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I riti della
Settimana Santa
di Vincenzo Segreti |
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I sentieri della memoria di
Salvatore Sciandra |
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Il Venerdì Santo di
Antonio Furgiuele |
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Una processione
particolare di
Antonio Furgiuele |
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I
riti della Settimana Santa
Tratto dal libro LA
SETTIMANA SANTA AD AMANTEA (ed. Angeligrafica-Amantea)
per gentile concessione di
Vincenzo Segreti
Fra i riti tradizionali della Settimana Santa in Calabria,
quelli di Amantea sono degni di menzione per gli interessanti
riferimenti storici, religiosi e per le complesse valenze
socioantropologiche che comportano.
La
Domenica delle Palme rievoca il festoso ingresso di Gesù a
Gerusalemme per celebrare la pasqua ebraica. E' un giorno di
gioia per i bambini del centro urbano, che, accompagnati dalle
mamme, portano in chiesa per la benedizione palme di dattero,
variamente intrecciate e ricoperte di dolciumi, di uova pasquali
di cioccolato e dei tipici "genetti", gustose ciambelle all'uovo
con lo zucchero fuso. Altrettanta letizia per i figli dei
contadini, che, invece, ostentano nelle chiese di campagna, in
armonia con la propria estrazione sociale, rami di ulivo, dai
quali pendono fichi secchi, pani di grano, salami e vari
prodotti della terra. Meno
consumistica e più omogenea è l'usanza degli adulti, che, da
tempo immemore, utilizzano,
come segno
di
pace, d'augurio e di prosperità, ramoscelli di ulivo e di alloro
benedetti (il lauro serve anche per preparare pozioni
medicamentose) sia scambiandoselì al termine della funzione
religiosa, che sistemandoli, poi, all'interno delle abitazioni a
protezione delle rispettive famiglie.
Con
la processione del SS. Sacramento, che, nella chiesa Matrice, il
Martedì Santo, apre, per iniziativa della
Congregazione del Sacro Cuore,
l'adorazione delle "Quarantore Papali", in ricordo del tempo
trascorso da Cristo nel sepolcro (le altre parrocchie celebrano
il rito nei giorni successivi), si entra nel caratteristico
clima di devozione e penitenza della Settimana
Santa. Proprio
la suddetta confraternita, istituita nel 1895, per tutte le
classi sociali e da trenta religiosi" al fine di procurare
devozione verso il Sacro Cuore dì Gesù, d'intervenìre alle
funzioni ecclesiastiche arcipretali e di provvedere alle esequie
degli iscritti", in quell'anno, indossando i confratelli la
tonaca bianca e la mantellina rossa, segno dell'amore divino,
fece la prima uscita ufficíale dall'antica chiesetta dei Cavallo
Marìncola
Madonna delle Grazie
per
recarsì nella chiesa Matrice (d'allora sede dell'associazione) e
solennizzare il rito, concesso dal pontefice Leone XIII .
Percorrendo le vie del centro storico, fra la commossa
partecipazione dei fedeli, la cerimonia, nel suo aspetto
scenografico, rivela influenze ispano-orientali, importate dai
Gesuiti, che nella società amanteana lasciarono una traccia
profonda della loro opera. Non bisogna dìmentìcare, infatti, che
i padri avevano edificato, nel XVII sec., per lascito dell'amanteano
Fulvio Verdiano, illustre medico della
Compagnia di Gesù
ìn
Napolì, un collegìo (del vecchio fabbricato è funzionante la
sola chiesa, che, in un secondo
momento, venne dedicata a Sant'Elia
profeta), centro di severi studi teologici, di dottrina
cattolica e di diffusione della fede fino al 1767, anno in cui,
dopo alterne vicende, l'istituzione fu soppressa per regio
decreto. Ad accogliere degnamente il sacro corteo sono le donne
anziane, alle quali sono demandate la conservazione e la
trasmissione delle tradizioni popolari. Esse addobbano i balconi
con variopinti damaschi, adornano gli altarini di fiori e di
colonnine, bruciano nei bracieri gemme di odoroso incenso,
testimoniando in maniera appariscente e pomposa, l'omaggio e la
fede verso l'Onnipotente.
Un
caratteristico rituale, ora abolito, erano le "profezie", che,
la sera di mercoledì, nelle chiese riproponevano le lamentazioni
del profeta Geremia sulla distruzione di Gerusalemme ad opera di
Nabucodonosor, re di Babilonia. La lettura delle cinque dolorose
elegie aveva un singolare epilogo, cha anticipava la morte di
Gesù: le luci si spegnevano per simulare la temporanea vittoria
del male sul bene; mentre i fedeli producevano un gran rumore,
percuotendo i banchi di legno o battendo le mani per dare
un'idea del terremoto, che sconvolse la terra, quando il Signore
spirò sulla croce.
La
funzione dell'Ultima Cena, che si svolge, la sera del Giovedì,
nella chiesa Madre, evoca con
originalità il racconto
evangelico, soprattutto, quando il sacerdote, distribuisce i
pani, lava, in segno di umiltà, i piedi agli "apostoli", che,
per l'occasione, sono veramente rappresentati da dodici
pescatori, confratelli della congregazione dei marinai,
intitolata alla
Beata
Vergine
del Rosario.
Una
volta la loro identificazione nel ruolo era più
convincente,
essendo prescelti in base a criteri di rassomiglianza fisica e
psicologica con le immagini dei discepoli del Nazareno, per come
tramandata dall'iconografia tradizionale.
Nella
stessa serata, a tarda ora, i devoti visitano i Sepolcri, che,
nelle chiese, vengono allestiti davanti agli altari con fiori,
nastri colorati, recipienti, colmi di steli di cereali, che
precedentemente le donne hanno fatto germinare, nel buio, in
rustici cassettoni. In questa circostanza un'atmosfera di
silenzio e di preghiera regna nelle chiese.
Fino
alla prima metà del '900, era di prammatica, secondo un costume
di derivazione ispano-napoletana, che i ceti aristocratici ed
altoborghesi indossassero eleganti abiti neri da cerimonia. Le
dame, in particolare, vengono ricordate dal popolino per le
ricche vesti di seta nera, che. per il movimento del corpo,
producevano, durante il rito ed il trasferimento da una chiesa
all'altra, un caratteristico rumore ("u strusciu"). A mezzanotte
di Sabato, quando le campane annunzieranno la Resurrezione,
giovani contadini porteranno i piatti benedetti nei campi per
renderli feraci.
Il
rituale dei Sepolcri è un eloquente segno di sincretismo
pagano-cristiano, che rappresenta la temporanea sospensione del
ciclo vegetale e del tempo profano in coincidenza con la
passione e la morte di Gesù e fino alla sua resurrezione. Anche
nei culti precristiani dell'area mediterranea le divinità
morivano e rinascevano, coinvolgendo nelle alterne vicende del
bene e del male il mondo vegetale. Questi miti pagani, che la
cultura contadina ha ricevuto in eredità da generazione in
generazione, rivivono nelle sacre tradizioni della Pasqua, nella
quale la figura di Cristo presenta analogie con le preesistenti
deità agricole. Per esemplificare, al suo calvario e alla sua
morte corrispondono la sofferenza e la morte della natura, alla
sua resurrezione la fertilità e il tripudio della natura stessa.
Al Cristo trionfante, simbolicamente, le classi subalterne, da
secoli oppresse dalla miseria e dai soprusi, affidano il proprio
riscatto o quanto meno l'esigenza di un'esistenza protetta, che,
senza l'aiuto divino, è esposta a rischi di un avvenire tetro e
senza speranza.
E'
l'alba del Venerdì Santo, intorno alla Matrice, sita nel
quartiere alto della città, fervono i preparativi per l'antica e
suggestiva processione delle "Varette" (il termine "varetta",
come si legge nel
Vocabolario del dialetto calabrese compilato da L. Accattatis,
Cosenza, 1895, voLI, p.801, ad vocem, significa
"barella, piedistallo su cui poggiano le
statue dei santi esposte o in processione";
ma,
in questo caso, diventa un traslato, che indica proprio i
protagonisti della passione e morte di Gesù). Il corteo che, da
secoli, la confraternita del SS. Rosario organizza e guida per i
quartieri urbani, parte puntualmente alle ore nove dal Duomo,
dove le statue più importanti, per tutto l'anno, sono esposte al
culto dei fedeli (le altre sono custodite in vicini locali), e
si snoda per le strade principali, raccogliendo una
strabocchevole folla, valutabile mediamente intorno alle
cinquemila persone. I partecipanti sono Amanteani, che
sospendono ogni attività lavorativa, concittadini, residenti
all'estero o in altre regioni italiane, i quali, per
l'occasione, ritornano in patria, turisti
alla scoperta
della cultura e del paesaggio calabresi. Tutti sono attratti dai
valori spirituali, umani e spettacolari della sacra
manifestazione, che si conclude, dopo quasi quattro ore, con il
rientro delle "Varette" in chiesa.
Le artistiche statue, per la maggior parte, modellate in
cartapesta, agli inizi del '900, dalla ditta
G.
Malecore
di Lecce, su commissione dei fratelli Vincenzo e Giuseppe
Suriano, detti "I Carusielli", per sostituire quelle consunte
dal tempo, raffigurano le scene principali della "Via Crucis",
secondo il seguente ordine:
1)
Gesù nell'orto degli ulivi, confortato da un angelo ;2) Gesù
in casa di Pilato davanti ai pretori, trascinato da un giudeo e
da un soldato romano; 3) Pilato addita al ludibrio della
folla tumultuante Cristo flagellato e legato (l`Ecce Homo ");
4) Gesù sotto la croce, aiutato dal Cirineo; 5) la Veronica
asciuga il volto di Gesù, bagnato di sangue (l'immagine
fu
acquistata, in un secondo momento, per completare le stazioni);
6) San Giovanni 'Evangelista, il discepolo prediletto di Gesù;
7) Gesù in croce; 8) Gesù morto; 9) l'Addolorata alla
ricerca del Figlio.
I"Santarielli" (così si definiscono in gergo i personaggi dei
"Misteri") procedono a distanza di quaranta metri l'uno
dall'altro, portati a spalla dai fedeli e preceduti dai
confratelli in saio bianco e mantellina nera ("a muzzetta") con
la corona di spine sul capo, in segno di maggiore contrizione,
e dal
clero, che indossa i paramenti rossi, simboli del martirio;
mentre ogni categoria sociale segue la propria statua, secondo
le fasce d’età, il sesso e le professioni. |
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I
sentieri della memoria
Noi
bambini vestivamo di pied‑de‑poule grigio oppure
di blue bianco; i più grandi di principe di galles,
uomo o donna indifferentemente.
Le foto
ricordo, quelle senza la “palma”, erano
rigorosamente scattate accanto a rigogliose chiome di
margherita bianca; poi, stampate, venivano spedite ai
parenti (quasi sempre nelle Americhe).
Ci si
preparava fin dal sabato vigilia delle Palme. Ognuno si
dava da fare per la sua.
A me ne
toccava una intrecciata con serti d'ulivo dove, tra i
nastri colorati, venivano legate le caramelle e le
cioccolatine che ci arrivavano dalla Scozia.
Io ero
un eletto. Altri miei amici coetanei avevano una palma
fatta di canna e svolazzi di carta velina. Altri ancora
solo ramoscelli d'ulivo e di alloro.
I
“ricchi” portavano a benedire palme intrecciate a
fiocco cariche di dolciumi e dell'uovo di pasqua di
cioccolato che variava in grandezza a secondo dell'età e
della ricchezza.
In
chiesa era un luccichio ed uno sfregare continuo di
carta stagnola.
Appostati ai lati della porta della chiesa, nel pigia
pigia generale, riempivamo le nostre tasche vuote
alleggerendo quelle palme troppo gravide ed anche per
farci giustizieri in nome della povertà.
Qualche
volta ci scappava anche l'uovo, ma scipparlo significava
fare troppo rumore e correre seri pericoli.
Dopo ci
si soffermava sul sagrato dove si ammirava la palma
(quasi mezzo albero di un giovane ulivo) di Peppino
“u jazzariutu” (di Gizzeria), su cui veniva
appeso di tutto: pane, salame, vino, pasta, dolci e
tant'altro. Una sorta di albero della cuccagna “ad
personam” o, se vogliamo, un singolarissimo cappello
per… chiedere.
Ai riti
della settimana santa ci si preparava con grande
trasporto.
Spesso
ci soffermavamo a guardare le callose abili mani dei
pescatori che intrecciavano le corone di spine per la
processione del venerdì.
Giovedì sera, comunque, assistevamo all'Ultima Cena.
Eravamo tutti assorti a seguire la funzione, ma, come
sempre, aspettavamo la sua conclusione con la
benedizione dei pani per averne un pezzo benedetto.
Benedetto quel pezzo di pane: c'era anche tanta fame!
Il
venerdì mattina, all'alba, tutti noi della Calavecchia
ci ritrovavamo nella Chiesa Matrice per partecipare alla
solenne processione.
Ogni
quartiere aveva la sua varetta. La nostra
era quella col Cristo che cade sotto la croce.
L'ho
abbandonata, poi, al tempo del liceo, per quella di San
Giovanni.
Si gridava a squarcia gola:
“O
spina pungente
pungente e bon Signuri
la
festa è passata … …”
intramezzato dai sommessi lamenti per i mal di piedi.
Tutti avevamo un paio di scarpe nuove; qualcuno quelle
di gomma blu orlate bianche (l'odore del nuovo in questo
caso era “forte” ed inconfondibile).
Il
venerdì non si scherzava, non si faceva chiasso, non si
cantava e, per rispetto al Cristo Morto, non si
spazzavano le case né si sputava per terra.
La
radio mandava brani di musica classica.
Per noi
era una sofferenza, ma l'accettavamo per scaricare poi
tutta la nostra esuberanza al momento della gloria.
Sì!…
Perché soltanto dopo la gloria ci era consentito di
mangiare i dolci di Pasqua (pizzi ccu niepitu e
pizzi ccu l'ova), prima bisognava fare digiuno e
pregare.
Il rito
della gloria era sensazionale e martellante.
Al
sabato mattina si svuotava il cucinotto di Elvira
“Cannella” (il cucinino era attaccato alla
forgia di mastro Severino) e si
attaccavano a tutti i chiodi che c'erano in quei muri i
coperchi e le casseruole di Elvira (quasi sempre in quei
giorni in giro per le contrade di campagna per i suoi
affari) e quei grandi barattoli in cui Socievole vendeva
la salsa del pomodoro.
Su
casseruole, coperchi e barattoli erano botte da orbi con
pezzi di canna nodosi o con le assicelle di legno di
noce che ci forniva la bottega di Franciscu ’i
mastru Pasquale.
Era
davvero la gloria!
Domenica mattina tutti a messa.
All'uscita della messa ci si spandeva per le strade, si
comperava il primo gelato (qualcuno lo aveva fatto già a
San Giuseppe) e poi via verso i soliti luoghi di ritrovo
per giocare (chi aveva soldi) a “volarella” o a
“sbatà” (battimuro); altri facevano quasi sempre
una partita di pallone.
Uno dei
“campi” preferiti era il monumento ai caduti (una
volta ho tirato una fallo laterale dal ciglio della
vasca dei pesci con relativo tuffo).
Gli
odori, verso mezzogiorno, di tutte le cucine e di tutti
i ballatoi del quartiere aperti al senso della Pasqua,
erano intensi e stimolanti.
Il
nostro forno di campagna “fuocu i sutta e fuocu i
supra”, cuoceva la solita pasta ripiena
rigorosamente con salsiccia, uova sode, formaggio e
polpettine di carne.
Le
cantine si preparavano per il grande pomeriggio.
Totò Sciandra
(marzo 2002) |
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nota storica di Antonio Furgiuele
Il Venerdi Santo ad Amantea
La presenza francescana ad Amantea risale alla
prima metà del XIII secolo.
E’, infatti, del 1216, la fondazione in località Castello
del Cenobio di San Francesco d’Assisi ad opera del
Beato Pietro Catin, compagno e discepolo del
Santo.
E’ notorio come, presso i francescani, fosse vivo il culto per
le sacre rappresentazioni e dei laudari umbri e abruzzesi, che
si innestavano nei grandi fermenti religiosi del cattolicesimo
medioevale dell’Italia centrale, per cui, pur mancando la fonte
documentale, si è indotti a datare intorno a tale periodo
l’origine dei Misteri del Venerdì Santo nella
cittadina tirrenica.
Questi furono in appresso mantenuti vivi e gestiti dalle
confraternite, costituite in origine nel meridione per
iniziativa del ceto nobile e, quindi, fenomeno di élite,
caritatevoli associazioni laiche, popolari e di massa, poi,
operanti ad Amantea sin dal XIV secolo, il cui compito
preminente era quello di svolgere opera di mutuo soccorso e di
dare, nel vissuto, esempio di vita cristiana.
La
Confraternita della Madonna del Rosario,
nata per distacco dalla Congregazione della Beata Vergine,
sul finire del Cinquecento, ad opera dei marinai della galea
Luna de Napoles che avevano preso parte alla memorabile
battaglia di Lepanto (1571), ancora oggi e, con molta
probabilità, sin dalla sua fondazione si occupa di curare le
funzioni della Settimana Santa ed, in particolare, della
processione delle varette.
Considerato che a tutt’oggi questa ritualità conserva ancora la
sua valenza realistica, è facile coglierne il forte legame con
la spettacolarità del pensiero religioso medioevale che, con le
sue contraddizioni, andava maturando il grande scisma. |
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O popolo mmi deo ligat'alla culonna nun gé
nessuna donna e chi lo piangerà e chi lo piangerà. Vero figlio di
Maria il nostro Redentore piangimulu di core ca si lui
meriterà ca si lui meriterà |
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Gesù mio, con dure funi, come reo chi ti
legò?
Sono stato io l'ingrato, Gesù mio perdon pietà.
Gesù
mio, la bella faccia, chi crudele ti schiaffeggiò?
Sono stato io l'ingrato, Gesù mio perdon pietà. |
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O discepolo più caro del figliolo di Maria
fortunato tu seguisti l'orme tutte del Messia, ne
sentisti le parole tutte amore e verità.
... Prega tu che avesse Dio di noi miseri pietà |
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Miserere mei Deus: secundum magnam misericorgiam
tuam ... Amplius lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda
me ... Tibi solo peccavi, et malum coram te feci: ut
justificeris in sermonibus tuis, et vincas judicaris |
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Stabat Mater dolorosa luxta crucem lacrimosa dum
pendebat filius. O quam trista et afflitta fuit illa benedicta
Mater unigeniti Quis est homo qui non fleret, Matrem Christi si
videret in tanto supplicio |
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CURIOSITA'
I santarielli, ad esclusione della Veronica,
acquistata in tempi più recenti per completare le stazioni,
furono realizzati agli inizi del novecento dalla
ditta G. Malecore di Lecce, per interessamento dei
fratelli Vincenzo e Giuseppe Suriano, mentre il
Crocefisso è opera di artigiani altoatesini di Ortisei.
La Madonna Addolorata fu donata da Francesco
Carratelli, del patriziato di Amantea.
Vale ricordare come nei cuori degli amanteoti sia ancora vivo
l’affetto per il settecentesco crocefisso ligneo,
di bottega meridionale, trafugato da ignoti nella notte
fra il 21 ed il 22 ottobre del 1978.
L’anno successivo al furto sacrilego, suscitando non poca
commozione nella popolazione, fu portata in processione la sola
Croce.
Eccezionalmente, alcune varette che accompagnano
la processione del Venerdì Santo, unitamente ad altre statue di
Santi, a motivo di ringraziamento per lo scampato pericolo,
furono portate in processione all’indomani dell’evento
sismico dell’8 settembre 1905 che sconvolse la
Calabria. |
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Le foto sono state
gentilmente concesse dall'archivio fotografico Foto Bruno |
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Il percorso |
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Via Indipendenza
Via Dogana
Via Regina Margherita
Corso Vittorio Emanuele
Piazza Cappuccini
Via Nazionale
Corso Umberto I° |
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Canti
liturgici |
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Canti devozionali in vernacolo
Oji è Vènnaru Santu
Visitamu la ’Ndulerata
’A Madonna ppe maru jie
’U vènniru fu fattu ccu duluru
Cunsidera alla rivoglia
Jesu, Madonna, cchi coru facisti
La morta di Gesù, Maria s’offenne (l’affannu)
Dua monici
’U lamientu d’a Madonna
Ohimè cchi malu vènnaru
’U rilogiu
O populo, mmi deo
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O discepolo più caro
Gesù mio, con dure funi
O fieri flagelli
Oh! Fedeli se figli voi siete (Alla SS. Addolorata)
Stava Maria dolente
Già condannato è il figlio (A Maria Addolorata)
Ti saluto, o Croce santa
Inno alla Santa Croce
Canti in latino
Stabat Mater
Miserere
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Una
processione particolare
L’aroma del caffè che saliva
dal piano sottostante solleticava appena le
narici, facendomi dischiudere gli occhi che
repentinamente cercavano riparo sotto le coperte
per difendermi dalla luce che, a spicchi,
penetrava nella stanza, attraverso gli scuri
appena aperti.
Un altro odore, meno
accattivante del primo, pungente e fastidioso,
giunse a distogliermi da quel torpore, facendomi
saltare fuori dal letto.
La tromba in si bemolle, color
argento, riprendeva le sue antiche sfumature
mano a mano che il metallo veniva a contatto con
il panno di lana imbevuto di Sidol, … ed
erano appena le sei del mattino!
Era questo, un rito che si ripeteva oramai da
anni, propedeutico come era alla processione del
Venerdì Santo che di lì a poco avrebbe avuto
inizio.
La banda musicale cittadina, di cui mio
fratello faceva parte, in quell’ultima settimana
aveva tenuto le prove ogni sera ed anch’io,
incuriosito, mi accompagnavo a lui all’interno
della sala dei concerti, in quei giorni un po’
troppo angusta per contenerci tutti.
Ascoltavo con malcelata emozione le marce
funebri e, spesso, mi capitava di cambiare
repentinamente umore fino a ridere a crepapelle
a causa di qualche frase un po’ colorita,
giammai volgare, che era naturale ascoltare ogni
qualvolta il maestro interrompeva le prove per
interdire una nota maldestra che senza volerlo
aveva fatto capolino, proveniente dalla classe
degli ottoni. Quando l’incauta nota si ostinava
ad uscire fuori dalla campana dello strumento
più di una volta, il giorno appresso era
consuetudine leggere sullo spartito del
malcapitato esecutore, accanto alla battuta
incriminata, un enorme TACI !!! scritto a
carattere stampatello che incuteva timore ed
invitava al silenzio più assoluto.
Mentre mio fratello indossava la tradizionale
divisa nera stirata con cura la sera precedente,
a poche decine di metri, dall’altro lato della
strada, già vestito di tutto punto, con la sua
impeccabile camicia bianca, mastro Armando
Barone, dopo essersi confezionata
l’ennesima sigaretta con tabacco forte,
appoggiato con la pancia alla ringhiera del
balcone, metteva a punto il suo flicornino
a cilindri, affogando questi ultimi nell’olio
Singer per invitarli ad una maggiore
scioltezza, prigionieri com’erano di una miriade
di elastici che costituivano una personalissima
taratura della corsa degli ingranaggi, per
favorire, nelle sue intenzioni, un suono più
vellutato ed accattivante, proprio come la
solennità dell’evento richiedeva.
Di lì a qualche minuto fu possibile scorgere
i due mentre risalivano insieme ’a silicata
che passa dinanzi al monumento ai caduti della
Grande Guerra, per raggiungere la chiesa matrice
di S. Biagio, già affollata di gente.
Anch’io, nonostante la mia imperdonabile
lentezza, cercai di far presto e, poco dopo,
affacciato dal parapetto balaustrato del sagrato
della chiesa, godevo già dello splendido
panorama che nelle giornate più nitide consente
di osservare il pennacchio di fumo che si eleva
dalla sommità dello Stromboli.
Il tempo incerto aveva creato un po’ di
agitazione tra i confratelli della
Beata Vergine del Rosario, già vestiti
dell’abito penitenziale, con la corona di spine
sul capo in segno di una maggiore contrizione.
Molti, fra i vecchi marinai che ne facevano
parte, azzardavano previsioni sull’evolversi
delle condizioni atmosferiche, ma i troppi
pareri discordi, alla fine, ognuno per proprio
conto, cercavano conforto sul pronunciamento del
colonnello Bernacca, la sera prima, in
televisione.
In ogni caso, solo un cataclisma avrebbe
potuto impedire lo svolgersi della processione e
questo lo sapeva bene l’arciprete che,
relegatosi in sacrestia, fingendo indifferenza,
si guardava bene dall’avanzare ipotesi.
Mi immersi lentamente nella penombra della
chiesa scossa dai canti devozionali che le
donne, il cui impatto con la morte non conosce
mediazioni, innalzavano dinanzi alla figura
eterea di Maria Addolorata, splendida statua, la
cui naturalezza dei capelli sciolti, ex voto di
una fanciulla del luogo, le conferivano una
solennità ancora maggiore, se mai ve ne fosse
stato bisogno, rendendola creatura quasi umana,
nel suo terreno dolore.
Passai in rassegna tutti i santarielli,
in senso contrario a come li avevo visti da
bambino, invertendo il rapporto con la morte a
cui si arriva per gradi e per ognuno di essi
avevo un ricordo particolare che richiamava alla
mente un volto, una frase, un nome.
Il dolore cristallizzato, l’urlo trattenuto
che si leggeva sulle labbra semiaperte del
Cristo ligneo dall’alto della sua croce erano
senza tempo, prigionieri anch’essi
dell’eternità; non era un uomo che stava per
esalare il suo ultimo respiro, ma un dormiente,
anticipatore di un risveglio che la storia
avrebbe salutato come la Pasqua della
Resurrezione.
Non mi turbava la visione del sangue, di cui
le sue carni erano fin troppo cosparse, ma la
compostezza del corpo, nonostante gli spasmi che
un’avvenuta crocifissione conferisce a tutta la
persona. Elì, Elì … sembrava
invocasse ancora … Padre, Padre…;
poi, la voce greve dei bassi che intonavano il
Miserere mi rapì.
Un vento pungente e fastidioso che male si
coniugava con la primavera già inoltrata aveva
squarciato le nubi, lasciando intravedere un
rettangolo d’azzurro che faceva ben sperare.
Solo il mare, in lontananza, per nulla
intimidito dalla sacralità dell’evento, lasciava
trasparire la sua minacciosità e le onde,
increspandosi, innalzavano al cielo pennacchi di
spuma bianchissima.
Vi fu un breve consulto tra i confratelli,
interrotto bruscamente da una voce stentorea che
in modo perentorio ordinava loro di dare inizio
alla processione; poi, i santarielli
cominciarono ad uscire dalla chiesa,
accompagnati dal canto chiassoso dei fanciulli
che si facevano carico di trasportare le
varette loro riservate.
Sfilavano lentamente per la ripida gradinata
in un crescendo di commozione; tutto era
ripetitivo, oleografico, ma atteso, voluto.
Apparve, dunque, il Crocefisso, portato a
spalla. Nella sua crudele maestosità, dall’alto
del sagrato giganteggiava sulla folla, che
sembrava ammonire; fu poi la volta del Cristo
morto salutato mestamente dalle prime note che
la banda musicale cittadina gli tributava.
Veniva portato a braccia da quattro
confratelli e fra di essi, vestito di tutto
punto, immancabilmente, c’era Ntoni ’i Munnu,
sempre più curvo sotto il peso dell’età che
incalzava.
Per anni aveva sgomitato con altri fedeli per
quel posto in prima fila. Poter stare dietro la
testa del Cristo era divenuto l’inconfessabile
desiderio di tutto un anno, ed il tempo, con il
suo inesorabile fluire, aveva premiato la sua
tenacia perché gli altri, oramai, non c’erano
più.
Improvvisamente mi ritrovai con gli occhi
pieni di lacrime che in principio una sorta di
infantile pudore mi impedì di asciugare, poi,
all’apparire della Vergine Addolorata la
commozione aumentò e decine di candidi
fazzoletti fecero la loro comparsa fra le mani
dei fedeli.
Aveva ragione Enzo, si piange sull’uno per
ricordare l’altro e “l’altro”, in
questo caso, era mio padre, che tante volte,
ancor fanciullo, aveva stretto la mia piccola
mano nella sua conducendomi in processione,
sobbarcandosi spesso del mio docile peso,
quando, stanco, invocavo le sue braccia.
Tante volte mi aveva fatto vestire l’abito
tradizionale della
Confraternita di Maria SS. Addolorata, di
cui noi d’ ’a Taverna facciamo parte
ancora oggi, la sera del Venerdì Santo, quando,
prima che i Concili Vaticani rimettessero ordine
a tutta la liturgia, aveva luogo una processione
che altri non era se non la continuazione ideale
di quella mattutina.
Quell’anno in cui mi passò il testimone fui
da solo fra migliaia di persone, ed ancora oggi,
che di quel bambino non è rimasto più nulla, mi
porto dietro la solitudine di quel giorno
seguendo il Cristo morto con le mani in tasca
per paura di stenderle nel vuoto.
Un lungo corteo, dapprima silenzioso, si
allontanava dalla Chiesa Matrice verso
Catocastro; poi, gli adulti cominciarono a
disperdere nell’aria pungente i loro canti
devozionali, diversi fra loro a seconda della
varetta a cui si accompagnavano. La
pietas che si avvertiva nell’ascoltare lo
Stabat Mater era di una sconvolgente
drammaticità: Fac me tecum plangere / Fà
ch’io pianga con te… Fac me plagis
vulnerari / Fà ch’io sia ferito dalle
(sue) piaghe… Fac me cruce inebriari / Fà
ch’io sia inebriato dalla (sua) croce… E mentre
la processione proseguiva, eravamo rapiti dallo
sguardo della Vergine, il cui ampio mantello
nero, finemente ricamato a mano con filo di oro
zecchino, liberato dalle costrizioni, offrendosi
al vento, sembrava avvolgerci tutti, rendendoci
invisibili alla morte.
Mano a mano che si proseguiva lungo il
percorso abituale, la commozione aumentava e la
folla di gente posta ai lati della strada in
attesa di accodarsi al corteo processionale era
divenuta oramai una moltitudine colorata di cui
non era possibile tenere il conto.
Tutti erano
ansiosi di rivivere gli stessi sentimenti
provati negli anni precedenti e questo
costituiva un particolarissimo banco di prova,
perché se la riattualizzazione del lutto
per la morte del Nazareno dava luogo in termini
di commozione e di pàthos a ciò che si
era provato negli anni trascorsi, tutto questo
significava che una parte di noi stessi,
probabilmente la migliore, aveva recepito ancora
una volta il messaggio cristiano del trionfo
della vita sulla morte, mantenendo la promessa
di rinascita.
Era, infine, questo desiderio di elaborare
l’incubo della morte che teneva unita l’intera
comunità e che almeno in quel giorno, non ci
rendeva diversi l’uno dall’altro, sviluppando,
anzi, momenti di autentica socialità.
L’incenso, a contatto con le braci ardenti
del braciere posto sopra una sedia dinanzi alla
gghiésiella d’ ’i Furgiuele, sprigionò il
suo tipico odore facendo sollevare nell’aria una
nuvola di fumo sopportabile solo per alcuni
istanti, ed in quella nuvola dagli intensi aromi
fu fatto sostare per qualche minuto il Cristo
morto con il viso rivolto verso l’uscio
spalancato della piccola chiesa che lasciava
intravedere, nella penombra del suo interno, i
paramenti che rivestivano l’altare con i colori
del lutto.
Qualcuno, con il viso solcato dalle lacrime,
in cui era facile ravvisare il dolore per la
recente scomparsa di un proprio caro, associando
il lutto familiare alla morte del Cristo, si
avvicinò e depose un fascio di rose purpuree
sulla statua, baciandone i piedi.
Poi, il sussurrato salmodiare delle donne
salutò il ripartire lento del corteo
processionale.
Lungo il corso che apre
su
Piazza Cappuccini si raggiunse il massimo
della partecipazione popolare, e mentre le prime
varette erano state già deposte per terra
per una breve sosta, le ultime dovevano ancora
spuntare; si formarono così due cortei
paralleli, procedenti ognuno in senso opposto
all’altro, e quando lo spazio venne meno,
entrambi, si fusero, divenendo un’unica, grande,
fiumana umana.
I canti si rincorrevano mano a mano che le
statue si incrociavano e solo l’apparire di un
predicatore della grande famiglia francescana,
dall’alto di un balcone, mise temporaneamente
tutti a tacere.
Le sue furono parole infuocate; il frate, che
per l’intero periodo quaresimale aveva girato in
lungo ed in largo, affinando le armi della
dialettica, dapprima lanciò qualche anatema con
parole vibranti e piene di tensione morale, poi,
addolcì il timbro ed infine, quando capì che la
strada da percorrere era ancora lunga, come un
buon padre, benedisse e salutò tutti.
Continuando a camminare lungo l’ultimo tratto
della salita finale che conduceva alla Chiesa
Matrice, il corteo processionale, come un grande
albero a cui il vento autunnale sottrae ad una
ad una le foglie, perse molti dei suoi fedeli e
vi fu un calo emozionale che sorprese tutti per
un ampio spazio di tempo; solo in prossimità
della chiesa un velo di tristezza si riaffacciò
di nuovo nell’animo dei partecipanti e, quando i
santarielli stavano per risalire l’ampia
scalinata, si provò un comune senso di
soddisfazione per aver preso parte a quell’evento.
La sacra rappresentazione, materializzando,
dapprima, l’incubo della morte, lo aveva,
infine, respinto, elaborandolo. Fu allora,
mentre la banda continuava a suonare, che la
Vergine Addolorata, rivolta verso i fedeli,
ricevette l’ultimo, affettuoso saluto. Ebbi
appena il tempo di sfiorarle le vesti, poi, fu
di nuovo inghiottita dalla folla, mentre i
confratelli, rauchi e stanchi, le tributavano le
ultime strofe dello Stabat Mater di Jacopone da
Todi.
Antonio Furgiuele
(marzo 2003) |
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