L'Associazionepino

Home Su FATTI FIGURE FRA STORIA E LEGGENDA STORIE DI SPORT GOCCE DI MEMORIA

 

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'e gulie
di
Maria Teresa Florio De Luca
C'era una volta...

Il Matrimonio
C'era una volta...

La richiesta
           
C'era una volta...

Il corredo
C'era una volta...

Tra filtri d'amore e fatture
C'era una volta...

Il fidanzamento
           
I rumori della notte
di

Pino del Pizzo
I "Templi di Bacco"
di
Vittorio Aloe
Padrone e sotto
di
Vittorio Alooe
           
Ore 12:
tutti all'Isca
di
Pino Del Pizzo
 
Panoramica della “rotonda” agli inizi degli anni ’60

Il "lido Azzurro"
di
Pino Del Pizzo

c'era una volta... il mare
di
Pino Del Pizzo

           

La fucina
di Gigi Del Vecchio
di
Ninuccio De Luca

Il"Diurno"
di
Pino Del Pizzo
Amantiella a terza
di
Pino Del Pizzo
           
La Schola Cantorum
di
Francesco Giardina
il Club Altair
di
Pino del Pizzo
 Il Circolo Corrado Alvaro
di
Salvatore Sciandra
           

Storie di vita associativa
La C.S.A.

di
Pino Del Pizzo

Radio Amantea
di
Elio Magnone

U sapunu
fattu alla casa
di
Antonio Furgiuele

           
Quando la lana...
belava!

di
Antonio Furgiuele

'a vucata"
di
Antonio Furgiuele

   
           

Maria Teresa Florio De Luca

'e gulie

 

(…)La nascita di un bambino è sempre un avvenimento lieto ed atteso.
Durante la gravidanza la donna è considerata come persona sacra e le si deve evitare qualsiasi contrarietà; il marito evita di venire a diverbio con lei, anzi cerca di soddisfare tutti i suoi desideri, aiutato in ciò dagli altri familiari ed anche da estranei. I desideri alimentari della donna incinta, detti "gulìe", non devono infatti essere lasciati insoddisfatti, perché si crede che se la donna non può ottenere un cibo desiderato abortisce. Ciò, si dice, è dovuto al fatto che quel cibo è in realtà voluto dal bambino, che, se non l'ottiene, muore. Una conseguenza meno grave dell'inappagamento delle voglie della donna incinta è l'apparizione di alcune macchie sul corpo del bambino, più precisamente le macchie appaiono su quella parte del corpo dove la mamma nel manifestare desiderio si è toccata, anche se involontariamente. Anche le macchie sono chiamate gulìe  e, dal colore e dalla forma di esse, si riconosce il cibo che la mamma aveva desiderato. (…) Di solito quando la donna ha le doglie viene chiamata la levatrice o, in mancanza, una donna anziana che abbia esperienza in queste cose; il marito in genere è tenuto lontano.Se il neonato è di sesso maschile tutti in famiglia sono contenti, invece se femmina "fanno il muso". La ragione principale per cui il maschio è sempre più accetto che la femmina sta nel fatto che per la bambina si dovrà poi provvedere alla dote. Alla nascita del maschio si fa un pranzo al quale vengono invitati tutti i familiari degli sposi e i compari.

 

I rumori della notte

di Pino del Pizzo

 

 

Ricordo quando il suono delle campane annunciava il vespro (l'ura e notte) e la notte calava il suo manto mentre in cielo si accendevano le prime stelle tremolanti come le lampadine appese a ruvidi pali di legno con la loro luce giallastra diffusa da bianchi e sberciati piattini di ferro smaltato. Era come un segnale: per le strade cessavano i giochi dei bimbi e, fra le siepi ed i rovi, iniziava la danza delle lucciole (i culilucidi) sulla colonna sonora del frinire dei grilli, del gracidio delle rane e di lontani latrati.

 Nella fioca penombra, il silenzio era rotto da canti di beoni che cercavano la via di casa dopo l'interminabile "passatella" vissuta in allegria in uno dei tanti "templi di Bacco", dai rombi sommessi delle poche autovetture circolanti e dal brusio di radio sintonizzate sui programmi della sera.

Poi quiete.

ffino all'alba salutata dallo scalpiccio dei muli e dal rotolare delle ruote ferrate dei "traini": i primi rumori del nuovo giorno.

Oggi campane elettroniche all'"Ave Maria" stentano a far udire la loro voce sommersa e soffocata dall'inquinamento acustico organizzato e sostenuto da falangi di motorini "smarmittati", dal rombo delle auto, dal clangore dei clacson, dal blaterio di macchine pubblicitarie, da radio, autoradio e televisioni col volume tenuto al massimo.

I "templi di Bacco" ormai non esistono più: al loro posto i pub, le pizzerie, le cornetterie e le discoteche che alimentano il traffico e gli schiamazzi notturni... Poi, verso le prime luci dell'alba, finalmente trionfa il silenzio...

A meno che a qualcuno non salti in mente di sparare... fortunatamente solo a saracinesche o ad auto in sosta!

Tratto dal volume"AMANTEA: Frammenti di vita marinara"

per gentile concessione dell'autore Vittorio Aloe

I templi di Bacco

Le cantine, che erano numerose ancora negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso erano molto frequentate dai pescatori.

Distribuite su tutto il territorio, le cantine ad Amantea era diverse: a partire da Acquicella, fino a "terzo fiume" (così era chiamata la zona di Colongi), attraverso il quartiere Piazza ed il quartiere Taverna .

Da una indagine approssimativa, affidata ai miei ricordi ed a quelli di Claudio Segreti ed Egidio Colombo, emerge che su Amantea, per un lunghissimo periodo a partire dal 1950, operavano in media 15/18 cantine. L’elenco che segue tiene conto della loro ubicazione e non anche del periodo che sono rimaste aperte:

Acquicella : Coscarella Alessandro

Quartiere Piazza: Rocco Suriano (Ruoccu i peppu) – Raffaele Aloe (Rafelu u Cevanu) e poi Biagio Frangione – Egildo De Luca – Cenzino Fera (Catocastro) – Nicola Porco (Catacastro, alimentari con vendita di vino anche a bicchiere)-

Strada Nova: Luigi Pirillo la lumera – Antonio Rizzo e poi Franchino Rizzo

Terzo fiume (Colonci): Gagliardi Alfonso –

Corica : Spinelli -

Santa Maria : Zucco Giuseppe (U Bagnaruotu), alimentari con vendita di vino anche a bicchiere) –

Quartiere Taverna: Fiore Miceli, stazione – Arturo Suriano, Scuola elementare – Benedetto Andreani e poi Perciavalle Antonio (Ntonu a Cavalla) e Vincenzo Sesti (Vicienzu i Vartulu) in Via Margherita – Morelli Alfredo e poi Tittuzzo Morelli, Via Nuova– Salvatore Morelli (u risimogliaru) Via Orti – Salvatore Bonavita (Turillu) Calavecchia – Alfonso Mazzuca Via V.Emanuele – Ciccio Morelli Via Nuova – Gabriele Morelli (Gabriele u Niru) Via Nuova – Benito (originario di San Pietro) e poi Francesco Guido Rizzo (Franciscu di marmi) Via V.Emanuele – Iacovazzi (Fiorellino) Via Nuova – Giovannino Campaiola Via Margherita – Pitasi (originario di Salerno trasferitosi a Paola) – Morelli Rocco Via Nuova – Annina Andreani Via Nuova – Alfredo Viola Via Dogana (alimentari con vendita di vino anche a bicchieri) – Saverio Mosca Via R. Mirabelli –

La cantina era luogo di socializzazione, di comunicazione e di relazioni (a volte contrattuali), ove tanti operai e qualche impiegato si incontravano per stare insieme e per discutere dei loro piccoli e grandi problemi.

Era, questo, un momento di completo abbandono al piacere dello stare insieme, con gente della stessa condizione sociale ed economica, con la quale discutere dei problemi della categoria, e di quelli di tipo assistenziale e previdenziale, che, specie per i pescatori, la nascente cooperativa (si era nel 1948/49) faceva intravedere.

Ma si parlava anche e soprattutto di politica, specialmente di politica locale, per finire col discutere di cose più frivole quali potevano essere il gioco del calcio, quello nazionale e quello locale, delle vittorie di Coppi e di Bartali, e poi di Gimondi, Motta e Moser; ma…., anche, quanti pettegolezzi su fatti e persone del luogo si raccontavano.

 

Tratto dal volume: "AMANTEA: Frammenti di vita marinara"

per gentile concessione dell'autore Vittorio Aloe

'Padrone e sotto"

Ma non tutto era discussione, non tutto era un continuo piangere sulle proprie difficoltà; all’interno della cantina trovava posto anche la partita a carte, alla quale, quasi sempre, si collegava il tipico gioco chiamato a padrone e sotto .

Il Padrone e sotto era il gioco tipico organizzato principalmente nelle cantine da pescatori e non, di qualsiasi età .

Esso poteva essere giocato in due versioni: la prima, molto dura, finiva quasi sempre con sonore ubriacature di alcuni giocatori che per rientrare a casa spesso dovevano essere accompagnati dagli altri giocatori, perché il loro equilibrio era diventato piuttosto precario.

Infatti, per la particolarità del gioco, qualcuno del gruppo (più di uno per la verità, considerato che le partite erano diverse) finiva col bere molto vino, specie quando la partita a padrone e sotto veniva giocata nella versione più dura, e cioè: il padrone fa il padrone del tavolo e può bere, senza dare conto, tutto il vino che vuole; mentre il sotto entra in gioco accettando o rigettando le offerte di bevuta fatte dal padrone in favore di altro giocatore, oppure quelle fatte dal sotto che il padrone può accettare o rigettare.

Spesso, colui che ricopre la figura del padrone è costretto a bere buona parte del vino, se le offerte di vino (di solito un bicchiere) fatte dal sotto in favore di giocatori non graditi al padrone non sono accettate da quest’ultimo, e viceversa.

L’espressione tipica, che chiudeva la partita e sapeva di ultimatum, dopo i vari tentativi di far bere alcuni giocatori a scapito di altri, era la seguente, che veniva fatta dal sotto al padrone: o bevi o mu du’ libero e cioè : o bevi tutto il vino residuo oppure lo dai a me liberamente senza alcuna condizione; se il padrone aveva la capacità di bere, beveva il vino restante, altrimenti cedeva alla forzatura del sotto che disponeva del vino a suo piacere.

Questo era il momento più difficile della partita: decidere se bere tutto, con le conseguenze che si possono immaginare, oppure capitolare all’ultimatum del sotto, passando per un debole, con tutto lo sfottò che ne conseguiva.  

L’altra versione del gioco, più equilibrata e controllata, era quella in cui il padrone ed il sotto hanno lo stesso potere.

Dopo le diverse offerte, se non si trovava l’accordo il vino veniva bevuto in parti uguali da entrambi .-

Quante discussioni, quanti commenti, durante e dopo le giocate, cui partecipavano tutti i giocatori; quanto sfottò tra i giocatori che restavano fino a tardi  a commentare l’andamento del gioco. 

Per i vincenti, che concludevano la serata con la famosa sonora ubriacatura, e che spesso venivano accompagnati a casa da chi non aveva vinto e quindi era in condizioni stabili di equilibrio, in famiglia cominciavano i problemi con animate discussioni, che qualche volta finivano in situazioni piuttosto pesanti. 

" 'A Mantiella ' a terza"

di Pino Del Pizzo

Non è che poi bisogna andare tanto lontano nel tempo: trenta o quaranta anni fa la nostra cittadina era il vanto di tutti i suoi abitanti!

“ ’A Mantiella ’a terza ” …

A quei tempi ero bambino, ma di allora conservo vivide immagini di strade larghe e pulite, grandi spazi verdi, tante barche di pescatori su una spiaggia incontaminata ed immensa per attraversare la quale, d'estate, se non volevamo “pilarci” i piedi, dovevamo scavare “i fontarelle” per raggiungere la battigia.

Erano i tempi di Nicodemu, Mammapisce, Gesù Cristu d'a Chiazza

Il mercato ortofrutticolo domenicale si stava trasferendo, a mano a mano, dalla Piazza alla Taverna e le “pedestri” coppiette potevano appartarsi “allu vicu i l'erva”, “sutt'i mura” o nella più centrale “via d'i cessi”

Per le strade circolavano solo pochissime macchine e un solo camioncino (’a carovana): coppie di buoi trascinavano dalla stazione gli enormi tubi della S.I.A.L.V.A. nei quali, a sera, i bambini del quartiere continuavano “il gioco della guerra” mentre i giovani, seduti sul muretto della scuola, guardando le strutture dello stabilimento in costruzione, sognavano di potere lavorare anche loro “nell'industria”, come al nord ...

Il “Lido azzurro”, allora, era costruito in legno ‑ tipo palafitta ‑ ed era un locale molto frequentato sia sulla pista da ballo, che sotto… nel “paradiso dei guardoni”

E c'era “L'Arena Pozzo” dove in agosto si andava al cinema e, qualche volta, si ballava al suono della “famosa” orchestra Monizza

Una corriera sgangherata, della ditta Santelli, sbuffando e arrancando, ogni mattina ci portava a Cosenza attraverso le nebbie di Potame e ci regalava al ritorno, appena scollinata Cannavina, le immagini di rossi e sereni tramonti sui quali, immancabilmente si stagliavano le lontane Eolie e uno Stromboli fumante…

E ad ogni tornante, Ricuzzu, a colpi di clacson o di tromba, avvisava le famiglie di calare la pasta…

Erano tempi in cui, nonostante S. Francesco e la stazione, Amantea era più grande ed importante di Paola, come viabilità, negozi, cinema ecc. e raccoglieva il più grande numero di turisti di tutta la costa tirrenica cosentina.

Purtroppo, poi, è sopraggiunto il benessere col suo cemento e la democrazia con la libertà di fare ciascuno i propri comodi e “ ’a Mantiella ’a terza ” è scomparsa in un intreccio arruffato di costruzioni.

Le strade larghe e pulite d'allora, sono le viuzze inadeguate d'adesso, mai completamente pulite, quasi sempre dissestate, invase da un traffico sempre più caotico e soffocante.

A ricordare la tradizione marinaresca è rimasta solo qualche barca di legno che a stento riesce a ripararsi nell'esile striscia di spiaggia sempre più incalzata da un mare che avanza per riprendersi quanto gli uomini gli hanno tolto negli ultimi tre secoli…

La S.I.A.L.V.A. fu ultimata ed inaugurata in un'atmosfera festosa riempita delle note di “Fratelli d'Italia” e “Stelle e Strisce”. Dopo i discorsi furono avviate le macchine e l'industria italo‑americana lavorò per alcuni giorni prima di chiudere, per sempre, i suoi nuovissimi battenti…

Così come restò solo un sogno industriale la “Polimode” e il più recente conservificio “Longo”…

I giovani, che non stanno più seduti sul muretto della scuola, ma quasi tutti su motorini alla moda, continuano a sognare “l'industria” qui al sud, per non dovere necessariamente emigare al nord.

Il “Lido azzurro” è diventato un bunker di cemento assediato dal mare e a Cosenza ora si va con l'auto personale via autostrada...

E' innegabile il cammino del progresso: ma lungo la strada, io credo, si sia perduta “Mantiella ’a terza”.

(Il brano è tratto da un articolo di Pino Del Pizzo, scritto nel 1980 per “IL MATTINO” di Napoli, ma sembra essere ancora attuale)

NOTE per i non amanteani:

S.I.A.L.V.A.
Sigla di “Società Italo Americana Vincenzo Alvano”.
Stabilimento per la lavorazione dell’olio d’oliva costruito all’incrocio tra Via Garibaldi e Via Dogana con il finanziamento e  l’interessamento di un nostro compaesano residente negli U.S.A.

PILARCI
Scottarci i piedi sulla sabbia arroventata dal sole.
FONTARELLE
Piccole buche scavate con i piedi per trovare la sabbia umida e rinfrescare i piedi.
VICU ’I L’ERVA
La attuale Via Baldacchini.
SUTT’I MURA
Parte finale dell’attuale Via E. Noto, “sotto le mura” del centro storico.

VIA D’I CESSI

Attuale Via della Libertà, ancor prima chiamata “a lavinella”.

’A CAROVANA

Gruppo di persone che effettuavano servizio di facchinaggio e di trasporto merci, soprattutto dalla stazione ferroviaria ai vari esercizi commerciali.

ARENA POZZO
Ubicata all'inizio di Via E. Noto, sul terreno su cui ora sorge la Cassa di Risparmio, era ‑ allo stesso tempo ‑ cinema all'aperto e pista da ballo (inizio anni cinquanta).
MANTIELLA ’A TERZA
Amantea
, per affermazione dei suoi cittadini, era la terza città d’Italia, dopo Roma e Napoli.

 

'a vucata

di Antonio Furgiuele

Premessa 

’A vucata si faceva in media ogni quindici, venti giorni, e, a tal proposito, venivano selezionati con cura i tessuti di tela, lino e cambrì, tralasciando, di fatto, gli indumenti di lana e di colore.  

1ª fase:

 La biancheria, una volta selezionata, veniva sottoposta, dapprima, ad un lavaggio manuale, tenuto in modo tradizionale, con il solo ausilio del sapone, anch’esso prodotto fra le mura domestiche…’u sapunu fattu alla casa

2ª fase:

All’interno di una cesta di vimini e canna (’a sporta), poggiata sopra di un capiente contenitore, in genere una tinozza di legno o, all’occorrenza, anche quattro pietre, veniva posto ’u tuorciu, ovverossia, un panno di qualsivoglia filato che accoglieva tutto il bucato. Le sue falde, lasciate pendere, non a caso, fuori dalla cesta, avevano il successivo compito di ricoprire il tutto.
All’interno d’ ’u tuorciu, la biancheria, lasciata nsapunata e torciuta, veniva ncrivellata ccu garbu, ovvero, mani esperte provvedevano a disporla in guisa tale da permettere liberamente lo scolo d’ ’a lissia1

3ª fase:

In un ampio calderone di rame (’a quadara), ricolmo d’acqua, veniva fatto sciogliere del sapone spezzettato, con l’aggiunta di cenere bianca, cernuta allu sitazzu2, prelevata dal forno del pane o dal braciere di famiglia. Il candore di quest’ultima doveva derivare dalla combustione di legname o carbone del tutto privo di impurità; per tale motivo, il vegetale preferito era l’ulivo. Si procedeva, quindi, ad accendere il fuoco.
Quando l’acqua, così trattata, che oramai chiameremo lissia, raggiungeva una discreta temperatura, prossima all’ebollizione, si provvedeva a prelevarla con l’ausilio di un pentolino e la si versava lentamente sulla biancheria posta nella cesta, tracciando ampi cerchi concentrici, partendo dall’esterno verso l’interno.
Dalle fessure dell’intreccio di salice e canna, dopo pochi secondi, cominciava a sgorgare ’a lissia, mentre, nel frattempo, se ne continuava a versare altra fino a che, questa, dapprima grigiastra, non assumeva un colore del tutto limpido, a testimonianza che i panni avevano ricevuto il trattamento desiderato.
In un secondo tempo, con la lissia lasciata intiepidire ’ntr’ ’a quadara, si poneva mano ai filati colorati. 

4ª fase:

Trascorso un giorno o due, la cesta, issata sulla testa in stabile equilibrio, con l’ausilio del cercine (’a curuna), veniva portata al fiume, nelle cui acque, al ritmo di canti amorosi, eseguiti per burlare l’innamorata del momento, si operava il risciacquo di tutta la biancheria che, in un secondo tempo, messa opportunamente sulle pietre, si lasciava asciugare sotto i raggi del sole, mettendo in risalto tutto il suo candore.

1 Composto di acqua calda, cenere e sapone. 2 Crivello.

Nota

’A vucata, l’urtima vota, l’haju vista fari a  Tiresa Musì nziemi a Maria ’i Ntonariellu allu mmienzu ’i l’anni sessanta, dintr’ ’a Calavecchja, avant’ ’a forgia ’i mastru Saverinu.

È stata Tiresa, doppu tant’anni, ca m’ha cuntatu cumu si facìe.

A llu ricuordu sua, mparadisu ’a vie, vanu si pensieri c’haju ricuotu.                                                

  

Il Diurno

di Pino Del Pizzo

Il “lavaggio dei peccati” (vedi “C’era una volta… Il mare”) per quelli della mia generazione era cosa sconosciuta ed inutile.

Non che ci sentissimo “immacolati”, tutt’altro!

Corso Vittorio Emanuele – inizio anni ’50Era che ormai nelle nostre case c’era l’acqua corrente, quasi tutti avevamo la vasca da bagno e chi non la possedeva poteva fare le dovute abluzioni presso il “Diurno” di Mastro Ettore Carino, un locale, per quei tempi, modernissimo ed attrezzatissimo, ben tenuto e pulito.

Modico nelle tariffe (ci si poteva anche abbonare), era una vera comodità ed un luogo d’incontro che si affollava soprattutto il sabato sera e la domenica mattina quando frotte di utenti (soprattutto giovani) facevano la fila ostentando l’asciugamano arrotolato sulla spalla o – addirittura - lo status symbol del momento: un accappatoio!

Il mio amico Pasquale era uno dei clienti più assidui.

Ogni domenica mattina, quando puntualmente alle 8 e 45 bussava alla porta di casa mia con un mazzetto di fiori campestri da offrire a mia madre, il suo arrivo era sempre annunciato da un effluvio di colonie e di sali, di cui pochi minuti prima aveva fatto abbondantemente uso nel “Diurno”.

Corso Vittorio Emanuele – 2002Un effluvio che lo avrebbe accompagnato sull’altare della chiesa dei Cappuccini, mentre insieme servivamo la messa, e che avrebbe lasciato la sua scia fra i banchi dei fedeli durante la raccolta delle oblazioni…

Il "Diurno" era ubicato quasi al termine del Corso Vittorio Emanuele e fu inaugurato alla fine degli anni ’50.

Purtroppo, a poco a poco, perse d’interesse per la capillare diffusione, in tutte le case, di vasche, docce e scaldabagni.

Mastro Ettore continuò a fare il barbiere fino a quando cedette la sua attività.

Adesso il locale, che è il “salone” più antico di Amantea, si chiama “Studio 29”, è stato rinnovato ed è gestito in forma estrosa e creativa.

 

Sulle orme d''u Pirichinu

Ore 12: tutti all'Isca

di Pino Del Pizzo

Inizi anni '60...  d'estate ci si inventava di tutto pur di  "rimorchiare" qualche (non necessariamente ) bella bagnante...


Quando le condizioni del mare non erano particolarmente proibitive, Rocco Faceto, con la barca a remi di suo padre, ci traghettava fino agli scogli dell'Isca.
 

A bordo, oltre me, Rocco, qualche amico e "le ospiti", c'era sempre Franco Berardone che era l'attrazione per lo spettacolo che abitualmente offriva ogni giorno alle 12 in punto.

Arrivavamo nelle acque degli scogli verso le 11,30 e facevamo il bagno prima di risalire sulla barca per assistere all'esibizione

 di  Franco che, con istrionesca e compassata esperienza, si arrampicava sullo scoglio più alto dove si sedeva in attesa dello scoccare del mezzogiorno.

 

Qualche istante prima della fatidica ora(mezzogiorno), con incedere sicuro, si sistemava su una sporgenza che fungeva da trampolino naturale e, appena giungeva lo scampanio delle chiese, si librava nell'aria con uno stile degno del miglior Johnny Weissmüller (Tarzan) per tuffarsi nelle (allora) limpide onde del mare, fra gli applausi dei presenti.
Non era raro, anzi direi che era molto frequente, che un poco prima delle 12, intorno agli scogli si radunasse  una decina di barche giunte dalle vicine coste di Amantea e Belmonte, con qualche centinaio di spettatori curiosi e plaudenti.


Prima di Franco Berardone (ora scherzosamente chiamato "Ammiraglio"), a tuffarsi dagli scogli era "U Pirichinu". Non saprei dirvi chi fosse il più bravo perchè ho visto solo Franco e lo spettacolo ancora brilla nella mia memoria come uno dei ricordi più belli della mia giovinezza...

Il Lido Azzurro

di Pino Del Pizzo

una delle più antiche immagini del lido azzurro, costruito sulle palafitteLa prima “rotonda” (prima non solo ad Amantea ma nell’intera zona) era costruita su un sistema di palafitte a due livelli e fu, all’epoca, una delle principali attrazioni turistiche della provincia di Cosenza.

Per molti anni, punto di ritrovo insostituibile delle notti estive per giovani e non, era frequentata da intere famiglie (nonni compresi) a cui regalava sempre ore di tranquillità, spensieratezza ed allegria.

Sulla sua struttura si esibirono complessi, cantanti ed orchestre famose in occasione di serate di gala e delle elezioni delle miss Amantea.

Tra le altre cose, la “rotonda” è stata anche la culla ed il palcoscenico naturale dei primi complessiera il tempo dei... "vitelloni" musicali che, a partire dalla fine degli anni cinquanta, nacquero ad Amantea sulla scia della moda imperante e dei successi di Rolling Stones, Beatles, Equipe 84, …, ma anche di Carosone ed altri.

Fu più volte distrutta dal mare durante i mesi invernali ma, come l’Araba Fenice, ad ogni estate risorse, fu migliorata ed abbellita.

Poi, lentamente ma inesorabilmente, alle romantiche assi di legno subentrò il più freddo ed impersonale cemento: al suo posto ora c’è il “Lido azzurro”.

 

angela tani, nonna dell'autore del testoQuando la lana... belava!

di Antonio Furgiuele

Nel mese di maggio, sfruttando la luna favorevole per evitare alcuni spiacevoli inconvenienti, i nostri pastori, anticipando la stagione calda, davano di mano alle forbici e tosavano (carusavunu) le pecore, ricavandone una pregevole “lana janca ’i piecura gentile”, un tempo denominata “maggiatica”, per distinguerla da quella settembrina, che veniva stipata nei sacchi di canapa (cannavazzu), in attesa che gli acquirenti, già prenotatisi sin dall'anno prima, venissero a ritirarla ccu llu ciucciu, per poi portarla al fiume dove poteva essere lavata con facilità.

Erano questi, genitori ansiosi di vedere finito il corredo nuziale della propria figlia, prossima alle nozze, i cui materassi e relativi cuscini, ovviamente di lana, costituivano il pezzo forte.

Dal corso principale del Catocastro¹ veniva deviata una parte delle sue acque in un punto prestabilito, in modo da formare “nu vullu”² e, allo stesso tempo, veniva acceso il fuoco sotto l'immancabile “quadara ’i rama chjina d'acqua”, ritenuta anch'essa un importante pezzo dotale.

Quando, quest'ultima, era sul principio di bollire, vi s'immergeva la lana e con l'ausilio di un bastone si donne che lavano la lava in una "cibbia"cominciava a rimestarla con cura per tutto il tempo ritenuto necessario. Con lo stesso bastone, poi, a sgrassatura avvenuta, si provvedeva a toglierla dal calderone ed a stenderla vicino l'acqua precedentemente deviata, dove veniva risciacquata a freddo.

Seguiva una spremitura manuale e, quindi, posta sulle pietre o su di una coperta, si attendeva che la lana asciugasse sotto i raggi del sole che già facevano assaporare i piaceri dell'estate.

Ultimata questa fase che vedeva la lana sfavillante ed asciutta, con pazienza certosina venivano tolte a mano tutte le impurità rimaste ed il prodotto era quindi, pronto, per essere cardato (scarmuniatu), …ma questa è un'altra storia.

 

   1 Nasce alle falde del monte Cocuzzo (mt. 1541), scorrendo per tutto l'anno. La sua foce è antistante la spiaggia di Amantea (CS)   sul litorale tirrenico.

² Pozza d'acqua creata artificialmente, vena d'acqua. 

 

Storie di vita Associativa

La C.S.A.

di Pino Del Pizzo

Sul finire degli anni settanta, con sede in Via Dante (Calavecchia), su iniziativa di Pino Del Pizzo, Fortunato Marinari, Vittorio Giallanza, Lina Amato, Maria Cavallo, Wanda Jorno, Ada Gallo e Antonio Le Rose, nasce ad Amantea la C.S.A. (Comunità Sport & Arte).

Fin dall'inizio, lo scopo principale dell’Associazione è stato quello di proporre e stimolare la più vasta gamma possibile di alternative nell’occupazione del tempo libero.

Il fiorire di iniziative nei settori più vari si dimostra immediatamente vincente e fortemente aggregante.

Dal settore sportivo vengono rapidamente i primi lusinghieri successi nel campo dell’atletica leggera (tanto che – in breve tempo - la Società riesce a cogliere importantissime affermazioni in campo nazionale, oltre che a livello provinciale e regionale).

Nel settore artistico, la C.S.A. dà vita ad una filodrammatica, composta da attori giovanissimi, che propone numerosi spettacoli, non solo nel locale auditorium delle scuole medie, ma anche in altri comuni, fino ad arrivare a calcare le scene dell’importante e prestigioso palcoscenico del Teatro Rendano di Cosenza.

Tra le altre cose, è all’interno della C.S.A. che nasce il gruppo delle “Majorettes”, che si esibiranno in artistiche coreografie e sfilate in molte città dell’Italia Meridionale.

La loro bravura le porterà fino ad essere chiamate dalla Presidenza Nazionale delle ACLI per aprire la manifestazione dei Lavoratori Cattolici d’Europa in Via della Conciliazione a Roma, alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II°.

Ben presto la Sede Sociale di Via Dante si trasforma in un cenacolo di artisti e la Calavecchia diventa un’estemporanea pinacoteca dove, durante l’estate, espongono decine di pittori e scultori.

Allestimento dei “pastori” per il Presepe della CalavecchiaNello stesso tempo, alcuni volenterosi collaboratori preparano e gestiscono con entusiasmo ed una notevole dose di abnegazione: il Premio Nazionale di Poesia “Città di Amantea”, rassegne di fotografie d’epoca, sagre, giochi popolari, escursioni guidate ed una miriade di altre iniziative a carattere turistico-promozionale.

Inoltre, vede la luce anche un giornalino ciclostilato in proprio: “A Taverna” che, però, per mancanza di fondi adeguati (e di un direttore responsabile che dia la firma a titolo gratuito) viene pubblicato solo due volte con il numero “0”

Nonostante gli ottimi risultati raggiunti, l’impegno profuso ed il consenso ottenuto, le precarie condizioni economiche frenano qualsiasi ulteriore sviluppo delle iniziative e le conseguenti mancate realizzazioni, a poco a poco, fanno scemare l’entusiasmo.

Il protrarsi di questo stato di cose porta, poi, ad un inevitabile scioglimento della C.S.A. allorché viene a mancare anche il supporto appassionato ed instancabile del compianto “Natuzzo” Marinari.

 

Campionati Italiani ACLI di Corsa Campestre

Allievi della C.S.A. alla Finale Nazionale di Bari

Immagini di scena al Teatro Rendano di Cosenza (Lucia Menichino e Tonino Burdo)

I Ruzzantini Pavani al Premio “Città di Amantea”

La prima radio libera della città

RADIO AMANTEA

di Elio Magnone

Logo di Radio AmanteaL'IDEA

Era il 1976… ed il numero di radio libere aumentava ogni giorno cercando di guadagnare qualche chilometro in più di raggio d'ascolto.

L'amore per l'elettronica, e per la Radio in particolare, l'avevamo avuto da sempre, ma le possibilità economiche di giovani studenti e disoccupati, si sa, non sono mai state congrue a sostenere spese come quelle richieste dal nostro progetto e noi non potevamo acquistare le apparecchiature che ci offriva il mercato, dovevamo autocostruirle.

Era giunto il momento di esprimere tutte le nostre capacità, non potevamo restare indietro: anche Leopoldo Matta nel suo “laboratorio” (2002)la nostra città doveva avere la sua Radio Libera.

L'estate era alle porte, perciò dovevamo sbrigarci se volevamo riuscire ad allietare con le nostre rubriche i giorni caldi dei concittadini e dei turisti che avrebbero scelto la nostra città come meta di vacanza.

E, come in un qualsiasi momento di difficoltà si cerca l'amico disposto a darci una mano, ecco che il mio pensiero vola verso il caro, “vecchio”, Leopoldo Matta.

Chi meglio di lui ci avrebbe potuto dare una mano, indubbiamente non economica, ma certamente tecnica?

Andai, quindi, a fargli visita nel suo angolo‑laboratorio ricavato nello scantinato dove i componenti elettronici e gli strumenti di misura condividevano l'esiguo spazio con le bottiglie di pomodoro in conserva e le cassette di patate.Il “laboratorio”

Proprio una di queste, vuota e che, a causa di qualche macchia di rosso sbiadito, mi faceva pensare di avere contenuto le già nominate bottiglie di pomodoro durante la lavorazione, mi servì da sedia.

Nel sentire la mia proposta, Poldino, senza alzare la testa, ma guardandomi al di sopra dei suoi occhialini, manifestò la sua approvazione brandendo con la mano destra il saldatore ancora fumante di stagno caldo.Era fatta!!!

 

Anche perché “il Poldo” era appena tornato da un soggiorno in Emilia dove si era adeguatamente approvvigionato di materiale elettronico e da dove aveva portato con sé anche l'idea di realizzare una radio libera sul modello di quanto aveva potuto constatare in quei luoghi.

Eravamo “sintonizzati” sulla stessa lunghezza d'onda ed, “elettrizzati” entrambi dall'idea, iniziammo immediatamente la ricerca di uno schema elettrico che ci permettesse di costruire rapidamente il trasmettitore e, grazie al passa parola di un gruppo di amici CB, riuscimmo presto a reperirne uno, già sperimentato da un amico proprietario di un'altra radio libera in quel di Serra San Bruno, che raggiungemmo “velocemente” a bordo della mia FIAT 500.

LA COSTRUZIONE DEL TRASMETTITORE

Leopoldo Matta (2002)Dovevamo assolutamente trovare tutti i componenti necessari alla costruzione del trasmettitore e dell'amplificatore e sempre, comunque, all'insegna del risparmio.

Iniziò un'attenta ricerca fra migliaia di componenti di recupero stipati nei cassetti del laboratorio di Leopoldo mentre qualche vecchio televisore in disuso, facente parte della serie “non si butta nulla”, ci fornì qualche valvola ancora funzionante.

L'assemblaggio dei componenti fu cosa semplice, ma lo fu molto meno la messa a punto del trasmettitore considerando che non avevamo strumentazione di controllo adeguata allo scopo.

Vincenzo AndreaniIn tal senso “usammo” alcuni amici che nel frattempo venivano a curiosare, infatti la notizia del progetto “Radio Amantea” fece rapidamente il giro della città e ben presto il “rifugio” di Leopoldo divenne meta degli “amici della radio”.

Ricordo, in particolare: Rocco Sconza, Cenzino Andreani, Rocco Alecce, Attilio Bruni, Osvaldo Graziano ed i compianti Rino Baldacchino e Pietro Scalise.

Tutti quanti erano animati da quello spirito del “fare” come se insieme avessimo dovuto intraprendere chissà quale epica impresa, ma era Rino Baldacchinoanche giustificato quell'entusiasmo che aveva preso ognuno di noi.

Confesso che trascorremmo diversi giorni e notti facendo le ore piccole per riuscire ad accelerare i tempi dell'uscita in “etere” e, spesso, restavamo soli io e Leopoldo che una mattina (alle 3 e 30 circa) si accorse che forse era giunta l'ora di riposarci un po’, dopo l'ennesimo e, purtroppo, vano tentativo di raggiungere la sintonia perfetta della diabolica apparecchiatura.

Tornai a casa con gli occhi gonfi di sonno e per non svegliare nessuno salii le scale scalzo, in punta di piedi, portando le scarpe in mano, Enrico Carusoma ahimè ebbi la classica sorpresa: era mio padre ad aprirmi la porta di casa mentre io, a luci spente, tentavo di infilare la chiave nella serratura al chiarore della luna piena che filtrava attraverso un lucernario.

Dopo le scuse di prammatica e la “buona notte” (erano già le quattro del mattino) andai a letto un po’ deluso, ma con tanta fiducia di fare meglio l'indomani.

E fu così che il giorno dopo, alla fine di un pomeriggio già molto caldo, riuscimmo infine ad esclamare a gran voce: “FUNZIONA !!!!!” …; questo fu il grido unanime di gioia quando riuscimmo a far sentire le nostre voci nelle autoradio degli “amici” appena nominati che recandosi con le proprie auto in località limitrofe ci inviavano i rapporti di ascolto, mentre Enrico Caruso, maestro inElio con la sua “velocissima” 500 pensione ora non più tra noi, che occupava gran parte del suo tempo libero allo studio della radio, lo faceva dalla sua abitazione distante poche centinaia di metri.

“Cchiù supra”, “ ’nu pocu cchiù sutta”, “n’atru giru”, “n’atru mienzu giru”, “basta u’ la toccari cchiù”, erano le indicazioni che i già nominati collaboratori ci fornivano per mettere a punto la bobina del trasmettitore ed ottenere il massimo della potenza: pensate solo 6 watt, ma per noi erano più potenti della stessa RAI.

LE APPARECCHIATURE

Volete conoscere i potenti mezzi a nostra disposizione? Eccoli:registratore Geloso

- il mio vecchio registratore Geloso a bobine;

- la radio della Scuola Radio Elettra, costruita da Leopoldo, che faceva da monitor;

- il mio vecchio giradischi acquistato con i risparmi all'epoca del Liceo;

- il trasmettitore autocostruito;

- l'amplificatore RF autocostruito;

- il mixer autocostruito.

giradischiLa nostra discoteca? Il meglio dei dischi dismessi dai juke box dei bar locali, di cui i proprietari ci facevano omaggio, e quelli donati da Franco Simone, cantautore dell'epoca conosciuto in occasione dell'inaugurazione di un'altra radio libera messa a punto da noi a Pizzo Calabro.

LA SEDE

Ben presto, però, nacque l'esigenza di un locale più ampio del laboratorio di Leopoldo.

Ci serviva più spazio e fu così che Radio Amantea venne trasferita a casa di Rocco Sconza che ci permise anche di istallare l'antenna in posizione più elevata e di poter irradiare il nostro segnale molto trasmettitorepiù lontano.

Intanto trovammo i primi sponsor e con i modesti proventi della pubblicità riuscimmo a migliorare alcune apparecchiature e ad acquistarne delle nuove; gli Studi di Radio Amantea stavano prendendo un aspetto tecnicamente più “professionale”.

I PROGRAMMI

Molti giovani frequentavano la sede della radio che era diventata un luogo d'incontro e di partecipazione mixeralla conduzione dei programmi, in prevalenza a tema musicale.

Era un’opportunità per socializzare e per esprimersi in modo spontaneo ed estemporaneo che diede alla radio una forma definita oggi “talk and music”; infatti, un folto pubblico ascoltatore di ogni età era sempre presente, per mezzo del telefono, con l'entusiasmo di farsi sentire in onda, ma ovviamente i giovani erano i più numerosi.

Molti ricorderanno certamente le famose “dediche” delle canzoni richieste che diventavano messaggi portatori di emozioni e sentimenti, forse mai altrimenti espressi.

Io nel frattempo avevo dovuto lasciare ad altri amici la conduzione del mio programma perché ero occupato fuori sede, ma mantenevo sempre i contatti ricevendo informazioni sulla vita della radio.

Intanto col passare del tempo il numero delle emittenti in Italia diventava sempre più numeroso e fu necessario fare un po’ d'ordine alla bagarre che si era creata nell'etere. Iniziarono, quindi, i controlli delle autorità preposte alla vigilanza sulle emissioni radiofoniche; cosicché, anche la nostra radio fu soggetta alle ispezioni di rito che avvennero senza problemi.Ma le trasmissioni di Radio Amantea, purtroppo, non ebbero lunga esistenza, infatti, la vita ci insegna che le cose belle spesso sono destinate a durare poco e, così, anche quella nostra felice realtà fu resa squallida da un deplorevole atto compiuto dai soliti ignoti che rubarono la maggior parte delleelio magnone apparecchiature che erano state trasferite nella nuova sede di Via Dogana da dove speravamo di ottenere una crescita professionale.

IL FURTO

D’un tratto gli sforzi di noi tutti furono vanificati ed i progetti futuri svanirono nel nulla.

Si doveva ricominciare da zero, ma nessuno volle più gravarsi di un tale impegno per fare riascoltare la voce di Radio Amantea, sui 101 MHz, che cessò le trasmissioni nel disap
punto di quanti chiedevano notizie circa un suo possibile ritorno in onda.

 

 

Formazione del Club Altair al primo torneo Città di Amantea

Associazioni scomparse

IL CLUB ALTAIR

di Pino Del Pizzo

Il Club nacque in risposta (ma non in contrapposizione) al Circolo “Corrado Alvaro” del quale potevano far parte solo gli studenti del Liceo Scientifico.

Nel “Club Altair”, infatti, trovarono una collocazione associativa gli studenti delle altre scuole superiori, pendolari con la vicina Paola (Istituto Tecnico per Geometri e Ragioneria), con Fuscaldo (Istituto Tecnico Professionale), con Cosenza, Catanzaro o Vibo Valentia (Classico, Agrario, Artistico, ecc.), ma anche giovani operai e artigiani (sarti, barbieri, muratori, meccanici) che collaborarono con fattivo impegno, entusiasmo e creatività.

uno spettacolo di beneficenza organizzato al cinema bruni dai sociI locali della “Pro‑Loco”, siti in via Margherita, ospitarono il “Club” e furono la fucina delle sue iniziative.

Il “Club Altair” vanta, non solo il primato di aver organizzato la prima festa da ballo aperta a tutti i giovani, ma di averne promosso e realizzate diverse, non solamente in occasioni di ricorrenze particolari, avvalendosi della collaborazione del complesso dei “Delfini”, con i quali furono anche realizzati spettacoli di beneficenza e festival canori.

Sarebbe lungo elencare il nome di tutti i Soci Fondatori e Ordinari; senza fare torto a nessuno citeremo, perciò, solo quelli che maggiormente si impegnarono nelle attività del Club, soprattutto nel primo anno di vita:

D’Aqui Lillo, Dandolo Enrico (presidente), Del Pizzo Elvira, Del Pizzo Giuseppe, Fiorillo Felice, Garritano Franco, Gelido Rocco, Giustiniano Mario, Guido Sergio, Loiacono Giuseppe, Magnone Manfredo, Montalto Vincenzo, Morelli Franca, Motolese Elisabetta, Pellegrino Luigi, Porio Vincenzo, Provenzano Domenico, Scanga Paola.

Foto di gruppo alla prima festa del liceo organizzata dal Circolo Corrado Alvaro

Associazioni scomparse

Il Circolo “Corrado Alvaro”

di Salvatore Sciandra

All’inizio del secondo anno di vita della sezione staccata di Amantea del Liceo Scientifico “G. B. Scorza” di Cosenza, alcuni degli alunni diedero vita al Circolo Culturale “Corrado Alvaro”:

Enzo Fera (che fu il primo Presidente del Circolo), Aldo Bruni, Franco De Pasquale (che fu il secondo presidente), Antonio Signorelli, M. Gabriella Marinari, Gennaro Signorelli, Michele Camarca (terzo presidente), Salvatore Sciandra, Franco Provenzano, Santo Conforti, Carmelo Zucco, Roberto Musì, Saverio Porco, Ciccio Furgiuele, Antonietta Frangione, Franco Gambardella, Ninì Miniaci, le gemelle Di Fiore, Nada Brusco, Luisa Lorelli, e probabilmente altri di cui non vorremmo ci fosse sfuggito il nome e con i quali, eventualmente, ci scusiamo.

Tutti i professori del Liceo furono sempre molto vicini alle attività del Circolo; tra essi si distinsero, in modo particolare: il professor Carmelo Pesce (storia e filosofia), il professor Alfredo Grimaldi (educazione fisica) ed il Preside Carlo Cimino.

Il “Circolo Corrado Alvaro” può vantare, tra le altre cose, il merito di aver istituito ad Amantea la “Festa del Liceo” che, nella sua prima “edizione” si tenne nell’aula magna della scuola elementare “G. Pascoli”.

un'immagine della formazione della squadra di calcio del circolo Corrado Alvaro  (1964) .

Formazione: Vadacchino, Signorelli, Furgiuele, Arrigucci, De Munno, Nesi, Coccimiglio, Guido, Bonanno, Sciandra, Abbate.Nella foto si possono riconoscere anche Franco Gambardella, Saverio Porco, Carmelo Zucco, Miniaci e Tonnuzzo Signorelli.
(Fotografie ed informazioni fornite da Carmelo Furgiuele)

 

Associazioni Scomparse

La Schola Cantorum

di Francesco Giardina

Una volta gli appartenenti alle parrocchie di Amantea non erano divisi topograficamente, ma alfabeticamente e tutti i “forestieri” facevano parte della Chiesa Matrice.

Fu per questo motivo che io, nonostante abitassi a “lu vicu di l'erba” (e, cioè, in via Baldacchini), una volta sposatomi in Amantea, era il 1956, mi iscrissi all'Azione Cattolica della “piazza”.

Fui ben lieto quando Don Bruno Carusi, allora parroco, arciprete della Parrocchia della Chiesa Matrice, mi invitò a formare una scuola cantorum.

Di giovani all'Azione Cattolica ce n'erano ed erano tanti e molto volenterosi. Non mi fu, perciò, difficile attuare il desiderio del Parroco.

Don Bruno, nella ricorrenza della festa di Santa Cecilia, invitò tutti i “Cantori” a casa sua per una “bicchierata” e fu in quella occasione che demmo alla “Schola” il nome di Santa Cecilia.

Il nostro pezzo forte era diventata la Messa “Te deum laudamus” del Perosi a due voci, che eseguivamo nelle solennità della Parrocchia e, qualche volta, anche nelle parrocchie che ci invitavano. Ma avevamo imparato (ed apprendevamo di continuo) tanti altri canti che eseguivamo durante le messe non solenni e, specialmente, durante le processioni del Corpus Domini o delle Quarantore.

Ma, purtroppo, le cose belle non durano sempre.

I giovani erano nell'età in cui dovevano cercare un'occupazione e parecchi emigrarono in America, dove, purtroppo, alcuni sono morti.

Oltre alla suddetta defezione di giovani cantori, finalmente il Vescovo di Tropea, Mons. Bonfiglioli, con “grande fatica” divise le parrocchie secondo lo stradario ed anche questo fu un motivo perché la Schola Cantorum avesse fine.

don bruno carusiIo, infatti, non appartenevo più alla parrocchia di San Biagio, ma a quella dei Cappuccini, dove era diventato parroco quel grande sacerdote che era Don Giulio Spada, ed era logico che io frequentassi la mia nuova parrocchia, anche perché i miei figli frequentavano l'oratorio di Don Giulio ed a me piaceva avere questo sacerdote come guida spirituale.

Fu, quindi, per questi motivi che l’esperienza della “Schola Cantorum Santa Cecilia” ebbe termine.

COMPONENTI

Maestro: Prof. Francesco Giardina (Organo)

Solista:  Provenzano Giuseppe

Coristi: Alfano Rocco, Amendola Fausto, Amendola Salvatore, Amico Franco, Del Vecchio Rocco, Lindia Franco, Lindia Pasquale, Pagliaro Salvatore, Provenzano Bonaventura, Provenzano Rinaldo, Provenzano Salvatore.

IL MARE

di Pino Del Pizzo

 

 

No! Il mare non è sparito…

… è sempre là, al suo posto, ad ascoltare ed a raccontare storie vecchie e nuove, grandi o piccole.

Come, tanti anni fa, le raccontò a questi bambini ed oggi le racconta ai suoi figli, continuerà a raccontare ancora le sue “storie” ai suoi nipoti ed a tutti quelli che vorranno ascoltarle.

E sono proprio alcune di queste “storie” che vogliamo cercare di proporvi in questa pagina, sussurandovele come a noi le ha sussurrate il mare.

 

 

 

per vedere i filmati
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C’ERA UNA VOLTA … IL MARE

Laggiù, all’orizzonte, dove la notte alza il sipario sul crescendo finale dei rossi bagliori di un sontuoso tramonto, la prima stella si accende come un’antica lampara ingoiata dal tempo mentre l’onda confonde il suo racconto con le strida dei gabbiani e lo scricchiolio dell’ultima paranza che apre il suo ventre sgretolato dal sole e dall’oblio…

Estrema vestigia di sconfinate distese biancheggianti, difeso come un bunker dagli assalti del mare, l’ultimo lembo di spiaggia, non accoglie più volti scavati dal maestrale e riti di pesca, corone di sughero e luccicanti “lannielle”, filari di reti distese al sole per essere riparate da esperte mani coperte di salsedine.

Restano solo immagini e memorie che lo sciabordio delle onde leviga e assottiglia, rendendole sabbia di ricordi: c’era una volta… il mare.

LA “MARINA” NEGLI ANNI TRENTA

All’inizio del secolo scorso, pochi metri dopo la casa di Pietro Pizzino terminava Via Margherita e il mare si poteva raggiungere percorrendo un sentiero sterrato, segnato dalle ruote dei carri trainati dai buoi che trasportavano la sabbia per le costruzioni.

Alte siepi di rovi e di spine delimitavano il percorso fino al sottopasso della ferrovia, al di là del quale, come per incanto, si apriva un panorama incontaminato in cui, incontrastati, dominavano il verde dei “vruchi”, l’azzurro delle acque, il rosso dei tramonti.

’A marina, allora, restava fuori dal paese ed era frequentata solo in poche occasioni.

D’estate ci si andava preferibilmente di pomeriggio.

La balneazione avveniva in luoghi rigidamente separati ai due lati del ponte Margherita:

- a destra (lato Belmonte) gli uomini e

- a sinistra (lato Campora) le donne.

In mezzo la zona franca presidiata quasi sempre dal comandante dei Vigili Urbani, Pietro Perna, munito di un “nervo” che però non usava, ma che serviva a sconsigliare “invasioni di campo” nelle due direzioni.

Sulle due rive i “pagliari”, costruiti con una coperta sostenuta da canne (a guisa di “tenda indiana”), supplivano alle cabine‑spogliatoio per i bagnanti, tutti rigorosamente muniti di lenzuolo da usare, all’occorrenza, come accappatoio.

A sera si tornava a casa più freschi, ma fra i giovanotti e le signorine, spesso, si segnalavano casi di …torcicollo!

D’inverno, invece, si aspettava che il mare depositasse sulla battigia le “vulelle”, un mollusco commestibile e ricercato che i buongustai dell’epoca consumavano addirittura sulla spiaggia insieme a pane raffermo e ad un buon bicchiere di vino.

Infine, nel giorno dell’Ascensione, alla marina, si “celebrava” il rito del “lavaggio dei peccati”.

L’operazione, che consisteva nell’immersione delle gambe nel mare, sotto l’aspetto mistico, celava un risvolto pratico: in mancanza di acqua corrente e di servizi igienici appropriati nelle case, insieme ai peccati, molti “penitenti”, oltre a mondare l’anima, coglievano l’occasione per lavare “ ’a prica” accumulata durante l’inverno sotto le ginocchia.

Brano liberamente tratto da una conversazione di Natuzzo Marinari registrata in una puntata della trasmissione “C’era una volta”
Emittente “Radio Costa International” - Conduttore Pino Del Pizzo

FIGURE DI PESCATORI

Una delle risorse più importanti, che hanno consentito lo sviluppo e la crescita della nostra comunità, è stata certamente la pesca.

Ritorno da una battuta di pesca sulla spiaggia di Coreca (anni ’50)Intere generazioni, nel corso dei secoli, hanno affrontato le insidie del mare e sviluppato una tradizione che ormai si sta affievolendo per la mancanza di “vocazioni”, ma anche, e soprattutto, per la mancanza di materia prima: i pesci.

L’impoverimento della flora marina, aggredita da fattori incontrollati di inquinamento e di erosione delle coste, dalla scarsa portata dei corsi fluviali, dall’indiscriminata e selvaggia pesca a strascico nelle zone protette, ha, a mano a mano, allontanato dal mare le famiglie “storiche” dei pescatori i cui discendenti si sono dati all’artigianato, al commercio, alle professioni, attività certamente meno poetiche, ma più sicure e redditizie.

 

Il pesce congelato (e quello surgelato) ha preso il sopravvento nei mercati e le “lannielle” ospitano esemplari ittici che del nostro mare hanno solo la risciacquatura mattutina, fatta di soqquatto per togliere l’effetto dei prodotti refrigeranti.

Zu Franciscu Giambra (al centro) nel 1936Ora solo qualche anziano conserva gli “strumenti di lavoro” che, di tanto in tanto, utilizza per estemporanee ed improbabili avventure sulle onde, mentre della nostra “marineria da pesca” restano soltanto i ricordi che affiorano, qua e là, sbiaditi e nostalgici.

In essi si stagliano figure ieratiche di cui, purtroppo, almeno al momento, non possiamo fornire immagini e testimonianze più complete, ma che contiamo di poter fare in seguito con l’aiuto dei lettori del nostro sito.

Su tutte, sembra campeggiare quella d’ ’u zu Brunu, una bella figura di marinaio di Catocastro, con la faccia e la bocca larga, la barbetta ispida e tutto l’aspetto di chi ha passato un’intera vita respirando la salsedine.

“Zu Brunu” camminava sempre scalzo, con l’andatura dondolante tipica dei marinai costretti per anni ad assecondare il rollio della barca, indossava alla vita una vecchia rete da pesca che, a guisa di cintura, teneva su i pantaloni ed in testa, quasi sempre, una bandana da pirata.

Amava intrattenersi con i bambini ai quali raccontava fantastiche avventure frutto della sua fantasia.

Anche ’u Zu Franciscu Giambra era una splendida figura di pescatore con una fluente barba bianca ed un dolce sorriso.

Aveva vissuto per tutta la vita su una barca da pesca …eppure non sapeva nuotare!

Le persone dell’epoca lo consideravano un barometro: ogni due o tre ore, per tutto il giorno e tutta la notte, scendeva alla marina ad osservare il cielo e le onde dalle quali traeva previsioni infallibili, da tutti rispettate.

Speriamo che altre figure riescano ad affiorare dal ricordo collettivo attraverso informazioni, immagini, racconti e notizie per completare questo meraviglioso affresco consacrato dal soprannaturale patto con il mare, i suoi misteri e le sue insidie.

Immagini dei marinai e delle loro donne che sulla spiaggia attendevano il ritorno delle barche prima del sorgere del sole per dividersi il pescato, sciorinarlo nelle “lannielle” e partire per le strade e per i vicoli, ciascuna verso la propria “partita” di clienti.

Racconti dei marinai e dei loro figli, iniziati all’arte della pesca come ad un rito sacro fatto di timore e di rispetto, di pazienza e di ardimento. Immagini dei marinai e dei loro attrezzi di lavoro scomparsi o sostituiti dalla tecnologia.

Memorie dei marinai con i loro canti, delle loro vele non sempre gonfie di vento e dei loro lunghi remi levigati dal sudore, delle loro lampare ad acetilene, a petrolio e a gas che, come lucciole sciamavano sulle onde buie della sera mentre lo sciabordio nascondeva una preghiera e una speranza.

Da una ricerca tra la gente effettuata da Pino Del Pizzo

IL RECLUTAMENTO DELLE CIURME

Ogni anno, il 24 giugno, in occasione della festa di S. Giovanni, sui tornanti di Pantalìa si teneva un’importante riunione di tutte le forze della marineria Amanteana.

Imprenditori e Capi‑ciurma provvedevano all’ingaggio dei membri degli equipaggi che per un anno avrebbero fatto parte della stessa barca.

Era una vera e propria asta in cui c’era chi offriva e chi si offriva, ma le quotazioni non erano certamente quelle degli odierni calciatori.

Al termine veniva data la caparra (’u muortu), una rapida stretta di mano siglava il patto e poi tutti in cantina a festeggiare e far progetti per il futuro.

Dalla trasmissione “C’era una volta” - Emittente “Radio Costa International” - Conduttore Pino Del Pizzo
Racconta Suriano Rocco (Ruoccu ’i Peppi)

 

La fucina
di Gigi Del Vecchio

di Ninuccio De Luca

 

Ho trovato nella sua precaria fucina, in località Santa Maria, l’amico d’infanzia Gigi Del Vecchio intento a forgiare il ferro per costruire  gli zoccoli da applicare ai piedi di un cavallino di proprietà di Cenzino Pellegrino, un  appassionato di cavalli la cui famiglia, da molte generazioni, ha sempre allevato, custodito ed addestrato muli e cavalli, con passione e competenza.

Gigi è l’ultimo maniscalco della nostra cittadina (mentre suo nonno forse è stato uno dei primi) e presta ancora la sua preziosa ed utile opera saltuariamente, solo per passione, a qualche vecchio ed affezionato cliente.

Vero artista nel suo campo, pieno di talento e fantasia, apprese l’antico mestiere dal nonno Luigi e dal padre Tommaso che avevano “la forgia” alla “ sagliuta d’a Chiazza” a fianco del locale attualmente adibito a sala musica della banda Mario Aloe. 

Il lavoro, mi riferisce Gigi, c’era per tutti ed era sufficiente per il sostentamento di una famiglia numerosa come la sua. 

Ogni giorno si ferravano dai 10 ai 20 animali: di domenica poi il numero raddoppiava ed il lavoro si protraeva fino a tarda sera, a lume di lanterna.

Molti contadini, che non disponevano di denaro contante, pagavano con prodotti della terra, con qualche bottiglia d’olio o di vino, con qualche soppressata etc.

Gigi ricorda che non era facile procedere alla ferratura quando ci si imbatteva in un animale capriccioso che scalciava, non disposto a farsi ferrare.

In quelle occasioni si poteva buscare anche qualche pericoloso calcio...e, mentre mi mostra qualche segno, mi assicura che non era una faccenda molto allegra prendere un calcio da un cavallo! 

Tempi difficili ! ! !   

Per arrotondare l’incasso “ i furgiari” costruivano e riparavano  vommari, vanghe, zappe e svariati  attrezzi per l’ agricoltura e per la casa  (ricordiamo i famosi  “ tripidi”), i più bravi ed esperti anche ringhiere per terrazzi e balconi. 

Erano tempi in cui molti possedevano asini, muli e cavalli che trainavano carretti e carrozze, mezzi di comunicazione lenti, ma sicuri che il progresso tecnologico e meccanico hanno fatto scomparire e insieme a loro sono in via di estinzione quei laboriosi animali che tanta fatica hanno alleviato all’uomo.  

Per conseguenza anche il mestiere del maniscalco è del tutto scomparso..Ma di loro serbiamo un ricordo vivo edincancellabile perché erano artigiani pieni di fantasia, onesti, laboriosi, tanto pazienti ed utili.  

Mentre parlavo a Gigi, vedendolo all’opera, infiniti ricordi del passato e dell’adolescenza sono tornati alla mia mente.

 Molti miei coetanei ricorderanno quando giocavamo con la trottolina di legno “ u strummulu”..

Avevamo tutti bisogno del fabbro che pazientemente ci preparasse con “le poste” (i chiodi usati per applicare i ferri ai quadrupedi) la punta “d ‘u strummulu” col quale passavamo molte ore della giornata ed inventavamo numerosi giochi.

Anche in questo Gigi era maestro per la nostra felicità, ed il più delle volte si accontentava di un solo grazie.

D’altra parte era già un’impresa, a quei tempi, riuscire a comprare il nostro giocattolo alla botteguccia di Barone alla Calavecchia o d’’a zi’ Luisella i Munnu.

Quando la punta veniva applicata correttamente, come usava fare Gigiuzzu, “u strummulu girava perfettamente e veniva chiamato da noi “pumasella”, quando la punta aveva difetti veniva chiamato “gravunaru” perché ronzava veramente come un calabrone... 

Immagini di un tempo lontano, revocate dal rimbombo della mazza che plasma sull’incudine un ferro rovente mentre migliaia di scintille, come i ricordi, volano per spegnersi e confondersi nell’oscuro soffitto della forgia, coperto di secoli di fuliggine.... 

’U sapunu fattu alla casa

di Antonio Furgiuele

’U sapunu fattu alla casa 

Rizzetta: nu chilu ’i putassa (carbunatu ’i putassa), vinti litri d’acqua, quattru o cinqua litri d’uogliu d’alivi.

Ppe d’amuru d’ ’u veru, amu ’i diri puru ca chilli ch’erinu cchjù scarsicielli o, i putigari mbrogliuni,  mbeci ’i l’uogliu d’alivi, ppe risparmiari, cci mintiunu ’u grassu d’ ’u puorcu (deci chili). 

’A nanna, na vota, mi cuntave accussì: 

"S’accattave nu chilu ’i putassa (carbunatu ’i putassa), ca ’i chilli tiempi venìe vinnuta a petra, cumu ’u salu ’i minèra, e si facìe scioglìri ccu vinti litri d’acqua, quannu chissa pungìe (60°, sinnò schicciave!), a fuocu vasciu, dintra nu quadaruottu, riminiannula ccu nnu vettu ’i lignu tuostu.

Quannu s’ere sciogliuta, s’agghiungìunu quattru litri d’uogliu d’alivi o, puru cinqua, s’ancunu ’u sapunu ’u volìe cchjù nzivusu e, ntramenti, si minave a riminiari ccu forza, finu a quannu ’u mpastu si cunzumave, cumu ’u brodu d’ ’a duminica.

Quannu, azannu ’u vettu, t’accorgiji ch’ ’a mistura filave, si cacciave llu quadaruottu ’i ncapu ’u fuocu e si facìe rifriddari tuttu quantu finu allu juornu appriessu.

Quann’ere llu mumentu, si mintìe llu quadaruottu a capu sutta, supra na tavula, e llu sapunu venìe fora ca parìe nu durciu esciutu a chillu mumentu d’ ’u furnu.

Ccu llu curtiellu si tagliave a piezzi , e ssi lassavunu passari deci o quinnici juorni, finu a quannu maturave. Allu tagliu, s’ ’u sapunu ere jancu, volìe diri ca c’aviunu misu ’u grassu d’ ’u puorcu, s’ere cchjù scuru, ppe cum’ere llu culuru si capiscìe si c’aviunu misu l’uogliu d’ ’a gerra o ’u risiettu.

All’ura ch’ ’u tiempu ere giustu, si cacciave chilla poca ’i lama ch’avìe fattu ’i ncapu e china avìe lli puzi buoni potìe stricari supra na petra ’i jumu o, alla cibbia, notta e juornu, ca ppe llu strúdiri tiempu cci nni volìe!  "  

 

Il sapone fatto in casa 

Ricetta: un chilo di potassa (carbonato di potassio), venti litri d’acqua, quattro o cinque litri di olio di oliva.

Per amore del vero, dobbiamo pur dire che coloro i quali erano più poveri o, i bottegai imbroglioni, invece dell’olio di oliva, per risparmiare, usavano metterci lo strutto (dieci chili).

La nonna, una volta, mi raccontava così: 

"Si acquistava un chilo di potassa (carbonato di potassio), che in quei tempi veniva venduta a blocchi, come il sale di miniera (salgemma), e si faceva sciogliere in venti litri di acqua, non appena  questa cominciava a scaldarsi (60°, altrimenti spruzzava!), a fuoco lento, dentro un calderotto, rimestandola con un bastone di legno duro.

Quando si era sciolta, si aggiungevano quattro litri di olio di oliva o, anche cinque, se qualcuno, il sapone, lo voleva più untuoso e, nel frattempo, si dava sotto a rimestare con forza, fino a quando l’impasto si consumava, come il sugo della domenica.

Quando, alzando il bastone, ti accorgevi che la mistura filava, si toglieva il calderotto da sopra il fuoco e si faceva raffreddare il tutto fino al giorno successivo.

Al momento opportuno, si capovolgeva il calderotto a testa in giù, sopra di una tavola, ed il sapone veniva fuori che sembrava un dolce appena sfornato.

Con il coltello si tagliava a pezzi e si lasciavano trascorrere dieci o quindici giorni, fino a quando raggiungeva la stagionatura dovuta.
Al taglio, se il sapone risultava bianco, ciò significava che avevano utilizzato lo strutto, se, invece, era più scuro, a seconda della tonalità del colore si capiva se avevano utilizzato l’olio prelevato dalla giara o i suoi fondi.

Quando il tempo era compiuto, si toglieva quel po’ di muffa che si era formata sulla sua superficie e chiunque aveva i polsi buoni, poteva strofinare sopra una pietra di fiume o, alla vasca, notte e giorno, che per consumarlo di tempo ce ne sarebbe voluto."                                                    

 

 

 

IL FIDANZAMENTO AGLI INIZI DEL XX° SECOLO E... ANCHE PRIMA

Ben presto i giovani ad Amantea si fidanzano e, soprattutto le ragazze, si sposano in giovane età. Difficile però è per loro incontrarsi, perché le ragazze non possono uscire sole, e se lo fanno sono criticate. Le occasioni più favorevoli sono costituite dalla messa domenicale o da qualche festicciuola familiare. La domenica mattina le ragazze si vestono nel miglior modo possibile per far "bella mostra di sè" e fare colpo. Gli uomini e le donne in chiesa sono tuttavia separati, solo gli sguardi quindi possono intrecciarsi. I giovani allora per stare insieme si fidanzano quasi subito dopo essersi conosciuti. Altre volte invece per far sposare due giovani si fanno delle trattative tra famiglia e famiglia: il fidanzamento in questo caso si dice "portato” e quasi sempre è dovuto a ragioni d'interesse.
Vincenzo Del Pizzo e Wanda Caruso, fidanzati a passeggio in via E. Noto con i parenti (1938)In genere, a far la domanda di matrimonio, vanno i genitori del giovane. Prima, invece, il ragazzo mandava un intermediario per sapere se i genitori della ragazza avrebbero acconsentito.
Dopo un pò di tempo, durante il quale il fidanzato può frequentare la casa della futura sposa, si fa una festa, che è detta del fidanzamento ufficiale e che è caratterizzata principalmente dallo scambio degli anelli.
Il fidanzato in questa occasione regala alla fidanzata « l'uoru », cioè degli oggetti d'oro (orecchini, braccialetto, catenina). In questa circostanza si provvede anche ad « addobbare », a stabilire i « patti » del futuro matrimonio, specialmente quelli riguardanti la dote, il corredo e l'arredamento della casa.
Solo dopo questa festa i due giovani sono considerati e trattati pubblico come fidanzati, « ziti » Per la festa del fidanzamento ufficiale si distribuiscono dolci, confetti, vermouth e la casa è ornata con mazzi di fiori; sul letto dei genitori si mette la coperta di seta, « u tamascu », il damasco, con sopra un confetto per buon augurio.
Per la festa del fidanzamento si sceglie, di solito, il giovedì o il mercoledì o il sabato, perché gli altri giorni della settimana sono ritenuti infausti.
Durante il periodo di fidanzamento il fidanzato può frequentare la casa della fidanzata, ma non deve dormirci, altrimenti il pubblico vede male le cose e viene meno il rispetto, perché dicono: « Ih! si l'è chiusu intra 'a casa! ». E così i fidanzati non devono prendersi a braccetto per la strada e devono sempre essere accompagnati.
Vari sono i regalí che i due giovani si scambiano: a Natale p. es. la ragazza offre al giovane un « mostacciolo » a forma di cuore. (...).
A Pasqua si scambiano i «pizzi ccu ll'ova», fatti con pasta d'uova, variamente foggiatí, in cui si pongono uova intere col guscio e che viene cotta al forno. Non c'è l'usanza di regalare l'uovo di Pasqua di cioccolata .

MariaTeresa Florio De Luca
da AMANTEA, Tradizioni e folklore - Luigi Pellegrini Editore

Vincenzo Del Pizzo e Wanda Caruso fidanzati (1939)

TRA FILTRI D'AMORE E FATTURE

La fanciulla che non riesce a fidanzarsi ricorre ad alcune pratiche ritenute molto efficaci: mette sulla sedia dove siede il giovane da lei prescelto una polvere fatta con alcune particolari erbe secche , pensando che solo facendo così il giovane le si "affezionerà".
(…)In altri casi la ragazza che non riesce a fidanzarsi si reca da una "magara"» che prepara un filtro da far bere al giovane. Il filtro dovrà poi essere rinnovato ogni sei mesi. Qualche volta è la ragazza stessa che prepara il filtro, versando per es. nel caffé che offrirà al giovane un po’ del suo sangue metruale; anzi ad Amantea rare volte le ragazze ricorrono ad una fattucchiera, perché la cosa in paese è ben presto risaputa e la ragazza verrà «chiacchierata» (burlata e criticata). Magari vanno più volentieri dalle « magare », perché queste rivelino loro il nome del futuro marito.
Anche l'uomo spesse volte ricorre a delle pratiche magiche se vuole fare innamorare di sé una ragazza che non lo vuole. Egli mette, per es. in un dolce che la ragazza poi mangerà, della cenere preparata bruciando capelli, unghie delle mani e dei piedi, in modo che entri a far parte del miscuglio un qualcosa preso dalle diverse parti del suo corpo.

MariaTeresa Florio De Luca
da AMANTEA, Tradizioni e folklore
- Luigi Pellegrini Editore

 

   

IL CORREDO
ALLA FINE DEL 1700

Ecco l'elenco del corredo di una popolana di Amantea, come si rileva da una scheda, datata 1776, del notaio Sances :
« un letto, un saccone usato, un materazzo, due paia di lenzuoli nuovi, due cuscini di lana, due paia di coscini o siano vesti, una di tela e l'altra di tela d'Olanda, tre coperte nuove, una di cottone bianco e due di malafri(1) colorita; quattro camicie, due dobretti, uno di cottone e l'altro di stamina, tre sinali, uno di olanda e due di seta, due maccaturi, uno di olanda e l'altro di tela, due ritorta, uno di filo di hannacca(2) con ingranatori, un paio di fioccagli e la sposa vestita di stamina(3), cioè gonnella e gippone(4) nuovo, e un altro gippone di panno, tre tovaglie, due di tela cottonina e una di olanda, due salvietti, un calderotto della valuta di carlini ventidue, un treppiede, una frissura, una cucchiara di ferro, una boffetta, due sedie, e due cassa usate. Di più docati venti.... »

 

NOTE:
1- Malafri: Seta cattiva, di scarto.
2- Hannaca: Collana di bottoni con croce  filigranata, pel costume festivo delle donne;
3- Stamina: un tessuto di forma quadrata a trama molto fine;
4- Gippone: Corpetto

 

MariaTeresa Florio De Luca
da AMANTEA, Tradizioni e folklore
- Luigi Pellegrini Editore

donne che portano il corredo della sposa(...) Di regola quindi la donna passata a marito portava, oltre gli indumenti personali, il letto e la   biancheria. Ora deve portare invece il corredo personale e il corredo di casa. La biancheria va considerata a « pezzi » e vari di essi formano una serie. Questa risulta da uguale numero di pezzi o capi: per es. quattro camicie, quattro tovaglie, quattro lenzuoli, ecc. Si dice pertanto che la tale ragazza « porta roba a quattro a quattro, a sei a sei, ecc... ». Il futuro sposo invece deve provvedere ai mobili della casa, all'abito nuziale della sposa e alla casa stessa se quella paterna è troppo stretta, ma in genere la futura sposa va ad abitare con la suocera.

Queste norme, naturalmente, sono spesse trasgredite, specialmente se la condizione dei due sposi è economicamente diversa.

Di solito le madri preparano il corredo alle ragazze fin da quando sono piccolissime, acquistando pezze di tela, che serviranno per la biancheria personale, da viaggiatori di commercio o comperando, durante i viaggi in « città » lenzuola od altra biancheria.(...)

Una settimana prima delle nozze si fa il bucato di tutto il corredo per mostrarlo poi, alla vigilia, ai parenti del fidanzato. Sempre alla vigilia delle nozze il corredo è trasportato a casa dello sposo per mezzo di alcune donne chiamate apposta per l'occasione e alle quali si regalano soldi e confetti.

Caratteristiche sono le figure di queste donne che trasportano il corredo a piedi nudi e con le casse sulla testa, tutte in fila, l'una dietro l'altra.

MariaTeresa Florio De Luca

da AMANTEA, Tradizioni e folklore - Luigi Pellegrini Editore

 

   

LA RICHIESTA

Tre settimane prima delle nozze, il fidanzamento ufficiale è solennizzato con una cerimonia di promessa in chiesa, dove il sacerdote benedice gli anelli e stende un verbale di sponsali, mentre n

Tre settimane prima delle nozze, il fidanzamento ufficiale è solennizzato con una cerimonia di promessa in chiesa, dove il sacerdote benedice gli anelli e stende un verbale di sponsali, mentre nel vestibolo della chiesa sono esposte le pubblicazioni, che ad Amantea hanno il nome di « vanniazioni ».
Il più delle volte, tuttavia, la cerimonia di promessa, la « richiesta », si svolge in casa della fidanzata, alla presenza del sacerdote, al quale si dà un'offerta per la chiesa.

La sera della promessa (la « richiesta ») si fa festa in casa e gli invitati (di solito parenti ed amici) portano in regalo ai futuri sposi piatti, bicchieri, tazze, bottiglie di liquori, ecc .

olo della chiesa sono esposte le pubblicazioni, che ad Amantea hanno il nome di « vanniazioni ».
Il più delle volte, tuttavia, la cerimonia di promessa, la « richiesta », si svolge in casa della fidanzata, alla presenza del sacerdote, al quale si dà un'offerta per la chiesa.

La sera della promessa (la « richiesta ») si fa festa in casa e gli invitati (di solito parenti ed amici) portano in regalo ai futuri sposi piatti, bicchieri, tazze, bottiglie di liquori, ecc .

 

IL MATRIMONIO

Il giorno prima delle nozze gli sposi si confessano e fanno insieme la Comunìone. Alla vigilia del matrimonio si fa una festa da ballo incorteo nuziale anni 50 casa della sposa e si mangiano diverse qualità di dolci (fra i quali prevalgono sempre quelli fatti con pasta di mandorle) e si bevono vini speciali conservati per l'occasione. I due fidanzati siedo dandosi la mano e, quando ballano, i parenti gettano loro i confetti e tutti battono le mani.

Al mattino delle nozze la sposa si veste con il suo bell'abito bianco, mette dei guanti lunghi pure bianchi, un piccolo velo bianco in testa retto da una ghirlanda di fiori d'arancio. Porta in mano un mazzetto di fiori bianchi, per lo più finti, con molti nastri. Al collo ha una collana di perle, metterà « l'oro » solo dopo che sarà ritornata dalla chiesa. Delle volte la sposa si orna anche con fiori (zagare) alle orecchie, mentre lo sposo ne mette uno allo occhiello della giacca. La sposa deve sem­pre portare l'abito lungo, perché indossando un abito corto, bianco o colorato, le persone fanno maligne supposizioni sull'onestà della ragazza. Lo sposo in genere veste un abito nero, con camicia bianca a farfalla, guanti bianchi e un fiore all’occhiello. Una volta le donne per il matrimonio vestivano un abito lungo, di colore celeste pettorina bianca avanti al seno ed un lungo nastro pendente dietro, sulla testa non portavano niente.
 Gli uomini indossavano un vestito bleu, cravatta e camicia bianca

corteo nuziale fine anni 50La mattina della cerimonia nuziale, la sposa,  indossato l'abito con l'aiuto della sarta, in attesa dell'ora stabilita per il matrimonio, si siede in mezzo alla stanza da pranzo, ricevendo le amiche che cercano in tutti i modi di « tenerla sù ». 
I familiari della sposa offrono un bicchierino e quasi sempre si tratta di liquore di lampone o albicocca.(...)
Tutte le spose desiderano infatti avere un lungo corteo di auto per fare colpo sulla « gente, ma il più delle volte sono sempre le stesse auto a formare il corteo e sono cedute di buon grado l'occasione dai loro proprietari.(...)
Gli sposi e gli invitati si recano in chiesa in automobile, sposa e sposo però in auto diverse, e sfilano in corteo annunziando il passaggio con prolungati suoni di claxon cosicché tutti si affacciano per vedere «'i ziti ».
Nella prima auto prende posto-la sposa assieme al padre, mentre lo sposo sta nell'ultima, e da tutte le macchine sono lanciati confetti ai bambini che fanno a gara per accaparrarseli. All'uscita di chiesa i bambini a loro volta gettano sugli sposi confetti e manciate di riso simboleggianti la prosperità e le persone affacciate alle finestre da alcune « guantiere » petali di fiori bianchi, confetti e monetine. (...)
Vincenzo e Wanda Del pizzo il giorno delle nozzeAnticamente si faceva un corteo a piedi, di solito di sera, ed il corteo era fiancheggiato da persone che portavano dei lumi a gas (non c'era allora la luce elettrica).
Era così composto: in testa gli sposi (« zito e zita »), poi le sorelle degli sposi, i parenti, ed infine gli estranei. Dopo la cerimonia il corteo era formato con lo stesso ordine, ma dopo gli sposi venivano prima i parenti dello sposo per mostrare che ormai la donna faceva parte della famiglia del marito.(…)
Per 1o più il rinfresco nuziale si svolge oggi in albergo, e subito dopo gli sposi, quando ne hanno la possibilità, partono per il viaggio di nozze. Spesso si fa un gran pranzo in casa della sposa con varie portate: pasta ripiena al forno, carne preparata in vari modi, salami di vario genere (capecollu - coppa; suppressata - salame), uova, frutta, gelati e dolci. La sposa offre ancora confet­ti, ma le ragazze in età da marito evitano di man­giarne più di uno: infatti credono che il numero di confetti che mangiano, corrisponda agli anni che dovranno ancora trascorrere prima del loro matrimonio. Nella stanza dove ha luogo il pranzo si mette un tavolinetto con un vassoio per raccogliere i doni portati dai commensali, i quali in genere portano buste con denaro.La sera in casa degli sposi si balla, s'invitano tre o quattro suonatori in genere con chitarra, mandolini e fisarmonica quando vi è la possibilità economica, altrimenti si balla al suono della radio o dei dischi.
Non di rado la festa termina con la tarantella a cui partecipano tutti.
Dopo le diverse cerimonie che accompagnano le nozze, gli sposi se non possono partire subito per il viaggio di nozze, si chiudono in casa e vi restano per tre giorni. Durante tale periodo di clausura solo le due madri possono varcare la soglia per portare loro il pranzo, e con una scusa vogliono rifare il letto per vedere « 'u pannizzu » testante la verginità della ragazza.

 

MariaTeresa Florio De Luca
da AMANTEA, Tradizioni e folklore - Luigi Pellegrini Editore

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Ultimo aggiornamento:  11-03-10