UN "PONTINO" PER RIFUGIO

da "Orme" di Raffaele Senatore

(...) Quando suonava l'allarme, al Casello tutti sapevano come comportarsi. Nella grande casa accanto ai binari della ferrovia l'ambiente era tipico del tempo di guerra: fioche lampadine, ricoperte di una pennellata di vernice blu, rischiaravano a stento le stanze, nelle quali filtrava poca luce, poiché i vetri delle finestre erano stati schermati a loro volta con vernice scura e rinforzati con strisce di carta gommata. C'era l'oscuramento.

Se si annunziavano bombardamenti si correva, senza panico, né confusione al rifugio. Oh, i rifugi... io ne ricordo due: uno, forse il primo nel quale ci riparammo, era costituito dagli scantinati delle palazzine dei ferrovieri. Lì, negli ampi locali adibiti a lavatoi, si raccoglievano le otto famiglie che abitavano ciascuno dei due palazzi oltre ad occasionali ospiti.

A lungo andare, forse perché i bombardamenti si andavano facendo sempre più insistenti ed il numero dei rifugiati aumentava di giorno in giorno, accrescendo la promiscuità in maniera insopportabile, mio nonno escogitò un nuovo rifugio, un riparo monofamiliare. Si trattava di uno dei tanti "pontini", larghi non più di un metro e mezzo, sottostanti la ferrovia e buoni solo per far defluire le acque piovane e per far passare pedoni ed animali al pascolo da una parte all'altra della massicciata ferroviaria. Il nonno, avvalendosi della sua autorità di dirigente delle Ferrovie, ordinò di chiudere i due imbocchi di un "pontino" a sud del Casello, distante non più di duecento metri. I suoi operai in poco tempo eseguirono i lavori, utilizzando robuste traverse ferroviarie ed "arredando" l'interno con panche ed assi di legno.

Sotto il "pontino" correvano a rifugiarsi tutti i componenti la mia famiglia solo quando non c'erano treni in sosta o in transito sulla linea ferrata, un dato di cui il nonno disponeva con certezza assoluta. In tale circostanza il "pontino" era giudicato rifugio sicuro ed abbastanza comodo.

Quel rifugio mi divenne familiare al punto che dopo pochi giorni nella mia ingenuità di bambino incominciai a considerarlo quasi una seconda casa. Del resto tante volte lì, sotto quel pontino-rifugio, la nonna mi preparò la zuppa di pan cotto o la poppata di latte, munto di fresco dalla paziente capra, appositamente allevata per far fronte alle mie esigenze alimentari.

Per riscaldare il latte nonna Filomena adoperava una spiritiera, un fornellino con lo stoppino che pescava in un ser­batoio pieno di alcool e che col suo azzurrognolo fuocherello riusciva a scaldare le pappe di guerra di un bambino di poco più di due anni.

Le precipitose corse al "pontino non durarono Quando il nonno e mio padre furono "militarizzati per garantire la circolazione ferroviaria e, di conseguenza fu fatto loro obbligo dì "presenziare” la Stazione e gli altri impianti ferroviari, allora fu deciso che era giunto il momento di "sfollare" la famiglia. Accadde una mattina, ancora albeggiava. La piccola carovana di uomini e donne in fila indiana, gli uni con valigie di cartone in spalla, le donne con le mappe piene di biancheria in testa, camminando lungo margine secco del Catocastro, una fiumara che lambisce il Castello aragonese di Amantea, raggiunse in ore di marcia, quasi sempre in salita, Lago, un villaggio dell’Appenníno tirrenico, distante una dozzina di chilometri dalla costa, divenuta ormai infìdo campo di battaglia. (...) Home Su