AMANTEA                              05-01-12

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Se si escludono le diverse feste a carattere religioso che si svolgono nel corso dell’anno, la “fiera dei morti” è senza dubbio la manifestazione più seguita e sentita ad Amantea (e dintorni).
Essa, inoltre, fa sicuramente parte delle tradizioni locali più antiche e longeve ed affonda le sue solide radici in un passato che risale ad almeno tre secoli fa.
Per tutti questi motivi, abbiamo raccolto in questa pagina diversi “contributi” che (speriamo) potranno farvi assaporare a pieno la storia, la tradizione ed il folklore di questa manifestazione.
Purtroppo non disponiamo di immagini “d’epoca” e, quindi, per adesso dovrete accontentarvi di quelle di alcune fotografie realizzate nel corso delle edizioni della fiera di questi ultimi anni.

Pino Del Pizzo

 
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Storia della Fiera di Amantea

Cenni Storici

Uno sguardo al passato: la grande fiera

La Fiera dal passato al futuro

Storia e futuro di una fiera

C'era una volta la fiera

Ricordando Peppe Colla

'A fera 'i l'animali

Che fine ha fatto la fiera?

 

approfondita ed esaustiva ricerca storica di Roberto Musì

LA FIERA DI AMANTEA

Renato d'AngiòE’ abbastanza risaputo che la "Fiera di Amantea" ha origini davvero antiche perché un documento di re Ludovico III° d’Angiò ( 1433) fissa, per la piccola ma dinamica cittadina tirrenica, una data importante per le sue attività commerciali.

Questo re angioino, penultimo di una dinastìa ormai al tramonto, e che come sappiamo morì a Cosenza, si preoccupa, in uno dei momenti difficili del regno che, vivente ancora la temperamentosa sua zia Giovanna II°, ha bisogno di consensi e di crediti dai suoi sudditi. E, come tutti i re, ricorre a quel particolare tipo di elargizioni che sono i cosiddetti Privilegi. Quello di Amantea è in effetti un Privilegio che, nell’inglobare altri precedenti, non fa che riconoscere tutta una serie di esenzioni, franchigie ed immunità fiscali.

E così trovandosi in Monteleone (l’attuale Vibo Valentia), in data 17 agosto 1433 emana questa specie di decreto (oggi per molti versi illeggibile) dove si riconosce la legittimità di un mercato domenicale fisso, da tenersi in località S. Maria del Fossato, che oggi probabilmente è da identificarsi col quartiere Piazza.

In sostanza questo decreto parla di "nundinae" che è sicuramente, come lo definivano i Romani, un mercato settimanale come tempo, luogo di affari in cui i contadini venivano in città a vendere e comprare, ma può anche essere inteso come fiera di animali e di merci, da tenersi in un particolare periodo dell’anno. Ludovico si limita, in verità, alla semplice concessione di un mercato domenicale libero da gabelle, mentre a far sì che il mercato domenicale si trasformi in una fiera lo farà il fratello Renato I° d’Angiò nel 1439 con un altro Privilegio del 5 settembre di quell’anno.

Amantea era da sempre considerato centro di traffici e di scambi commerciali, non solo per i villaggi del suo vasto comprensorio, ma addirittura con molti paesi del Regno. Quando agli angioini si sostituirono gli Aragonesi, a dire il vero, questo ricambio non mortificò questo genere di attività, anzi possiamo dire che si moltiplicò. Alfonso I° d’Aragona , essendosi gli Alfonso I°amanteani schierati subito dalla sua parte, convalidò ed accrebbe nel 1442, nel 1443 e nel 1445 una serie di franchigie e di esenzioni da tasse sulle merci che in quella città si mettevano in vendita, mentre nello stesso tempo si impegnava che non avrebbe mai infeudato, venduto o dato in pegno (come si diceva allora) la loro città. In epoca aragonese dunque è noto come vengono incrementati il commercio e gli affari in molti centri del meridione. Sorgono e si sviluppano addirittura centri fieristici veri e propri come Salerno, Catanzaro, Messina dove gli amanteani vi accorrono numerosi dando vita ad un lucroso scambio di merci delle più disparate. Per esempio di "mercanti regnicoli" che si recano nelle fiere del salernitano o in agro campano in genere, si conoscono i nomi di 23 mercanti di provenienza amanteana, come si deduce di alcune tabelle studiate dallo storico Alberto Grohmann, in un suo interessantissimo studio sulle fiere del regno di Napoli in epoca aragonese. Ne riportiamo qualche nome: Antonio Mirabelli, Francesco de Joele, Gugliemo Rizzo, Nicolò di Lauro, giusto per rimanere a cognomi di conosciute famiglie del posto.

Ma il Privilegio che, per antonomasia, sancisce una serie di grazie, esenzioni e franchigie è quello conosciuto come Privilegio dell’imperatore Carlo V° del 28 febbraio 1517 la cui novità è costituita dall’istituzione di una fiera da tenersi nel mese di giugno, per la durata di 10 giorni nella seconda metà del mese stesso, nella solita località già nominata nei precedenti Privilegi, che è S.Maria del Fossato.A conferma di questo importante Privilegio, dalla città dell’Aquila, è questa volta il Viceré di Napoli in carica, Filiberto Chalon principe d’Orange che con un altro Privilegio del 3 gennaio 1529 sancisce ulteriori immunità ed esenzioni fiscali alla città. Tutto ciò comunque fu voluto dall’imperatore in persona perché Amantea si era distinta nel respingere le truppe francesi del Lautrec nel suo insipiente tentativo di impadronirsi del regno, a conclusione della guerra tra spagnoli e francesi che aveva funestato anche le nostre contrade.

Nel Privilegio dello Chalon è detto precisamente " confermarsi l’esercizio del mercato domenicale nel mese di giugno" e poiché la redazione dell’atto in latino dice "nundinae", bisogna leggersi fiera. Mastrogiurato della città venne eletto, non a caso, quel Gomez del Sol ( o come lo chiama, italianizzandolo, Giuseppe d’Amato, Gomesio Solisio), che era stato uno dei condottieri che aveva respinto con successo, proprio i francesi del Lautrec sotto le mura del castello, inseguendoli con un forte nerbo di cavalieri della nobiltà amanteana, fino a Cosenza.

carlo V°Documenti ufficiali che ci parlano della continuità della nostra Fiera, da quei Privilegi, uno imperiale e l’altro viceregnale, a tutt’oggi non ne conosciamo. Se sia, poi la Fiera, continuata e quali caratteristiche avesse assunto nel tempo non sappiamo anche se siamo portati a credere che sia rimasta quell’importante momento di grande impatto sociale ed economico per una comunità come quella amanteana che sul commercio vi ha come saldato una sorta di anima identitaria. Qualche secolo dopo, nel 1729, troviamo in un atto rogato dal notaio Saverio Ferraro che il periodo della fiera viene spostato da giugno a luglio e poi, qualche anno dopo, nel 1755, lo stesso notaio Ferraro scrive di un ulteriore spostamento ad ottobre (dall’1 al 10) della stessa fiera. Due momenti dunque che dicono le ragioni "del concentrarsi delle fiere nel periodo estivo o autunnale, dopo la raccolta del grano e l’immagazinamento dei prodotti dei campi", come ha detto finemente l’amico Enzo Fera in una sua recente pubblicazione.

Una cosa assai interessante la troviamo in un atto di un altro notaio amanteano, Carlo Salvadore che ci descrive addirittura la cerimonia d’apertura della fiera, come si desume dal sunto che di questo atto, datato 1 ottobre 1790, ne fa la signora Susanna Miceli curatrice di quell’intero "corpus" notarile. "In virtù del privilegio concesso dall’imperatore Carlo V°, gli illustrissimi don Donato Buono regio governatore e giudice di Amantea, don Giuseppe Amato sindaco dei nobili, don Raffaele Meliarca sindaco del ceto civile e del popolo, nonché don Francesco Saverio di Lauro primo eletto e mastrogiurato del ceto civile danno inizio alla cerimonia d’apertura della grande fiera nella città di Amantea, durante la quale don Donato Buono consegna il bastone e la bandiera della fiera al mastrogiurato don Saverio di Lauro, al quale spetta per 10 giorni, ossia per la durata della fiera, la giurisdizione della cause civili e criminali; il mastrogiurato giura e promette sopra i quattro Evangeli le norme stabilite nel Privilegio di Carlo V° e di restituire la bandiera ed il bastone, simboli del comando, allo scadere dei 10 giorni" .

Per vedere qualche significativo cambiamento che questa ormai importante manifestazione agricolo-commerciale è andata assumendo nel tempo, dobbiamo attendere l’epoca borbonica, quando Ferdinando I° re delle Due Sicilie, con suo decreto reale del 28 novembre 1821, n.148, ne sposta la sede da "località S. Maria del Fossato" (leggi " a Chiazza") a "Largo Cappuccini", cioè a dire nella parte bassa della cittadina che, proprio in questo periodo diventa un luogo dove una prima iniziale espansione urbana consente una maggiore concentrazione di uomini e di merci.

Nel decreto è detto anche lo spostamento di data della stessa che passa " dalla seconda alla terza domenica di ottobre, per la durata di 8 giorni", scrive ancora Fera.

Filiberto ChalonUn economista locale in una sua statistica sull’industria e l’agricoltura di Amantea, come Luigi di Lauro, così di esprime: "Una grande fiera si celebra nel luogo piano detto Li Cappuccini che dura dalla metà alla fine di ottobre. I mercanti di Nicastro, Cosenza, Paola, ed Amantea istessa, vi concorrono a vendere castori, seterie, e simili tessuti; ed essa è tale, che ben può dirsi non inferiore alle altre grandi fiere che si celebrano nelle diverse città del Regno".

ferdinando IV°Dopo l’unità d’Italia realizzata nel 1860, la città di Amantea, inserita nel grande processo unitario del Paese, conosce un certo sviluppo commerciale ed urbanistico e l’area che più ne risente, fino a diventare un vero e proprio polo urbano di una certa rivelanza economica, è il quartiere detto "a Taverna", non a caso, poco tempo dopo nomata "piazza Commercio". E’ proprio lungo questo asse urbano "Taverna- Capuccini" si svilupperà il vero spazio fieristico, almeno fino a tutto il ‘900.

 Ad inizio ‘900 la tradizionale Fiera, sempre più cresciuta per i molti prodotti che offre, conosce ancora qualche altra modifica come quella di un ulteriore spostamento di data, cioè dal 27 ottobre al 2 novembre, dal quale le proviene il titolo, rimasto fino a tutt’oggi definitivo, di Fiera d’Ognissanti o dei Morti.

"Se si esclude la durata, che nel corso dei secoli si è sempre ridotta per mutate esigenze di compravendita, la fisionomia della fiera di Amantea - ha scritto qualche tempo fa Vincenzo Segreti storico e profondo conoscitore delle nostre tradizioni - mantiene tuttora la suddivisione in settore zootecnico e in quello merceologico. Ma, mentre la fiera degli animali, un tempo molto redditizia soprattutto per i proprietari terrieri, oggi è in via di estinzione per la crisi dell’agricoltura e degli allevamenti locali, per la mancanza di un foro boario igienicamente valido, la vendita dei manufatti ha subito notevoli cambiamenti con il progredire della civiltà. Non è più fiera di rifornimento e di baratto delle merci, ma un grande mercato domenicale, dove si vendono in prevalenza tessuti e confezioni".

 

Roberto MUSI’

 

Documenti

17 agosto 1433 : Privilegio di Re Ludovico III° d’Angiò dato in Monteleone (oggi Vibo V.) (Concessione di un mercato "franco" domenicale da tenersi in località "S.Maria del Fossato" [ attuale " a Chiazza" ])

5 settembre 1439 : Privilegio di Re Renato I° d’Angiò detto il Buono dato a Capua (CE) (Conferma del precedente con ulteriori concessioni di immunità fiscali)

28 febbraio 1517(?): Privilegio di Carlo V° dato in Napoli (Istituzione di una fiera cittadina da tenersi nel mese di giugno nella località di "S.Maria del Fossato" e riconoscimenti di precedenti esenzioni fiscali. Per fiera s’intende commerciale ed animale)

3 gennaio 1529 : Privilegio di Filiberto Chalon principe d’Orange e Viceré di Napoli dato nella città dell’Aquila (Riconferma piena del Privilegio dell’imperatore Carlo V° alla città di Amantea perché fedelissima alla sua persona e riconoscimento di altri immunità ed esenzioni fiscali )

1729 : Atto del notaio Saverio Ferraro di Amantea (Archivio di Stato - CS) (La fiera viene spostata dal 27 giugno al 6 luglio da tenersi sempre nella solita Località di S. Maria del Fossato)

1755 : Atto del notaio Saverio Ferraro di Amantea (Archivio di Stato - CS) (La fiera viene spostata da luglio (6) a d ottobre ( dall’1 al 10) sempre nella solita località)

1 ottobre 1790 : Atto del notaio Carlo Salvadore di Amantea (Archivio di Stato – CS) (Descrizione della cerimonia d’apertura della fiera il 1° ottobre)

28 novembre 1821 : Decreto Reale di Re Ferdinando I° di Borbone Re delle Due Sicilie dato in Napoli (Spostamento della spazio fieristico da località S. Maria del Fossato a "Largo Cappuccini [attuale Piazza Cappuccini, ma verosimilmente sull’asse viario Piazza Commercio – Piazza Cappuccini] )

Primi decenni del ‘900: la fiera viene fissata dal 27 ottobre al 2 novembre e assume il titolo di Fiera d’Ognissanti o Fiera dei Morti

Bibliografia

Testi

Joseph de Amato, De Amanthea… laconismus, ME, 1701

Luigi Di Lauro, Cenni statistici sull’agricoltura, l’industria ed il commercio della città di Amantea, NA, 1856

Alberto Grohmann. Le fiere del regno di Napoli in età aragonese, NA, 1969

Oreste Dito, La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria,CS, 1979 [rist.an.]

Susanna Miceli, Amantea sul finire del Settecento, Mendicino(CS), 1996

Enzo Fera, Amantea – La terra – Gli uomini – I saperi , CS, 2000

Gabriele Turchi, Storia di Amantea, CS, 2002 ( 2° edizione)

Articoli – Saggi

Giovanbattista Moscati, Amantea, ragguagli storici, in: "Rivista Storica Calabrese" (RC) – fascicoli XIX-XXIV – 1895

Vincenzo Segreti, La fiera di Amantea, in: "La vetrina" (Amantea) – a.I°, n.8, novembre 1989

Vincenzo Segreti, Breve storia economica e sociale di Amantea, in: "Annali della S.M.S. "G.Mameli" di Amantea" – 1985-86

Vincenzo Segreti, La fiera di Amantea, in: "Calabria Letteraria", a. XLII, Nn. 10-11-12 (1994)

 Interviste raccolte da Massimo Restuccia, Foglio volante distribuito a mano – ottobre 1999

Massimo Restuccia, Fiera di Ottobre, Foglio volante distribuito a mano – ottobre 1999

Speciale " Fiera di Amantea" a cura di Ernesto Pastore, in: "Il Quotidiano" (CS), Sabato 2 novembre 2002

Sergio Chiatto, La grande Fiera d’ottobre, depliant – ottobre 2006

 

La Fiera
Cenni storici

 

L’evento fieristico, se escludiamo le grandi fiere francesi (Champagne, Lione, ecc.), non ha mai goduto di particolare considerazione da parte degli storici.

Nel merito, l’istituto della fiera in Italia, già diffuso nel IX e nel X secolo lungo la costa adriatica fino alla Puglia, fu considerato marginale o non fu considerato affatto, nonostante la presenza di mercanti stranieri e, quindi, scarsi sono i dati da poter elaborare, nell’ambito dei movimenti economici dell’Italia meridionale, sia sotto l’aspetto economico che sotto quello giuridico.

A ciò si deve aggiungere la strenua resistenza delle corporazioni mercantili locali che in difesa delle loro prerogative commerciali, fecero di tutto per impedire la nascita ed il diffondersi delle fiere.

Nel Meridione, in cui si poteva utilizzare solo la via marittima, peraltro molto rischiosa a causa del fenomeno della pirateria, poiché insufficienti erano le comunicazioni interne, sarà l’oppressione feudale e la sua atavica arretratezza economica la causa principale del mancato sviluppo fieristico e bisognerà attendere ancora, prima che esso diventi un’area mercantile qualificata che vedrà la presenza di commercianti provenienti dalle altre regioni d’Italia ed anche stranieri, attenti soprattutto all’acquisto delle produzioni locali, come le granaglie, la lana e la seta (si pensi ai tessuti di raso, ai damaschi ed ai velluti di Catanzaro).

Ciò è dovuto principalmente alla presenza, nel Meridione, degli Aragonesi, che con Alfonso il Magnanimo perseguirono – o cercarono di perseguire – quella politica favorevole agli scambi commerciali, già iniziata con gli Angioini, agevolando il fenomeno fieristico con la concessione di esenzioni fiscali e privilegi, ad appannaggio, questi, delle ricche ed influenti comunità ebraiche, nelle cui mani era accentrata tutta l’attività commerciale del Regno.

“Il Magnanimo”, scrive Alberto Grohmann, “concesse numerose fiere e mercati a località della Calabria; l’intento dovè essere duplice: creare un’unità economica all’interno del Regno, che sarebbe stato il substrato fondamentale per un’unità politica, ed assicurarsi la fedeltà di quei centri che rivestivano importanza strategica in quel teatro di continue lotte tra il potere centrale ed i baroni che fu la Calabria”. [1]

Della fiera di Amantea si trova origine in un privilegio del 1507 concesso da Carlo V e di essa si hanno ancora notizie in un altro privilegio del 31 gennaio 1529 di Filiberto Chalon, principe d’Orange, vicere di Napoli, regnante lo stesso Carlo V, con il quale al astrogiurato venivano imposte alcune regole circa la conduzione della fiera, in modo particolare per quanto riguarda l’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia. [2]

La data di svolgimento dell’evento fieristico con il tempo è andata sempre mutando, così come lo spazio in cui esso veniva fisicamente collocato, per cui, mentre oggi ha luogo dal 27 ottobre al 2 novembre lungo le arterie principali della città, sotto la denominazione di Fiera dei Morti o di Ognissanti, nel 1729 iniziava il 27 giugno ed aveva la durata di dieci giorni, per essere poi spostata dall’1 al 10 ottobre nel 1755.

Dal luogo originario detto del Fossato, adiacente alle mura difensive della città, nel 1821, per le mutate condizioni urbanistiche, passò al Largo dei Cappuccini, avendo una durata di otto giorni, dalla seconda alla terza domenica di ottobre.

Si tratta di una fiera commerciale alla quale partecipano numerosi operatori del settore, provenienti da tutta la Calabria e da altre aree del Mezzogiorno, che espongono e vendono le merci più disparate: prodotti agroalimentari, realizzazioni dell’artigianato calabrese, italiano e straniero, dolciumi, biancheria, casalinghi, abbigliamento, pelletteria, calzature, ceramiche, bigiotteria, giocattoli.

Il tutto in un contesto che rappresenta un ponte ideale fra il modello tradizionale del rapporto fra il venditore e l’acquirente ed i freddi centri commerciali che si ispirano al modello nordamericano.

Nel primo, si tende a far rivivere uno scorcio del passato, nel secondo, perfetto ed efficiente, l’aspetto umano è del tutto trascurato, passando in secondo piano.

Ma al di là dello scambio commerciale, la fiera è soprattutto una festa che appartiene alla memoria storica di una intera comunità: desiderata ed attesa per un intero anno, momento di partecipazione, occasione che veicola una funzione di socialità, in cui si riscopre l’atmosfera della partecipazione.

“Il tempo della fiera”, scrive Enzo Fera, “non appartiene solo all’ambito economico e commerciale, ma è anche tempo festivo. Il tempo dell’uniformità e della ripetitività quotidiana, scandito dai consueti ritmi, viene dissolto e ci si apre ad una condizione fuori dalla storia, nella quale si manifesta una pienezza di vita non repressa, in cui la coscienza si dilata e coglie i significati più autentici della vita”. [3]

Antonio Furgiuele

[1]   A. Grohmann, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, Napoli, 1969, pag. 187;

[2]   in proposito sono state consultate le seguenti opere: V. Segreti, La fiera di Amantea, in Calabria Letteraria, anno XLII, n. 10-11-12, ottobre, novembre, dicembre, 1994, pagg. 59-62; G. Turchi, Storia di Amantea (dalle origini alla fine del secolo XIX), Cosenza, 2002, pag.156;

[3]   E. Fera, Amantea la terra gli uomini i saperi, Cosenza, 2000, pag. 151

 

 

La grande fiera

di Sergio Chiatto

E di ottobre e sono già evidenti i segni autunnali. I colori ormai forti di un caduco fogliame vestono i gelsi, i fichi e le poche viti che punteggiano qua e la le rare lingue di terra fertile poste tutt'intorno alla città e le pendici delle colline che le fanno da corona. A monte, le masserie della "Fiumara" con gli orti ed i giardini che urge ormai proteggere con le solite "palizzate". ed il fiume già impetuoso a causa delle prime, abbondanti piogge. In sommità. maestoso come sempre, e paterno quasi, il castello, teatro di gesta eroiche e di atrocità, eletto a simbolo della demanialità amanteana.

Sulla spiaggia, a ridosso dell'attracco delle imbarcazioni provenienti dai paesi vicini per l'avvenimento e, taluna, ritardataria, da Salerno ancora, carica di merci, un brulicare di attività, un vocio ininterrotto di ciurme e di semplici curiosi attorno ai "Regi fundachieri" intenti a pesare con la "statela", a misurare col solito "tumolo zeccato di Napoli", a vagliare e ad avanzare pretese, assistiti da soldati e fucilieri.

Le poche taverne del posto gia traboccano di ospiti.

E' un momento importante e gioioso per gli amanteoti. Uno di quei rari frangenti in cui ci si può permettere di non dover temere per la propria incolumità.

Appena l'anno prima, nell'ambito del guerreggiare tra francesi e spagnuoli, ci si era dovuti difendere - con successo, vivaddio ! - dagli attacchi dell'esercito di Simone Tebaldi, seguace del Lautrec.

Ogni "ostacolo", ivi compresi alberi e case, insistente nei pressi delle mura della città era stato rimosso in tutta fretta, per avere una visione completa del campo di battaglia e per non fornire al nemico appigli di sorta.

Ma l'occasione, benché dolorosa, benché tristemente evocatrice dell'assedio angioino del quale non si smetteva di tramandare il brutale epilogo, aveva dato modo agli amanteoti di ribadire al proprio sovrano devozione e fedeltà. E la ricompensa, una volta compiutasi la riconquista spagnola, non si era fatta attendere. Difatti, Carlo V, che già tanta generosità aveva mostrato, dieci anni prima, nei confronti della "fedelissima (sua) citta di Amanthea", non aveva esitato a concederle altri favori.

Tra questi, venendo incontro ad una pressante richiesta della cittadinanza, l'istituzione di una fiera : con provvedimento emanato nella città de L'Aquila nel dì 31 gennaio del "corrente anno 1529, firmato da Filiberto di Chalon, Principe d'Orange.

E' il primo di ottobre e finalmente si può porre ad effetto l'agognata concessione.

Stamani, di buon ora, le campane delle chiese della città hanno suonato a distesa e dal castello sono rintronati cupi, ma non minacciosi per una volta, i colpi del cannone per annunciare l’avvenimento. Eccezionalmente, perché questi fragori solitamente segnano le feste comandate del Santo Natale, della Pasqua di Resurrezione e del Corpus Domini.

Presso il "Fossato", appena fuori delle mura, nelle vicinanze della porta urbica detta di "Paraporto" e dell'omonimo ponte, ove già si tiene il mercato domenicale per antica concessione, sono convenute le autorità cittadine, i reverendissimi parroci, i confratelli delle scholae del posto vestiti secondo le antiche usanze, i reverendissimi padri guardiani dei conventi, i chierici beneficiati dei munifici altari di patronato laico appartenenti alle famiglie più cospicue di Amantea.

Tutti, nobili patrizi, onorati e popolani, vestiti festa, sono accorsi, anche dai "Casali" convicini, per assistere all'apertura delle contrattazioni, che si protrarranno per dieci giorni da oggi.

Il Regio Governatore ha consegnato al Mastrogiurato, appartenente anch'egli ad una delle famiglie più in vista della città, il bastone simbolo del comando e la fiammante bandiera della fiera riccamente ricamata, "con l'armi di S.M. (D.G.) da una parte e di questa fedelissima città dall'altra", che subito e stata issata su di un alto pennone fra il rullare dei tamburi e le grida di gioia degli astanti.

 Il Mastrogiurato avrà davvero un bel da fare !

Tutore dell'ordine pubblico per tutto l'anno, egli vigilerà sul buon andamento della fiera, sulla quale eserciterà pieni poteri compreso quello di amministrare giustizia, per tutta la sua durata. Poi renderà conto del suo operato e incasserà il previsto compenso.

Ci si aspetta un risveglio economico della città attraverso un allargamento dello scambio di merci, molte delle quali incettate per l'occasione nella famosa fiera di San Matteo in Salerno appena conclusasi.

Teleria di lino, seta (lavorata e non : Amantea, con Paola e Fiumefreddo, si avvia ad essere uno dei centri maggiori di produzione e smercio in Calabria Citeriore), botti e barili. cuoiame, terrecotte, pentole e padelle. E, poi.. fichi secchi, vino, lardo, baccalà, tonnina, alici ed altre derrate, fresche e conservate. E copricapo delle più strane norme, attrezzi per la coltivazione dei campi, animali di varia età, foggia e destinazione. Sono queste (e tante altre ancora) le mercanzie che prezzolati banditori, gareggiando fra di loro, pongono all'attenzione degli avventori per decantarne i pregi e la convenienza dell'acquisto. Sergio Chiatto

Né mancano i beni voluttuari, destinati, però, ai fini palati dei clienti più facoltosi.

Ma altri personaggi, altri suoni oltre quelli dei "gridatori", dominano la scena.

Un religioso con l'immancabile cassetta per la questua; storpi lamentosi intenti a chiedere l'elemosina. Bambini attratti da bestie ammaestrate e da prestigiatori. Servitori in livrea e soldati. Cantastorie. Giocatori di dadi in perenne disaccordo. Strilli di bimbi e versi di animali. Quanta animazione!

Sergio Chiatto

 

A PROPOSITO DI "MASTROGIURATO"

Dal 2006 l'apertura ufficiale della Fiera viene celebrata con l'insediamento ufficiale del "Mastrogiurato".
L'iniziativa ormai giunta alla sua sesta edizione, è ancora lacunosa e, non essendo aderente alla ricostruzione storica dell'evento, si riduce soltanto a mero folklore e ad una spesa non ammortizzabile negli anni.
 
L'Associazione degli Amanteani nel Mondo, a partire dalla prossima edizione, si propone di dare suggerimenti e a fornire tutto il supporto collaborativo perché l'evento, da istituzionalizzare, possa ottenere il coinvolgimento e la partecipazione della cittadinanza.

Il Sindaco Tonnara e i sindaci dei paesi del comprensorio L'Assessore Pasquale Ruggiero legge la formula di apertura della fiera

La Fiera
dal passato al futuro

“… il mastrogiurato, alla presenza dei due sindaci dei nobili e di quello del popolo, riceve dal governatore il bastone, emblema di comando, e la bandiera della fiera, recante lo stemma di Carlo V e delle città”

Con questa suggestiva cerimonia, i cui valori storici e simbolici andrebbero riproposti, veniva ufficialmente aperta ed inaugurata la “Fiera di Amantea” che, come si legge nell’atto del 1729, redatto dal Notaio Saverio Ferraro, iniziava il 27 giugno e terminava il 6 luglio.

Solo a partire dall’inizio del ’900, la manifestazione “trovò una definitiva sistemazione dal 27 ottobre al 2 novembre, acquisendo la denominazione di “fiera dei morti” o di “tutti i Santi”, per il variare delle esigenze di compravendita e la suddivisione dei settori zootecnico e merceologico”.

Venuta meno la fiera degli animali e “cessate le necessità del rifornimento annuale di generi di consumo”, la Fiera si è lentamente, ma inesorabilmente, trasformata in un grande mercato.

“Eppure quest’ultimo riesce ad evocare atmosfere del passato con l’esposizione di recipienti di vimini e di paglia, di ceramica, di oggetti in rame ed in ferro battuto, non più utensili da lavoro, ma elementi ornamentali.

Gli antichi sapori rivivono nei “mostaccioli” confezionati con miele e farina, nei panini ripieni di “spezzatino” o di salsiccia arrostita con rape o di baccalà fritto, nelle croccanti caldarroste, graditi ai visitatori della fiera.

Se apprezzabile è il giro d’affari, piuttosto è carente l’aspetto antropologico di quest’evento.

Si è smarrito il senso dell’ospitalità nei confronti dei “ferari” che una volta venivano alloggiati in apposite baracche o accolti nelle case; si è affievolita l’umana solidarietà per i mendicanti, presenti ancora nei giorni della fiera.

Tuttavia rimane vivo lo spirito della festa, che rompe con la monotonia della quotidianità, stabilendo fra i cittadini rapporti più amichevoli attraverso l’usanza dello scambio dei doni e agevolando nuove conoscenze”.

Libera riduzione dell’articolo “Storia e futuro di una fiera”
di
Vincenzo Segreti
pubblicato su “Il domani” mercoledì 30 ottobre 2002.

 

Storia e futuro di una Fiera

Il grande mercato di Amantea resiste dal feudalesimo. Ma è necessario un salto di qualità

di Vincenzo Segreti

Come tutte le fiere del Mezzogiorno, quella di Amantea nacque in un clima di evoluzione dell’economia feudale verso forme più avanzate, miranti ad ampliare le attività commerciali e a consentire alle popolazioni, specie del contado, di approvvigionarsi annualmente di una vasta gamma di prodotti, anche mediante il baratto. I governi angioini, aragonesi, spagnoli e borbonici potenziarono le fiere con la conces­sione di esenzioni fiscali, privilegi nelle città interessate tanto che le fiere stesse divennero uno dei cardini della politica economica del Regno di Napoli, che rivolta ad esclusivo vantaggio delle classi dominanti, non risollevava la miseria e l’arretratezza del popolo.

Le origini

Noto centro marinaro e commerciale, sin dai tempi di Federico II di Svevia, Amantea ha sempre intrattenuto rapporti e traffici con Messina, le Eolie, Salerno, Amalfi e Napoli. Le intense attività mercantili, sostenute dai ricchi mercanti Ebrei, indussero Ludovico II d’Angiò a concedere, con decreto del 17 agosto 1432, l’istituzione di un mer­cato domenicale “franco” da tenersi, sotto il controllo dei Portolani e dei Regi Secreti, magistrati e cittadini, in contrada Santa Maria del Fossato.

Per quanto riguarda la fiera, la prova in­diretta della preesistenza del mercato annuale, è un privilegio di Filiberto Chalon, Viceré di Napoli, datato l’Aquila 31 gennaio 1529. Tale privilegio, in nome di Carlo V, riconferma al mastrogiurato il governo della città e della fiera di giugno. Da un atto del 1729, redatto dal Notaio Saverio Ferraro di Amantea, si apprende che la fiera iniziava il 27 giugno e terminava il 6 luglio. Vi è descritta, inoltre, la suggestiva cerimonia dell’epoca dell’imperatore spagnolo, degna per i suoi valori storici e simbolici di essere riproposta: il mastrogiurato, alla presenza dei due sindaci dei nobili e di quello del popolo, riceve dal governatore il bastone, emblema di comando, e la bandiera della fiera, recante lo stemma di Carlo V e della città.

Tempi e luoghi

Più tardi, con la decadenza dell’aristocrazia e il progresso della borghesia, il potere del “mastro della fiera” sarà solo rappresentativo. Nel 1755, la fiera si svolgeva dal primo di ottobre in avanti per essere dislocata in periodo borbonico “nel largo dei Cappuccini” dalla metà alla fine di ottobre, diventando, per la qualità delle merci e per il volume degli affari, una delle più importanti del Meridione, come annota l’economista Luigi Di Lauro, nel 1856. Nei primi decenni del 1900, l’annuale mercato trovò una definitiva sistemazione dal 27 ottobre al 2 novembre, acquisendo la denominazione di “fiera dei morti” o di “tutti i Santi”, per il variare delle esigenze di compravendita e la suddivisione dei settori zootecnico e merceologico.

Resti del passato

La fiera degli animali, che si effettua nei primi tre giorni, oggi è in via di estinzione, per la crisi degli allevamenti calabresi e per la mancanza di un foro boario; quella dei generi di consumo, cessate le necessità del rifornimento annuale, si è trasformata in un grande mercato. Eppure quest’ultima riesce ad evocare atmosfere del passato con l’esposizione di recipienti di vimini e di paglia, di ceramica, di oggetti in rame ed in ferro battuto, non più utensili da lavoro, ma elementi ornamentali.

Gli antichi sapori rivivono nei “mostaccioli” confezionati con miele e farina, nei panini ripieni di “spezzatino” o di salciccia arrostita con rape o di baccalà fritto, nelle croccanti caldarroste, graditi ai visitatori della fiera.</>

Se apprezzabile è il giro d’affari, piuttosto carente è l’aspetto antro-pologico di quest’evento. Si è smarrito il senso dell’ospitalità nei confronti dei “ferari” che una volta venivano alloggiati in apposite baracche o accolti nelle case; si è affievolita l’umana solidarietà per i mendicanti, presenti ancora nei giorni della fiera. Tuttavia rimane vivo lo spirito della festa, che rompe con la monotonia della quotidianità, stabilendo fra i cittadini rapporti più amichevoli attraverso l’usanza dello scambio dei doni e agevolando nuove conoscenze.

Il futuro

Ora la fiera di Amantea deve ade­guarsi ai tempi, pur non rinunziando alla sua storia. È indispensabile che gli Enti operino una più decisa scelta verso le tipiche produzioni del comprensorio amanteano e della regione, contenendo la quantità della merce importata, repe­ribile nei negozi e nel mercato settima­nale.

In tale direzione l’amministrazione comunale sperimenta un tentativo che permette agli operatori commerciali di presentare prodotti agroalimentari ed ittici, di allestire del “bri brac”, del mobile antico e dell’antiquariato e di espor-re una serie di modelli di imbarcazione.

In attesa della costituzione di un ente fiera, urge predisporre un’ampia zona extraurbana munita di stand adatti e di infrastrutture indispensabili quali parcheggi, impianti per incontri commerciali, dibattiti culturali, divertimenti, spettacoli e locali per la ristorazione e per i servizi igienici.

S’impone un salto di qualità, finalizzato alla trasformazione dell’attuale fieramercato in rassegna campionaria ed espositiva, se si vuole che la fiera di Amantea sia un valido strumento di sviluppo per la città e il suo hinterland.

(le immagini a lato non fanno parte dell’articolo, ma sono state realizzate durante la “Fiera” di Amantea dalla redazione di “amanteaninelmondo”)

 

C'era una volta...la fiera

Negli anni ’30, ma anche giù di li, fino alla seconda guerra mondiale, la Fiera era una grossa occasione che mobilitava l’ingegno, la fantasia e l’operosità.

Allora non c’erano le bancarelle, ma la merce veniva esposta in apposite baracche fatte di solidi tavoloni, assemblati con gusto ed efficienza da mastro Ventura Brusco che iniziava la costruzione di questi magnifici esemplari almeno quindici giorni prima dell’inizio della Fiera.

Le “Baracche”, che non avevano niente da invidiare ai negozi dell’epoca, diventavano veri e propri empori che non ospitavano solo i “ferari”, ma anche qualcuno dei più noti commercianti di Amantea.

Ricordo, ad esempio, Gaetano Notti che, pur avendo l’esercizio in piazza Commercio, per fare più affari, prenotava la sua “Baracca” al “Largo dei Cappuccini”, che era il posto più centrale della manifestazione.

A sera il piccolo villaggio della “fera”, lentamente si svuotava per la felicità di bambini e ragazzi che, nella compiacente luce crepuscolare, sperimentavano un nuovo campo per giocare “all’ammucciatella”.

Pino Del Pizzo

RICORDO DI PEPPE COLLA

Spero che i nostri visitatori ed, in particolare, gli autori dei precedenti testi vorranno perdonarmi se mi permetto di aggiungere una mia piccola “tradizione” personale legata alla Fiera.
Pur essendo nato ad Amantea, risiedo da anni a Roma; nonostante ciò, tutte le volte che mi è possibile sono presente alla Fiera.
Della Fiera mi piacciono soprattutto gli aspetti meno chiassosi e “sfolgoranti”.
Difficilmente qualcuno di voi potrà vedermi fra le bancarelle durante il giorno; preferisco passeggiare per le strade la sera (o, addirittura, la notte) quando i “ferari”, dopo una pesante giornata di lavoro, ripongono la loro mercanzia o la coprono con pesanti teloni incerati e si concedono finalmente un pasto (più o meno lauto) ed il meritato riposo.
Per me, comunque, “la Fiera” era andare a mangiare un panino con “rape e sazizza” da Peppe Colla.Questa era la mia “tradizione” fieristica (forse un po’ infantile), ma vi posso assicurare che il gusto di quel panino “annuale” per me non aveva uguali.

Vincenzo Bello

A FERA ’I L’ANIMALI

 

Il 26 ed il 27 ottobre, per le cave di S. Bernardino si riversavano mandrie di animali che sfilavano baldanzosamente per “la taverna”, attraversavano via Margherita e si andavano ad attestare sulla spiaggia del mare, fra il ponte Margherita e il ponte della Stazione.

Vacche, jencarielli, purcelluzzi, ciucciarielli, muli, piecure, crape, cavalli, animali ’ncaggiati, carri ccu paglia, fienu e cuverte andavano a prendere posizione già dalla notte precedente l’apertura della “Fera” o, al più tardi, alle prime luci dell’alba quando iniziavano le prime contrattazioni.

Gli allegri bivacchi notturni alleviavano le fatiche dei lunghi spostamenti a piedi dai paesi vicini ed un buon bicchiere di vino rendeva regale il pasto, a base di “pistilli, ova vullute e suppressate”, consumato sull’arenile accanto alle proprie bestie, riparati da mantelli a ruota e da grandi ombrelli verdi col manico di legno.

Nei giorni della fiera, se faceva caldo, squadre di intraprendenti ragazzi armati di “vummulelle” giravano fra i contraenti offrendo bicchieri di acqua fresca al prezzo di £. 5, quando la concorrenza era molta e la richiesta poca, ma pronto a raggiungere anche le 10 £. nelle ore più calde o nel corso di scambi particolarmente verbosi, lunghi e difficili.

Finiti i baratti, ciascuno con le sue cose e con i suoi animali (vecchi e nuovi), riprendeva la via del ritorno riattraversando le vie cittadine senza nessun intoppo per la circolazione fatta soprattutto dal camion ’i Ciccu u ’mpacchio, d’u traìnu ’i Giuvanni ’u Niru e d’u postale.

Di quei tempi resta solo il ricordo… e noi della redazione gradiremmo ricevere qualche foto.

da un’intervista di Pino Del Pizzo a Fortunato Marinari e Pietro Morelli
per la trasmissione radiofonica “C’era una volta” – Radio Costa - 1982\

 

Che fine ha fatto la fiera?

di Pino del Pizzo

 

Da bambino, aspettavo la fiera come uno degli eventi più importanti dell'anno, quasi quanto il Natale e certamente più di Pasqua.
Le bancarelle, che dai Cappuccini arrivavano a Piazza Commercio, erano un'attrazione unica: un'irripetibile vetrina aperta su un variopinto panorama di desideri spesso inappagati, un mondo in cui l'utile e il futile, il tradizionale e le tante novità polarizzavano l'attenzione di tutti i visitatori. Per i bambini più fortunati, la fiera rappresentava generalmente l'acquisto di un giocattolo (una palla di gomma, uno "sdruommulu", una bambola, una collezione di pentoline, una bambola che apriva e chiudeva gli occhi, una pistola che sparava "botticelle", un jo-jo, ecc.). I "grandi" invece coglievano l'occasione per acquistare attrezzi da lavoro o utensili vari, stoffe, piatti, vasi di terracotta e cestini...oltre gli immancabili "mostaccioli".

Da giovane (intanto la fiera era "straripata" oltre piazza Commericio fin oltre la Banca) la fiera era l'occasione per approfittare della confusione per tentare qualche timido approccio "ravvicinato" con l'altro sesso col quale si riusciva a scambiare alcune parola di sfuggita e a sfiorarne le mani.

Per ore si giocava "alle bambole" attratti dall'imbonitore che, con raffinato gioco di parole, offriva, in cambio della "busta", estratta dal vincitore di ogni sorteggio, altra merce che, quasi puntualmente, veniva rifiutata con la speranza di poter vincere un premio maggiore (la più bella bambola, una bicicletta o -persino- un televisore)... Ma, quasi altrettanto  puntualmente, si restava con la delusione di un premio irrisorio.

 Erano i tempi in cui si giocava alla "carichella" o alla roulette dove immancabilmente, noi giovani (e non solo noi) venivamo "spennati", ma non demordevamo di tentare la fortuna il prossimo anno.

Le bancarelle più gettonate, erano quelle dei cestini di vimini e delle piante ornamentali da appartamento. I "mostaccioli" la facevano ancora da padroni, mentre l'accresciuta varietà dei negozi rendeva sempre minori le probabilità di trovare nuovi oggetti o nuovi giocattoli.

Da adulto ho visto, anno dopo anno, l'espandersi della fiera in via Margherita, al mercato vecchio, in via della Libertà, sulla superstrada e al lungomare. Un'invasione di bancarelle quasi soffocante e ripetitiva nella quale si sono persi i cestini di vimini e le piante, in un coacervo multirazziale e multietnico, al passo con la globalizzazione, col consumismo, con lo spreco...

Quest'anno il rito "fiera" è stato consumato in quattro interminabili giorni (30 e 31 ottobre, 1 e 2 novembre) caratterizzati dal blocco totale della circolazione, da difficoltà di parcheggio per i residenti, dall'impossibilità di spostarsi anche a piedi dovendo fendere muraglie umane.

Tantissime le presenze, ma - a sentire gli ambulanti-  basso il volume degli affari paragonato ai sacrifici affrontati.

Nota positiva: la mattina di giorno 3 novembre le vie principali erano state pulite con sollecitudine. Solo nelle traverse e in qualche angolo dei vicoli, mucchi di cartoni e di buste a ricordare l'evento, a risvegliare la nostalgia... a formulare una domanda "Che fine ha fatto "'a fera"?

   

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Ultimo aggiornamento:  02-11-11