Natale

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La musica di sottofondo è la "Ninna di Natale" registrata nel 2006 - Per ascoltarla occorre aver installato sul computer media player (o simili) e aspettare che il brano sia scaricato.... Ingannate l'attesa leggendo i testi.

Natale...
Quanti ricordi!
di
Salvatore Sciandra
 
 

 

'U prisebiu
d''u zi' 'Ntonu
di
Antonio Furgiuele
 

 

 
Immagini
dai presepi viventi
  La poesia del Presepe
nelle chiese e nelle famiglie
 
“Tombolari” in azione Basta a cinque
di
Pino Del Pizzo
   
         

Natale, quanti ricordi!

 

 

“Mo veni Natali,

nun tiegnu dinari,

mi pigliu na pippa

e mi mintu a fumari.”

era questo il ritornello che si cominciava a sentire qualche giorno dopo la fiera dei morti, mentre agli inizi di dicembre, i più anziani, specialmente se il tempo si metteva al brutto, cominciavano a recitare:

“Sant’Andria purtau la nova

ch’allu sia è di Nicola,

all’uottu è di Maria,

allu tridici è di Lucia,

allu vinticincu lu veru Messia”

 

Si cominciava a creare l’atmosfera del Natale, la festa la sentivi nell’aria, negli atteggiamenti, nei preparativi.

La sentivi nelle ossa.

Ogni cosa, come tutti gli anni, si vestiva di fiaba.

Il 6 dicembre, San Nicola, a ze’ Rosa i Griguriu “frijve” cullurielli, grispelle, monacelle per tutto il vicinato.

Ninella, la figlia, con un paio di “tappine” ai piedi, passava di porta in porta col piatto pieno: lo faceva sempre, per “bonaguriu”.

Cominciava il lungo ciclo ‑ un mese esatto ‑ delle festività natalizie: il primo assaggio.

Il 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata, giornata di digiuno, si mangiava la sera che finiva con la prima tombolata.

Il pranzo di giorno otto era il ragù con maccheroni e il riciclaggio dei piatti della sera precedente. Era un po’ la prova generale del 24 e 25 dicembre.

Si preparava il Presepio.

Tutti alla ricerca dei sacchi vuoti di cemento, di murtilla, panichelle, cucummiri con frutti e rami di aranci e mandarini.

La colla di farina: odori e sapori… e la Ninna.

Tutti eravamo catturati dalla frenesia dei preparativi.

‑ Tirè, ha’ frittu??...

‑ Ha’ fattu i cosicelli d’ova??...

‑ Ha cumpratu l’assenze? St’annu cchi liquori fa’??...

‑ ’A mamma s’è misa ’i tannu… Ha fattu: Rosolio, Mille fiori, Strega, Alchermisa, Crema cannella e sacciu cchi cchiù!

Era questo un tipico scambio di notizie di quei giorni.

In effetti, agli inizi di dicembre, si preparavano i liquori per Natale, Capodanno e l’Epifania.

I liquori poi venivano messi in simpatiche bottiglie a forma di donna nuda o di donnina o di pagliaccio e coloravano, spesso di fantasia, le vetrine del buffet della sala da pranzo.

La “frittura” era un rito sacro.

Mia nonna Maria era fissata che una buona frittura dipendeva non solo da una solida “frissura”, dall’olio di oliva e dalla giusta lievitazione della pasta, ma anche dal tipo di legna che si usava per ardere il fuoco: occorrevano bei “cippi” di quercia, rami secchi di alloro e sarmenti di viti.

Chissà perché?

“Turdilli”, “scalilli”, “cosicelli d’ova” e “mastazzoli” erano le prime “provviste”.

Le “lannie” con i mastazzoli venivano portate all’alba dal fornaio (si dovevano fare rigorosamente dei turni e rispettare gli orari), quindi i lavori cominciavano ch’era ancora buio, prima dell’alba.

Odori di mandorle abbrustolite (mia nonna le preparava il giorno prima “ccu llu spitillu” dell’orzo, poi le nascondeva per non farcele trovare: si lamentava sempre che erano poche), miele (per i mastazzoli si usava miele di fico, più scuro, mentre per scalilli, turdilli ecc. quello di zagara o di acacia ch’erano più profumati, ma ch’erano un lusso di pochi), confetti colorati, “diavulilli”, confetti a cannellini, cioccolatini.

Il bello era quando questi dolci venivano “atturrati”.

Nel frattempo, con il caldo del fuoco acceso, si metteva a lievitare la pasta dei cullurielli in una “majelluzza”: se ne friggevano ceste!

Per ultime si friggevano le monacelle e tutto il vicinato riceveva la sua porzione.

La cena della vigilia di Natale era fantastica.

Primo piatto: “pasta e mullica”. Si conservava una “pitta” di pane, rigorosamente di Carolei, per la mollica, si sceglievano “du tiniellu” gli alici salati “cchiù cunchiuti”, erano importantissime per il sapore, aglio, olio extravergine d’oliva, peperoncino o “pipu pisatu”. I vermicelli erano quelli della marca “Filippone”, nella confezione dalla carta blu‑oltremare, con un ovale che racchiudeva una contadina con in mano un fascio di spighe dorate di grano (la carta poi veniva riciclata per foderare i libri).

Il “padrone” della tavola, il 24 a sera, era il baccalà in umido, fritto, con i broccoli; gli altri piatti erano “di magro”: cavolfiori (“pitticelle” o ad insalata con olio e aceto), broccoli, carote (“pastinache ’nsanza”), insalata riccia e finocchi.

A centrotavola un’alzatina di vetro a tre ripiani offriva un ampio campionario di frutta molto vario: mele, meloncelle, arancie, mandarini (con le cui bucce si puntava quando si giocava a tombola, dopo cena), noci, castagne infornate e le crocette messe in bella vista con quell’odore accattivante di cannella macinata spruzzata sopra lo zucchero.

Melone giallo (messo a maturare fin dall’estate nella rete appesa ad un chiodo fuori dalla finestra) e l’immancabile piatto di lupini per il vino rosso di Cannaviva o Camoli.

A tavola c’era sempre un posto in più: quello “d’u Santu Bomminu”.

A mezzanotte tutti a messa.

Ritornati dalla Chiesa, fra fontanelle e girandole, si metteva il Messia nella grotta: tutti, intonati e stonati, cantavamo le più belle canzoni della tradizione:

 

“E’ la notte ohi! di Natale

ohi! chi festa, ohi! principale

ed è nato nostru Signore

dintra na povera ohi! mangiatura,

e lu vo’ e l’asiniellu

e Maria chi l’adurava...

Fai la ninna, fai la nanna...”

 

Filumena era la voce principale, noi facevamo il coro. Ma io ero attratto ed estasiato quando la stessa Filumena cantava i versi del Padula:

“Duormi bellezza mia, duormi e riposa:

chiudi a vuccuzza chi pari ‘na rosa!

Dormi squitatu, ca ti guardu iu,

zuccaru miu...zuccaru miu”...

(negli anni ’80 questa ninna l’ha rimusicata il Maestro Cipriano Martire con eccellente risultato).

Chiudeva “Tu scendi dalle stelle”.

Atmosfera d’altri tempi.

Il giorno di Natale “pasta china”: tripolina o mafaldina con polpettine di carne, uova sode, formaggio, salciccia.

Veniva cotta al forno.

Molti andavano dai fornai. Noi avevamo il “forno di campagna”. Per una buona cottura era necessario “fuocu ’i sutta e fuocu ’i supra”.

Un anno abbiamo mangiato “pasta china e cinnara”.

Mia sorella Clara, per accendere il lumino davanti alla capanna del presepio, una volta ha dato fuoco alla paglia della mangiatoia e fu subito un falò. Mio zio Vittorio, preso il presepio per portarlo fuori, non potè fare a meno di evitare il passaggio sopra la tavola imbandita.

Piovve di tutto, ma ‑ passato lo spavento ‑ si ricominciò il pranzo.

Il “secondo” era quasi sempre un gallo: i più lo facevano disossato e ripieno. Poi sul tavolo ricompariva tutto quello che era rimasto dalla sera della Vigilia.

Dopo pranzo ancora tombola, ma questa volta all’aperto con Turu Turu.

La sera del 31 dicembre, dopo il cenone (la sola differenza con la vigilia di Natale era la comparsa della carne, mentre le altre pietanze erano copia conforme di quelle del 24), si andava a giocare a casa di parenti o di amici.

Da Vincenzino Del Pizzo (qui ci scappava anche la ballata) o da Vincenzo Cortese.

Venti o più persone: una folla!

L’Epifania era soprattutto l’attesa del 5 a sera.

Per cena la regola delle 13 cose (pietanze), era rigorosamente rispettata.

Chi non riusciva a raggiungere il numero, metteva in conto anche le posate e le stoviglie.

Il 6 pianti e sorrisi.

Un anno, al mattino, uscito per strada per incontrare i compagni, le mie furono lacrime di dolore.

Micu ’i Colla e Pinuzzu Carapellese con due biciclette nuove fiammanti, una rossa ed una azzurra, con le rotelle da supporto, scorazzavano per la Calavecchia.

La mia Befana non era ancora arrivata, mi dicevano che forse sarebbe arrivata a mezzogiorno.

Io mi chiedevo: “Ma non è lo stesso quartiere?”.

 

“Ricuordi di Natale addormisciuti

ve risbigliati ogn’annu, o affezionati!

Vue siti sempri li buonuvenuti

ca’ li virdanni a mie vue ricurdati;

d’i suonni d’uoru mie, moni sprejuti,

di fuorti amuri mie, moni orvicati,

parratimi, o ricuordi risbigliati,

duci ricuordi mie, buonuvenuti!”

(da “ ’A focara ” di Michele Pene)

Totò Sciandra

'U prisebiu d''u zi' 'Ntonu

Una fiaba di cartapesta

’U zì Ntonu aveva una passione smisurata per il presepe, ed ogni anno, a metà novembre, quando mio padre cominciava a portare a casa le prime beccacce, sul suo fornello alimentato ad alcool denaturato (’a spiritèra), cominciava a bollire l’acqua che avrebbe accolto la farina per produrre l’omonima colla che oggi, i puristi della lingua nostrana, chiamerebbero biologica.

Che fosse tale, noi, fanciulli un po’ smaliziati, lo sapevamo già senza scomodare il vocabolario, poiché, nel rimestarla con il cucchiaio di legno per non farla attaccare sul fondo della pentola, ne apprezzavamo la bontà affondando in essa l’indice per poi, con nobile gesto, portarlo in bocca ed apprezzarne il gusto.

Questa immagine e le altre contenute in questa pagina sono ricavate da fotografie di particolari del Presepe Artistico di Giuseppe CurcioIo ero mobilitato anzitempo in qualche cantiere edìle alla ricerca dei sacchi di carta che avevano contenuto il cemento, i quali, tagliati in piccole strisce rettangolari, avrebbero costituito un solido rivestimento per la carta dei giornali, che a sua volta, opportunamente modellata, riproponeva l’orografia del terreno.

Il rito presepiale aveva inizio assemblando delle assi di legno inchiodate fra di loro, in modo tale da costituire l’intelaiatura di quel piccolo mondo agropastorale che tanto doveva assomigliare alla nostra terra di Calabria.

Fra una martellata e l’altra, ciò che attirava la mia curiosità di fanciullo erano alcuni segni di colore nero, grossolanamente dipinti sulle assi di legno, dei quali non riuscivo a percepire il significato. Chiestolo a mio zio, mi fu spiegato che quegli incomprensibili segni altro non erano che alcune lettere dell’alfabeto cirillico, utilizzato, quest’ultimo, per la scrittura, in alcuni paesi lontani e freddi. Ma niente di più.

Con il passare degli anni, trovandomi dinanzi ad alcune casse di baccalà provenienti da quella che fu l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, capii perfettamente la provenienza di quelle grezze assi, che in fondo, a pensarci bene, non avevano perso l’odore – o il tanfo – di quel meraviglioso pesce disseccato che ancora oggi delizia il palato di tutti.

Ultimata l’intelaiatura, questa veniva poggiata su due sedie poste ai suoi lati e con la carta dei quotidiani si cercava di riprodurre monti e vallate, proprio come si fa oggi, utilizzando il più avveniristico poliuretano espanso.

Era quello il momento più creativo, in cui la fantasia e la mano dell’artigiano cercavano di riprodurre al meglio quanto già visto in natura o immaginato che vi fosse.

Ed in quella occasione veniva proiettato sul presepe tutto il suo essere: conscio ed inconscio.

La grotta, poi, che ’u zì Ntonu poneva sempre alla destra dell’osservatore e mai al centro, veniva realizzata utilizzando la corteccia di sughero ed incastonata come una pietra preziosa in quel mondo di cellulosa.

Le sue mani lunghe ed affusolate, tipiche delle persone che usano quotidianamente forbici e rasoi, ingiallite sull’indice per qualche sigaretta di troppo, rendevano docile la carta a cui la colla di farina, distribuita con prodigalità, conferiva, una volta asciugata, stabilità e durezza, assecondando l’idea prima.

Quando, quest’ultima non era assistita da mano felice, per colpa dei materiali impiegati o del creatore medesimo, si andava avanti per giorni, con il rischio di surriscaldare l’ansimante spiritièra, finché l’ispirazione non aveva successo.

Ad asciugatura avvenuta, seguiva l’applicazione di uno strato di carta proveniente dai sacchi dell’Italcementi ed infine, quando tutto era consolidato si stendeva la carta roccia dai tipici colori mimetici verde e marrone.

Ma non era ancora finita, mancavano, difatti, le passerelle in legno per l’attraversamento dei dirupi, i recinti degli stazzi a protezione degli agnelli lattanti ed i sassolini bianchi e grigi raccolti sulla spiaggia, da distribuire lungo gli argini scoscesi del fiume, dipinto sulla carta.

Lavoravamo un paio di ore al pomeriggio, giacché mio zio alle sedici in punto aveva l’impegno di aprire la sua bottega di barbiere (’a varverìa) e, sporadicamente la sera, tenuto conto che anch’egli, con altri suoi coetanei, partecipava alla realizzazione del grandioso presepe che trovava alloggio nella chiesa di San Bernardino da Siena.

La vigilia dell’Immacolata Concezione si avvicinava a grandi passi, e con essa si accompagnava il primo vero freddo proveniente dai balcani. I bracieri di rame o, per i meno fortunati, di ferro, se non addirittura le bacinelle smaltate non più idonee all’uso mattutino, avevano fatto la loro comparsa lungo la via e le braci, non completamente  maturate dal fuoco, alimentato a sua volta dall’alito di generosi ventagli di castagno agitati da mani esperte, sollevavano nell’aria decembrina una miriade di scintille (i carioli) che come piccoli firmamenti terrestri, rischiaravano quegli angusti spazi domestici.

Così, dopo aver posto il muschio a guisa di tappeto erboso sui pianori, fra le case, e la mortella, con ancora le bacche attaccate, sui monti imbiancati di neve fatta con l’ovatta, si ponevano i pastori ed un arabeggiante telo che fungeva da sfondo, in netto contrasto con l’ambiente appenninico rappresentato dal presepe, mettendo in risalto una grande stella cometa dagli argentei riflessi.

Negli angoli più in vista, le multicolori casette di cartone riproponevano quanto di più vivo e pieno di calore possa rappresentare l’architettura popolare, con i suoi ballatoi, le aie, ed i portici a volta.

Quando ’u zì Ntonu apriva lo scatolo che per un intero anno aveva protetto i pastori di terracotta dipinti a mano, mi voleva ancora più vicino a sé e cingendomi con il braccio lungo la vita, di ogni statuina che tratteneva fra le mani, prima di porla nel suo spazio di pertinenza, mi raccontava la sua storia, una sorta di biografia che tendeva a rendere vive e piene di calore umano quelle terrecotte colorate o, forse, l’umanizzazione di esse altro non era che un modo soffice per passarmi il testimone, rendendomi il più possibile partecipe di quei momenti, giacché predisporsi a quella nascita salvifica lo rendeva più preoccupato ed umanamente fragile.

La sera del sette dicembre, come tradizione vuole, il presepe era pronto. Dinanzi alla grotta, poggiato su di un piattino, veniva posto un bicchiere pieno per tre quarti d’acqua e per il rimanente quarto di olio di oliva, con lo stoppìno di bambàgia che faceva capolino da quel liquido votivo, color oro, sorretto da un sugherino perforato al centro, in cui andava ad incastonarsi.

Era questa la lampada ad olio che fino all’Epifania avrebbe rischiarato con la sua flebile luce quel meraviglioso paesaggio e, per apprezzarne di più il fascino, io e mio fratello spegnevamo l’unica lampadina della stanza, creando un’atmosfera da sogno, dove il tempo e lo spazio sembrava non avessero più alcuna influenza sugli uomini.

Facevamo parte anche noi di quel mondo, di quella fiaba senza tempo … Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, … cantavamo in attesa del grande evento … e vieni in una grotta, al freddo e al gelo, … mentre ’u zì Ntonu, commosso, ci guardava compiaciuto.

Antonio Furgiuele
(dicembre 2002) 

IL PRESEPE VIVENTE

di Pino Del Pizzo

Dopo numerose edizioni, il 2007 non si è tenuta la manifestazione del "Presepe vivente" che negli scorsi anni aveva concluso il periodo natalizio e attirato migliaia di fedeli e di curiosi anche dai vicini paesi della costa.
Le prime edizioni si erano svolte nel caratteristico ambiente del centro storico (Chiazza e Pianura) vivificato dall'entusiasmo degli organizzatori e dei figuranti. Certamente le difficoltà incontrate, soprattutto per la logistica (occorreva trasportare tutto a mano) sono state tante, ma le gratificazioni potevano essere misurate dalla lunga fila dei visitatori che, spesso, per entrare nel centro storico erano costretti ad attese di oltre due ore!
Negli antichi vicoli scene di vita ancestrale, nei magazzini rivivevano mestieri e ritrovi, negli androni degli antichi palazzi i fasti della corte di Erode e del celebre Ponzio Pilato.
Per i Re Magi a cavallo c'era soprattutto l'interesse dei bambini,mentre nella capanna si poteva rivivere il mistico stupore della nascita del Figlio di Dio, rappresentato da un neonato che, quasi sempre, viveva il suo ruolo meglio di tutti gli altri pastori, incurante dei flash e delle telecamere.
Nel 2006 il Presepe Vivente fu spostato al parco della grotta...
Una scelta opinabile che comportò anche l'acquisto da parte dell'Amministrazione Comunale di alcuni gazebo, ma che non riuscì a dare lo stesso calore delle mura sbrecciate delle vecchie case, illuminate da torce e immerse nel fumo degli incensi...
Speriamo che l'anno prossimo (2008) la tradizione possa essere ripresa da volenterosi che sappiano, soprattutto, coinvolgere la popolazione con largo anticipo sulla data prevista.

Alcune immagini delle edizioni degli ultimi anni
   
   
   
   
   
   
   
 
   

La poesia del Presepe
nelle chiese e nelle famiglie

   
   
   
 
 
NINNA NANNA MANTIOTA

E la notte di Natale
ohi chi festa ohi principale.

Ca nascia nostru Signuri

Dintra na povera ohi
mangiatura.
E lu vo e 1'asiniellu
San Giuseppe, lu vecchiariellu.
E Maria chi 1' adurava

e fai la "ninna", la nonna fai.

Vero Maria tu parturisti,

senza avere pene e dolore.
Senza avere pene e dolore,
Ninnillu mio dormi e riposa.

Mentre
sei disteso al suolo,
viene il freddo a darti pena.
Ed insieme a te mio bene

Tutto il mondo ohi tremerà.

Tutto il mondo ohi tremerà.

E fai la ninna la nonna fai.
Ohi fedeli e nato il Cristo

vieni vieni ohi peccatore.

Vieni vieni ohi peccatore
che è nato i 1 nostro Dio:
'Il
Redentore".
Lo splendore
di quella stella
rende l'alba ohi vergognosa.

Rende l'alba ohi vergognosa,

Ninnillu mio dormi e riposa-

I pastori da lontano

alla grotta ohi s'avvicinano.

Scinna n'terra lu Bomminu,

per salvare 1'umanitata.

Per salvare 1'Umanitata.

Ninnillu mio dormi e riposa

 
 
 
   
   
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LE PUBBLICHEREMO CON PIACERE!

Basta a cinque

Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, durante il periodo Natalizio, al tiepido sole d’inverno del primo pomeriggio, prima nello spazio retrostante la Chiesa Matrice, poi sulle rampe della salita di “Pantalìa”, gli abitanti del centro storico (“ ’a chiazza”) e quelli del quartiere dei “saiuoli” (Via Garibaldi e Via Dogana) si riunivano per giocare a tombola

I “tavernuoti” avevano cominciato a consumare lo stesso rito in quella che attualmente è Via della Libertà, in uno spiazzo dove adesso sorge il centro Commerciale Ge.Fa., e poi l’avevano continuato nel più comodo Mercato Vecchio (dove potevano essere utilizzati anche i banchi che gli ortolani usavano per esporre le merci).

“Tombolari” in azioneSuccessivamente, e fino a non molti anni fa, era facile vedere i “tombolari” impegnati a ranghi riuniti sugli scalini dell’Arena Sicoli (“sutt’i mura”).

Negli ultimi tempi il gioco, ormai poco praticato, si è trasferito sul lungomare nello spazio retrostante la pizzeria “il Veliero”.

Ricordo che l’estrazione si svolgeva nel più assoluto e rigoroso silenzio, rotto esclusivamente dal cadenzato rumore dei numeri, che venivano sistematicamente “riminiati” nell’apposita “casciotta” di legno, e dalla voce del banditore che, speditamente, li “chiamava”.

Tutti i giocatori (ma anche gli spettatori) seguivano molto attentamente, segnando i numeri estratti con pietruzze, o anche con “corchie” di mandarini o d’arance, sperando di essere baciati dalla fortuna e di poter emettere il grido liberatorio:
“Basta a quattro!”
(quaterna)

o ancor più

“Basta a cinque!” (cinquina).

Poi, mentre i vincitori ritiravano i premi vinti, le cartelle venivano pulite e riposizionate per il nuovo giro.

... tutt’intorno il nostro cielo, il nostro mare, il nostro splendido sole dicembrino, il piacere di ritrovarsi per stare insieme ...

Pino Del Pizzo

 

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