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In questa rubrica presentiamo ai nostri visitatori alcuni dei luoghi
più significativi della Città ed itinerari fotografici alla scoperta
(o alla riscoperta) di Amantea, delle sue strade, delle contrade e
degli aspetti più suggestivi del suo paesaggio e della sua flora. |
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per vedere il filmato |
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Itinerari |
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La grotta
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i scuogli 'i l'Isca |
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Il Cimitero
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'a Chianura
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Catocastro
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Camoli
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Coreca |
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Cannavina |
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'u Tuvulu | |||
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Itinerario storico paesaggistico di Vincenzi Segreti ll visitatore che si inoltra per le strette stradine del centro storico di Amantea, compie un salto a ritroso nel tempo e rivive con l'immaginazione il passato della città antica (la Civita), che dalla sua fondazione magnogreca visse le dominazioni romana, saracena, bizantina, normanna, sveva, aragonese, spagnola, borbonica e francese fino ai governi post-unitari, le cui indelebili impronte si leggono nei beni materiali, disseminati in tutto il territorio comunale. Attorniato dai resti di antiche porte, di cinte murarie e di poderosi bastioni, l'esteso borgo medioevale allinea ancora, in una composita contraddizione, austeri palazzi e le umili case del popolo, quasi a rappresentare visivamente il potere delle classi dominanti e l'umile condizione dei ceti subalterni. Fra questi antichi edifici alcuni si distinguono per storia e maestosità architettonica. Il palazzo delle "Clarisse" è posto su una roccia, che domina il giardino mediterraneo della "Grotta."(…). Costruito nel 1603 per ospitare le seguaci di S. Chiara; fu poi modificato per diventare agli inizi del 1800 dimora dei marchesi De Luca di Lizzano, che l'avevano acquistato in virtù della legge murattiana sulla liquidazione dei beni ecclesiastici. Il recente restauro realizzato dal nuovo proprietario, ha valorizzato la fabbrica originaria, evidenziando la bellezza del chiostro ad archi romanici, l'imponenza della scala litica, l'ampiezza delle stanze e dei saloni nonché la sacralità della cappella che con i dipinti d'epoca e una pregevole statua di S.Chiara evoca raccolte atmosfere monastiche. Fra le lapidi antiche che ricordano personaggi e vicende della città, si può ammirare in una teca la base di una stele con iscrizioni arabe che riporta versetti del Corano in lode di Allah, preziosa testimonianza della presenza saracena ad Amantea. Più in alto, su uno sprone (‘u Pizzunu) si erge, dirimpetto all'azzurro del Tirreno , Casa Mirabelli, un edificio tardorinascimentale che mostra un'artistica facciata, un balcone doppio in ferro battuto con fregi ornamentali, il portale ad arco romanico e scale a chiocciola, incavate nel tufo. Incombenti sul torrente Catocastro si stagliano i ruderi del seicentesco Gotto dei Gesuiti, centro di evangelizzazione e di cultura in tutta la Calabria, soppresso nel 1767 e più tardi adibito a carcere mandamentale. Annessa al collegio la chiesa coeva di S. Elia profeta ostenta la sua struttura barocca e all'interno un pulpito ligneo finemente istoriato e un organo, entrambi settecenteschi. Al di là del Catocastro la rustica chiesetta di S. Giuseppe, costruita nel 1728 per iniziativa di Fortuna Carratelli e successivamente restaurata da un capitano, scampato miracolosamente con la sua nave ad un naufragio, e recentemente dai devoti del santo. Il tempietto conserva interessanti dipinti di pittori amanteani contemporanei. Nel tratto di mare antistante emergono i mitici scogli d'Isca che alcuni autori classici identificano con le "insulae enotrides", altri con gli "scopuli Tillesii". Intorno ad essi si estende un'Oasi Blu del WWF, che sott'acqua rivela una rigogliosa flora marina ed una ricca fauna ittica. Rientrando nel più antico quartiere di Amantea, Catocastro, attraverso angusti ed aerei sentieri si raggiungono le vestigia della chiesa-convento di S. Francesco d'Assisi, fondata da Pietro Cattani intorno al 1220 su un precedente monastero basiliano, come dimostrano le tracce architettoniche confuse nella successione degli stili. Da qui per accessi sempre più ardui si giunge sul panoramico pianoro del castello medioevale, testimone eloquente della storia cittadina ed inespugnabile baluardo militare, che vide i sanguinosi assedi degli angioini nel 1269 e dei francesi nel 1806-'07, quando fu demolito dalle truppe napoleoniche. Non restano che vaste rovine, sufficienti a dare l'idea dell'antica potenza del maniero. Oggi la fortezza e l'intera zona, dove si ammirano anche gli avanzi di un'imponente torre angioína, sono di proprietà privata e restano in perenne attesa di diventare patrimonio pubblico. In basso, sull'ex nazionale, la Chiesa Madre di S. Biagio (1667) sorge su un edificio basiliano, dedicato a S. Pantaleone. E’ un tempio con forma basilicale, che presenta un'ampia facciata e tipici portali in pietra. Delle tre navate a croce latina si ammirano, tra le numerose statue e tele di santi, l’Annunciazione, un dipinto di scuola napoletana seicentesca dall’atmosfera mistica e trascendente e la “Presentazione di Gesù al Tempio”, un ispirato “olio” neoclassico di un pittore anonimo. La chiesa custodisce anche le statue delle “varette” (un’originale Via Crucis) che sfilano in processione il Venerdì Santo fra commoventi marce funebri e canti devozionali. Adiacente alla Matrice, fra le rovine di alcuni palazzi, un cippo marmoreo ricorda le vittime del bombardamento aereo statunitense del 20 febbraio 1843. Fuori le mura la "Piazza", dove la sede del Municipio coniuga l'architettura neoclassica a quella "romana" del regime fascista. Il quartiere annovera la chiesa barocca del Carmine dai due campanili a cuspide, edificata su un romitorio dei Carmelitani e ristrutturata nel 1894. Nella navatina centrale e nelle due laterali si custodiscono una originale "Madonna del Carmelo” di Domenico Di Pietro, un estroso pittore amanteano, ed altri dipinti sacri. Scendendo in contrada Rota, in mezzo alle moderne costruzioni si scorge il cascinale, che reca un'iscrizione in marmo in ricordo dell'onorevole resa di Amantea borbonica alle milizie francesi nel febbraio del 1807. Poco discosto si eleva la chiesa-coravento di San Bernardino da Siena, edificata nel 1436, sotto Renato III d'Angiò, su un preesistente conventino francescano e soppressa nel 1811 per editto murattiano. Il complesso monumentale con il ritorno dei Borboni fu riaperto, ospitando prima i Liguorini e poidi nuovo la famiglia francescana fino alla chiusura definitiva in periodo postunitario. Divenuti rettoria del clero secolare, i sacri edifici sono compresi nei beni immobili del Comune. Ora a gestirli è una comunità di frati francescani conventuali, che continuano l'antica missione di edificazione delle anime con una serie di iniziative religiose e socioculturali, non prive d impedimenti di ogni genere. Benché attraverso secoli avesse subito le ingiurie dei restauri, "S. Bernardino" costituisce un raro esempio architettura tardo-gotica, riscontrabile soprattutto nell'elegante facciata che esponeva una Croce composta di originali piatti maiolicati di gusto arabo-ispano (sec. XV), ritornati recentemente dopo essere stati restaurati dalla Sovrintendenza delle Antichità di Reggio Calabria. Ed ancora questi stilemi sono identificabili nel portico ogivale a cinque arcate e nell’ampio portale marmoreo della chiesa. Munita di finestroni d’epoca, accanto si erge la grande torre campanaria del 1700. L’interno del tempio, che è dotato dell' antico presbiterio, è a due navate irregolari, divise da archi a sesto acuto, che conservano interessanti marmi fra i quali la “Madonna col Bambino” (1505), uno dei capolavori di Antonello Gagini e la "Madonna del pane", una piccola e graziosa scultura del XIV sec. Il convento mantiene dell'antica fabbrica il chiostro ad arcate romaniche ed aragonesi, la scala litica a chiocciola della vela campanaria, vetusti locali e i resti di ingegnosi impianti idraulici. Di fianco, l'Oratorio dei nobili del 1592, dedicato all'Immacolata, conserva lo stupendo altorilievo della “Natività” di Pietro Bernini, posto sull’altare scolpito dal messinese Pietro Barbalonga; le tombe di antichi priori della confraternita nobiliare; il quattrocentesco dittico dell' "Annunciazione" di Francesco da Milano. La cappella accoglie un museo di arte sacra che custodisce anche numerosi reperti del passato. A valle si incontrano il parco della "Rimembranza" con il monumento ai caduti di tutte le guerre e il rione Calavecchia (il nome ricorda un antico approdo), borgo ottocentesco delle taverne, stazione di sosta e di ristoro per i viaggiatori in transito, che collega il centro storico con la parte nuova della città. La fascia pianeggiante rappresenta il centro socio-economico della città, che mostra i suoi palazzi neoclassici e dell'architettura floreale accanto ai moderni edifici. Al termine di corso Vittorio Emanuele II, si accede alla chiesa-convento dei Cappuccini (1646), di cui si apprezzano il campanile a cuspide, il portate barocco, gli intagli lignei della chiesa, le celle con le volte a botte del rustico cenobio. Anche questi francescani, che eventi storici sfavorevoli hanno allontanato, svolsero un'intensa azione caritativa ed evangelica. Verso sud sulla litoranea si estende la contrada "Tonnara", così denominata per un privilegio aragonese del 1446, concesso alla famiglia Gracchi per pescare e salare i tonni. Sulle prospicienti colline si susseguono le località di S. Procopio, S. Elia, S. Sospirato, S. Maria, Sant'Angelo, S. Giorgio, che testimoniano la fuga degli amanteani per sfuggire agli invasori saraceni e la conseguente nascita delle stesse borgate. Altre contrade come Colongi e Calcato attestano la dominazione romana anche con i ritrovamenti archeologici d'epoca. Segue l'incantevole lido di Coreca, che presenta luminose scogliere di marmo verde in un mare dai riflessi argentei. Sul promontorio omonimo svetta la bianca torre di guardia, eretta dagli spagnoli del 1601, che faceva parte di un articolato sistema costiero di "vedette", armate per fronteggiare l'attacco dei pirati o dei nemici, provenienti dal mare. Infine si entra nel territorio della popolosa frazione di Campora S. Giovanni, compresa fra l'Oliva e il Torbido, ai confini con la provincia di Catanzaro. Le ridenti colline e le fertili pianure sono i tratti salienti del paesaggio, punteggiato da tipici casini baronali settecenteschi ed illustrato dalla possente torre S. Giovanni (1568) ornata da mensole tufacee, nonostante sia stata inglobata in un discutibile fabbricato. Costituitasi in nucleo cittadino ai primi del novecento intorno alla stazione ferroviaria di Aiello Calabro, Campora vide nei due dopoguerra le lotte contadine contro gli agrari e subì un disastroso cannoneggiamento navale nel secondo conflitto mondiale. In seguito divenne un importante centro agricolo e commerciale in continua ascesa. In questi siti frequenti sono i ritrovamenti archeologici come dimostra l'ampia struttura di un santuario pagano del VI-V secolo a.C., rinvenuto nella campagna di Imbelli e ricco di oggetti votivi, che è stato distrutto da un evento catastrofico. Probabilmente era un "heroon" che la leggenda vuole consacrato a Polite, un compagno di Ulisse, ucciso dai temesani per avere violentato una vergine. La sua ombra, anche secondo i racconti cli Strabone e Pausania, si vendicò con tanta ferocia da costringere gli abitanti a sacrificargli ogni anno un'avvenente fanciulla fino a quando il pugile locrese Eutimo non sconfisse il "demone" dell'eroe. In questa zona e in tutto il territorio comunale un' intensa e razionale campagna di scavi, sempre promessa e mai effettuata, porterebbe ad esiti molto interessanti per la scoperta di insediamenti neolitici, di necropoli, di avanzi di ville romane nonché per l'individuazione di Temesa, una delle più importanti colonie della Magna Grecia sul Tirreno, e della vicina Lampetea, poi municipio romano con il nome di Clampetia. |
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La grotta di Roberto Musì
Parco naturale di quasi 15mila mq, ai piedi del centro storico, la Grotta è in sostanza il nome originario di questo luogo che è ubicato a ridosso di una ampia cavea dove, qualche secolo addietro, sembra desse riparo ad imbarcazioni non solamente di piccole dimensioni come ce lo rappresenta il Pacichelli nella sua arcifamosa stampa del 1701. Ritirandosi il mare, in più di duecento anni, non ha fatto altro che lasciare un ampio spazio che finì con l’essere occupato da coltivazione di ogni genere, sorta di giardino mediterraneo suggestivo e lussureggiante, come molti altri presenti nel territorio. Della Grotta anche la leggenda, e con essa la fantasia, hanno finito con l’impadronirsene perché fino a non molti anni fa si raccontava che, nientemeno dalla Torre del Castello, "un cunicolo interno metteva al mare sotto le mura della città, quando il flutto moriva in base al dirupo". Forse qualche ardito avrà pure tentato di esplorarne il presunto percorso, ma è sicuro che a nessuno è arriso il successo. Anni fa per iniziativa dell’Amministrazione Comunale vennero iniziati i lavori per farne un Parco di divertimenti, munito di un piccolo anfiteatro per rappresentazioni teatrali, di giochi per bambini e dotato di moderni servizi per tutti. (...) N.d.R. Attualmente, dopo numerosi tentativi di ristrutturazione miseramente falliti e ingenti capitali spesi, lo spazio è fruibile, anche se ancora deve essere migliorato, arredato adeguatamente e abbellito.
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Il Centro Storico
L'imbocco di Via Cavour che sa le ripida verso il cuore del centro storico è contrassegnato da un arco di sostegno sospeso tra le masse impositive delle vecchie dimore, quasi a sancire il distacco con il resto dell'abitato. A conferma della rappresentatività delle dimore patrizie nel tessuto edilizio, in angoli appartati, è facile scorgere delle cappelle private e portali su cui riecheggiano modi stilistici tardo rinascimentali e barocchi. Di rilevanza artistica sono i portali di palazzo Mirabelli (sec. XVII) e palazzo Cavallo Marincola (sec. XVII). Le stradine confluiscono in slarghi pianeggianti delimitati da case, che aderiscono alla roccia e che somigliano a raccolti cortili con lembi di giardini e piante ornamentali che danno colore all'insieme, con la ruggine dei tetti orlati da cornici degradanti di triplice ordine di tegole. Le edicole sacre sono poste a protezione dello spazio domestico e collettivo. Affidare la propria vita, i propri beni e i luoghi che si frequentano a un Santo protettore vuol dire muoversi con più fiducia in un universo che può diventare ostile. Festosi balconi ornati di piante sporgono su ricchi mensoloni di pietra per desiderio di godere il paesaggio. Ornati portali, picchiotti di orrendo aspetto come agente concreto di difesa dell'abitazione, androne con scalone a parapetto continuo o balaustrato: è questo il tipico schema composito degli ingressi a molte dimore storiche. Esempi tipici, i secenteschi palazzo Mirabelli e palazzo Florio, e il settecentesco palazzo De Martino. Le scalinate si incuneano ripide tra gli alzati delle case per superare i dislivelli del suolo. I passaggi a volta sormontati da vani, oltre che ad accrescere lo spazio abitativo, erano anche adatti alla difesa in caso di attacchi nemici
Spesso si vedono scale esterne dalle lunghe rampe con ringhiere di ferro che s'inerpicano in un audace intreccio, aiutandosi con un arco rampante che precede un passaggio a volta, mentre un arco di sostegno s'incunea tra le murature. Solo i vicoli possono consentire il passaggio in un tale addensarsi di abitazioni. E' facile scorgere in molti angoli del centro antico tetti di case ricoperti dai coppi in terracotta che si tingono d'oro al tramonto e sono sorretti dalle capriate di travi non squadrate. I piccoli slarghi animati da fontane pubbliche con scale esterne e terrazzi per godere dello spazio all'aperto ispirano un senso di quiete e intimità.
Solo in questi luoghi poteva dispiegarsi la grande cultura popolare che irretiva in una vasta trama le opere e i giorni e forniva un'epica conchiusa, dove ogni cosa stava al suo posto e l'uomo, attraverso I'apparato simbolico, tentava di dominare il mondo. In questo universo prestabilito ogni gesto configurava il compiersi di un destino. (dal depliant di promozione turistico edito dall’Amministrazione Comunale di Amantea – Tip. Angeligrafica- gennaio 1987 |
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i scuogli 'i l'Isca “Insulae Oenotrides” o Pietre Planete in Omero o Tillesi Scopuli o Scogli di Lea, on sullo sfondo il vulcano Stromboli in continua attività che gli ha valso il nome di "faro Mediterraneo", sono i nomi con cui sono stati identificati gli scogli di Isca nell'antichità. La loro esistenza è testimoniata successivamente dalla più antica fra le carte e stampe calabresi, quella del cosentino Prospero Paresi, sia nelle edizioni secentesche di derivazione maginiana, sia nel settecentesco Atlante Marittimo del Regno di Napoli, sia nel breve saggio di F. Salmojraghi del fine secolo scorso (dallo studio del prof. G. Lena dell'Università della Calabria). L'Oasi Blu di Isca è un tratto di mare prospiciente l'estremità meridionale della Catena Costiera, in provincia di Cosenza, compreso tra 1a città di Amantea con il castello, le torri e il sottostante centro storico e il paese di Belmonte Calabro, con il centro storico incastonato sulla collina e il monumento dedicato a M. Bianchi, poco più sotto.
L'area marina protetta istituita nel 1991 e
denominata "Oasi Blu
Isca" presenta la tipica flora e fauna del mediterraneo: è
facile incontrare le castagnole, le donzelle, le salpe, ecc. più
difficile 1'incontro con cernie
(simbolo dell'Oasi); splendide sono
le immagini delle margherite di mare, delle madrepore
arancione e delle praterie di posidonia.
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| L'Oasi Blu di Isca | ||||||||
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Posizionata nello specchio di mare antistante il tratto di costa compreso fra i centri urbani di Amantea e Belmonte Calabro Marino, l’oasi si estende intorno ai due scogli di Isca (che sarebbero ciò che resta di un antichissimo promontorio) su di una superficie di circa sei ettari di mare e si trova ad una distanza di circa 700÷800 metri dall’arenile. Il suo fondale, che raggiunge una profondità di oltre 20 metri, è ricco di spirografi, gorgonie, polipi, aragoste, madrepore arancioni, margherite di mare, ricci e stelle marine ed ospita numerosi tipi di pesci come: scorfani, donzelle, saraghi, occhiate e cernie. Inoltre, l’area dell'oasi risulta essere anche una zona di passaggio per i delfini e nelle sue immediate vicinanze è stato possibile osservare delle tartarughe marine. L’Oasi Blu d’Isca è un’area marina protetta istituita nel 1991 su iniziativa della sezione del WWF di Amantea. Presenta la tipica flora e fauna del mediterraneo: castagnole, donzelle, salpe, cernie (simbolo dell’oasi), splendidi gruppi di margherite di mare, madrepore arancione, praterie di posidonia. Oltre all’accentuata presenza di gabbiani e di ballerine, talvolta si possono osservare gli aironi che sostano sugli scogli. Con la costituzione dell’area protetta, il WWF, tra l’altro, si propone: § la conservazione di campioni rappresentativi di ecosistemi particolarmente rari o minacciati; § la sensibilizzazione ed educazione alla conservazione della natura; § lo sviluppo della ricerca scientifica per la conservazione, anche in rapporto allo studio delle tecniche di utilizzazione razionale delle risorse naturali.
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IL C.E.A.M. Il C.E.A.M. (Centro di Educazione Ambientale Marino) con sede in Belmonte Calabro Marino, gestito dal WWF di Amantea diffonde cultura ambientale rendendo gli ospiti protagonisti di attività di studio e di conoscenza dell’ambiente attraverso materiali didattici e visite guidate svolte sotto la guida ed il controllo di personale volontario qualificato. I fondi provenienti dalle quote di ingresso e dalle donazioni sono utilizzati per far fronte alle spese di gestione dell’Oasi e contribuiscono a salvare, migliorare e tutelare un tassello importante del patrimonio Italiano.
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Lo Scoglio di Isca
Si intravede emergere dall’acqua e la
sua vista illumina il tuo volto. E’ lì da sempre, a dire a tutti quelli che ritornano, dopo breve o lunga assenza, che si è giunti a casa. I vecchi dicono che quelli che vanno via ritorneranno, anche dopo aver trovato “la fortuna”, perché non si può resistere al richiamo dello scoglio. E’ la casa, la mamma, la terra di ognuno. Il paese puoi trovarlo diverso: più case, più gente, più traffico. La gente puoi trovarla diversa: più furba, più amara, più assente. Ma lo scoglio è sempre lì, immobile, sicuro, forte. Lo hai raggiunto con la barca da bambino e, più grande, hai sfidato la distanza anche a nuoto. Ci hai pescato, lo hai scalato, hai vinto su di lui. D’inverno, quando il mare arrabbiato lo infrange, coperto di bianca schiuma sembra scomparire. Ma è sempre lì, forte, immobile. Ogni volta che torni, ti ruba un sorriso, lo porti con te ogni volta che parti. Sei sicuro di trovarlo. Chi potrebbe spostarlo? Chi potrebbe scalfirlo? Subisce da sempre la gara con gli anni. Lo indicherai anche a tuo figlio e quando lo porterai gli racconterai di quella volta che… Neanche tu ti sei accorto che le onde, il vento e le conchiglie morte lo stanno mutando. Fortunata Morelli
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per vedere il filmato |
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IN RICORDO DI TINA MORELLI |
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Come se all’improvviso lo scoglio dell’Isca fosse stato inghiottito dai flutti del mare, lasciandoci increduli e sbigottiti, così, nell’incerta alba del due novembre, Tina Morelli, stroncata da un fato crudele, ci ha improvvisamente lasciati affranti e addolorati, coscienti di un grande vuoto che nessuno potrà colmare. Professionista stimata, competente e disponibile, aperta ad ogni forma di collaborazione sociale, sarà sempre ricordata per la sua allegria, la sua spontaneità, il suo altruismo. Proprio qualche giorno prima della sua immatura morte, avendo preso conoscenza del progetto della A.A.M., si era detta disponibile a collaborare, nonostante i suoi numerosi impegni, perchè anch’essa avvertiva il bisogno di stendere un ponte tra la nostra città e quanti ne sono lontani e soffrono la nostalgia della terra natia nella quale tutti sperano, un giorno, di ritornare, e di rivedere stagliato su un orizzonte rosso fuoco lo scoglio dell’Isca “che ti ruba un sorriso” e che ti dà il benvenuto. Cara dottoressa, anche dopo la tua scomparsa il “tuo” scoglio “rimarrà lì, immobile, sicuro e forte”. Nasceranno nuove case, ci sarà più traffico e la gente … … La gente sarà probabilmente “più furba, più amara, più assente” anche perché Tu non ci sei più… (Pino Del Pizzo)
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Campora San Giovanni |
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Oltre all'agricoltura, al commercio e al turismo, un'altra attività potrebbe esserne ben più apprezzabile, celata sotto il suo territorio, ove si pensi ad alcuni accidentali ritrovamenti archeologici di manufatti litici, ceramici, bronzei e reperti di ossidiana. Proprio nelle contrade Imbelli, Cuccuvaja, Principessa e nell’agro di Campora, sono state trovate tracce di insediamenti umani risalenti al neolitico e al periodo magnogreco e romano. Si potrebbe parlare, a questo punto, di Campora come di una "potenziale zona archeologica per i numerosi reperti di remote civiltà che, venuti alla luce solo per caso negli ultimi anni, con la recente scoperta di numerose tombe hanno attirato l’attenzione delle autorità scientifiche nazionali quale quelli della sovrintendenza ai Beni Archeologici competente per territorio e di alcune Università.
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Una vera miniera... archeologica |
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Una frequentazione umana millenaria e vicende storiche che hanno posto a contatto gli abitanti di questa area costiera tirrenica con le più diverse civiltà del bacino del Mediterraneo hanno lasciato sul territorio uno sterminato patrimonio di beni archeologici che connota con tracce indelebili il paesaggio agrario e urbano. Recenti indagini sul territorio hanno portato alla scoperta di siti di interesse preistorico e protostorico nella frazione di Campora S.Giovanni, nella località di Imbelli e sulla riva destra del torrente Torbido; sui versanti acclivi di Cozzo Piano Grande, nel territorio di Serra d'Aiello, nell'area di Cleto e Savuto.
Tombe a tholos con banchine scavate nei teneri banchi di roccia arenacea testimoniano di influenze micenee nell'architettura funeraria tra media e tarda età del bronzo; altre tombe a grotticella artificiale stanno a dimostrare un'occupazione del sito nell'età del ferro. Ma le ultime campagne di ricognizione e ritrovamenti fortuiti hanno permesso di documentare lo stanziamento di coloni greci nella zona di Campora S. Giovanni sin dal VI secolo a.C.. Da una necropoli sita in vicinanza del mare provengono, infatti, numerosi reperti pertinenti a tale periodo. Basta qui ricordare, tra i tanti, numerose lekythoi, vasi funerari collocati all'interno della tomba o nelle immediate vicinanze di essa; alcuni aryballoi, vasetti globulari per unguenti; degli scamnoi vasi di grande dimensione atti a contenerne altri più piccoli ed una grande varietà di materiali attinenti alla sfera della coroplastica, quali colombe e tartarughe fittili, e una protome femminile di divinità, nella quale si può forse scorgere la figura di Demeter alla quale potrebbe essere dedicato il santuario la cui stipe votiva, che ha restituito materiali di età arcaica, hanno messo in luce recenti scavi, sempre in località Imbelli che si và rilevando come un sito di grande rilievo archeologico. Queste recenti scoperte confermano il nostro legame con la grande civiltà greca, con l'ideologia religiosa e funeraria degli ellenici, con i loro modelli culturali e la concezione del mito che, fondando e garantendo la realtà in cui l’uomo opera e influenzando nelle sue strutture profonde ed inconsce il comportamento e l’agire delle nostre genti, plasma in un orizzonte culturale e rituale movenze e bisogni umani insopprimibili. Noi calabresi accogliamo con profonda gratitudine e commozione questa eredità di cui la cultura greca ha fatto dono: in essa affondano le nostre radici: da essa germogliano i semi della ragione; da essa sgorgano le sorgenti perenni del nostro immaginario; l'erba tenera del nostro pensiero maturo si stende nei campi d'asfodelo delle scene figurate dei vasi ed il vento che viene dal respiro del mare pre-cosmico ci porta le voci delle creature del mito.
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Il Cimitero ALL’OMBRA DEI CIPRESSI
“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
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Pino Del Pizzo
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