone... 
Immagini di un
tempo lontano, revocate dal rimbombo della mazza che plasma
sull’incudine un ferro rovente mentre migliaia di scintille, come i
ricordi, volano per spegnersi e confondersi nell’oscuro soffitto
della forgia, coperto di secoli di fuliggine.... |
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’U
sapunu fattu alla casa
di Antonio Furgiuele |
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’U sapunu fattu
alla casa
Rizzetta: nu chilu ’i putassa (carbunatu
’i putassa), vinti litri d’acqua, quattru o cinqua litri d’uogliu d’alivi.
Ppe d’amuru d’ ’u veru, amu ’i
diri puru ca chilli ch’erinu cchjù scarsicielli o, i putigari
mbrogliuni, mbeci ’i l’uogliu d’alivi, ppe risparmiari, cci
mintiunu ’u grassu d’ ’u puorcu (deci chili).
’A nanna, na vota,
mi cuntave accussì:
"S’accattave nu chilu ’i putassa (carbunatu ’i
putassa), ca ’i chilli tiempi venìe vinnuta a petra, cumu ’u salu ’i
minèra, e si facìe scioglìri ccu vinti litri d’acqua, quannu chissa
pungìe (60°, sinnò schicciave!), a fuocu vasciu, dintra nu
quadaruottu, riminiannula ccu nnu vettu ’i lignu tuostu.
Quannu s’ere sciogliuta, s’agghiungìunu quattru litri
d’uogliu d’alivi o, puru cinqua, s’ancunu ’u sapunu ’u volìe cchjù
nzivusu e, ntramenti, si minave a riminiari ccu forza, finu a quannu
’u mpastu si cunzumave, cumu ’u brodu d’ ’a duminica.
Quannu, azannu ’u vettu, t’accorgiji ch’ ’a mistura
filave, si cacciave llu quadaruottu ’i ncapu ’u fuocu e si facìe
rifriddari tuttu quantu finu allu juornu appriessu.
Quann’ere llu mumentu, si mintìe llu quadaruottu a
capu sutta, supra na tavula, e llu sapunu venìe fora ca parìe nu
durciu esciutu a chillu mumentu d’ ’u furnu.
Ccu llu curtiellu si tagliave a piezzi , e ssi
lassavunu passari deci o quinnici juorni, finu a quannu maturave.
Allu tagliu, s’ ’u sapunu ere jancu, volìe diri ca c’aviunu misu ’u
grassu d’ ’u puorcu, s’ere cchjù scuru, ppe cum’ere llu culuru si
capiscìe si c’aviunu misu l’uogliu d’ ’a gerra o ’u risiettu.
All’ura ch’ ’u
tiempu ere giustu, si cacciave chilla poca ’i lama ch’avìe fattu ’i
ncapu e china avìe lli puzi buoni potìe stricari supra na petra ’i
jumu o, alla cibbia, notta e juornu, ca ppe llu strúdiri tiempu cci
nni volìe! " |
Il sapone fatto in
casa
Ricetta: un chilo
di potassa (carbonato di potassio), venti litri d’acqua, quattro o
cinque litri di olio di oliva.
Per
amore del vero, dobbiamo pur dire che coloro i quali erano più
poveri o, i bottegai imbroglioni, invece dell’olio di oliva, per
risparmiare, usavano metterci lo strutto (dieci chili).
La nonna, una
volta, mi raccontava così:
"Si acquistava un
chilo di potassa (carbonato di potassio), che in quei tempi veniva
venduta a blocchi, come il sale di miniera (salgemma), e si faceva
sciogliere in venti litri di acqua, non appena questa cominciava a
scaldarsi (60°, altrimenti spruzzava!), a fuoco lento, dentro un
calderotto, rimestandola con un bastone di legno duro.
Quando si era
sciolta, si aggiungevano quattro litri di olio di oliva o, anche
cinque, se qualcuno, il sapone, lo voleva più untuoso e, nel
frattempo, si dava sotto a rimestare con forza, fino a quando
l’impasto si consumava, come il sugo della domenica.
Quando, alzando il
bastone, ti accorgevi che la mistura filava, si toglieva il
calderotto da sopra il fuoco e si faceva raffreddare il tutto fino
al giorno successivo.
Al momento
opportuno, si capovolgeva il calderotto a testa in giù, sopra di una
tavola, ed il sapone veniva fuori che sembrava un dolce appena
sfornato.
Con il coltello si
tagliava a pezzi e si lasciavano trascorrere dieci o quindici
giorni, fino a quando raggiungeva la stagionatura dovuta. Al taglio,
se il sapone risultava bianco, ciò significava che avevano
utilizzato lo strutto, se, invece, era più scuro, a seconda della
tonalità del colore si capiva se avevano utilizzato l’olio prelevato
dalla giara o i suoi fondi.
Quando il tempo
era compiuto, si toglieva quel po’ di muffa che si era formata sulla
sua superficie e chiunque aveva i polsi buoni, poteva strofinare
sopra una pietra di fiume o, alla vasca, notte e giorno, che per
consumarlo di tempo ce ne sarebbe voluto."
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Ultimo aggiornamento:
31-12-07
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