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C'era una volta
L'Atletica
di
Pino Del Pizzo

 

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Sport e stagioni
Pensieri,ricordi e nostalgie...
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Pino del Pizzo
 
         
La forza della gioventù

Giancarlo De Luca

 

  LA RUBRICA VIENE AGGIORNATA PERIODICAMENTE
         
  Calcio  

Amantea come la Brescello di “Peppone e don Camillo
di
Ninuccio De Luca

  Amantea - Cosenza
Uno storico incontro di calcio
di
Ninuccio De Luca
         

C'era una volta...

L'Atletica

di Pino Del Pizzo

C'era una volta l'atletica... Erano tempi in cui i motorini erano veramente pochi, l'ozio ed i vizi non la facevano da padrone, il tempo libero veniva impegnato in maniera sana ed educativa.
Un paio di ROSANNA SURIANO VINCE PER DISTACCO LA GARA DEGLI 800 METRIscarpette, un pantaloncino ed una tuta comprata al mercatino costituivano l'attrezzatura indispensabile; le doti di ciascuno: tanta buona volontà, spirito di sacrificio, voglia di migliorarsi e di competere.
Si incominciava a gareggiare nella categoria "ragazzi gruppo c" (under 10) prima di passare nelle categorie superiori.
Amantea, nell'atletica, non aveva rivali nella provincia di Cosenza e riusciva a confrontarsi alla pari con le forti società del Reggino che vantavano una tradizione consolidata.
Nelle discipline più tecniche, per decenni, gli atleti amanteani non ebbero rivali e, non a caso, a conquistarono tutti i record di categoria specie nel salto in alto (maschile e femminile) e negli ostacoli femminili.
Grandi soddisfazioni venivano anche dal mezzofondo, soprattutto nelle categorie "ragazzi" e "ragazze" dove Amantea primeggiava sia a livello individuale, sia a squadre, così come nelle finali regionali dei "Giochi della Gioventù".
Negli annnuali dell'atletica Calabrese figuravano centinaia di campioni provinciali, decine e decine di campioni regionali, record continuamente migliorati (alcuni dei quali- a decina di anni di distanza- resistono ancora), presenze significative su campi e piste di tutta l'Italia, con risultati lusinghieri (e anche da podio) nei campionati Italiani di categoria ed assoluti.
La continua lotta contro la mancanza di strutture e di mezzi ha, però, costretto l'atletica Amanteana alla resa: restano soltanto bellissimi ricordi ed epici gesti sportivi.
C'era una volta l'atletica leggera ad Amantea...
C'erano una volta ragazzi e ragazze, giovani e giovanette, che riuscivano a trovare la gioia nell'allenamento quotidiano in attesa dell'evento nel quale gettavano sempre tutto il loro cuore.
Dal campione al rincalzo, tutti davano quanto potevano, più di quanto potevano, spesso senza nemmeno ricevere in cambio una piccola medaglia ricordo.
Forse, un giorno, avremo le piste di atletica..., ma allora avremo ragazzi come quelli?

* * *


Vi proponiamo un'immagine emblematica di una ragazzina (ora impiegata di banca) che si appresta a tagliare vittoriosa il traguardo di una gara di 1000 metri... Pur avendo dato un distacco immenso sugli avversari,  seguendo gli insegnamenti etici dello sport,  continuava a gareggiare contro il tempo e contro se stessa (la foto è stata scattata in occasione del "trofeo S.Francesco a Spezzano della Sila nel settembre 1979).
In quella manifestazione, oltre alle squadre della regione, partecipavano ragazzi del Friuli, post terremoto (6 maggio 1976). I nostri atleti vinsero tutte le gare e conquistarono tutti i trofei che, dopo la premiazione furono consegnati agli atleti friulani.
Anche questo insegnava lo sport!

ALCUNE IMMAGINI D'ARCHIVIO
ragazzi gruppo c (inferiori a 10 anni) prima di una gara di velocità sui 50 metri eugenio porcella vincitore di una gara dei 100 metri (1968)
maria rita natalino (categoria allieve - 15 anni) supera l'assicella a m. 1,53 pino posteraro nella gara nazionale "Trofeo invernale di Marcia"
regionali corsa campestre 1979 - soverato-  con il presidente Panetta, l'allenatore Pino Del Pizzo e gli atleti Donatella Nardelli, Raffaele Pagliaro (Aki Bua) Salvatore Politano e Salvatore Tovelli la formazione della CSA alle finali nazionali di Bari 1980 : XX (getto del peso), C.Provenzano (1000 m.), M.Ragusa (2000 m.), M.E.Del Pizzo (salto in alto), G.Currenti (salto in lungo), I.Facoltoso (1000 m.), F.Amantea (100m.), G.Capraro (staffetta), C.Caterina (lancio disco), C.Capraro (lancio palla).

Album dei ricordi

Le nostre piccole olimpiadi

di Pino Del Pizzo

I pomeriggi trascorsi in palestra o lungo il circuito del "Catuso", le lunghe ore di allenamento, il sudore e ipartenza da amantea degli atleti per partecipare alle finali dei giochi della gioventù a roma  (1971) sacrifici talvolta di anni, avevano un obiettivo preciso: riuscire a conquistare un posto per la grande avventura della finale Nazionale dei "Giochi della Gioventù", la manifestazione sportiva più importante dell'anno e della carriera dei giovanissimi atleti al di sotto di 14 anni.Regina dei "Giochi"  era l'atletica, per la qualità e la quantità dei partecipanti che arrivavano alle finali nazionali, in rappresentanza di tutte le province italiane,  dopo aver superato numerose selezioni primeggiando nelle varie fasi (comunali, provinciali e, talvolta, regionali). Nella nostra provincia, sin dalle prime edizioni, Amantea era la squadra da battere e forniva il maggior numero di finalisti sia in campo maschile che in campo femminile.
Il conto alla rovescia iniziava almeno un anno prima. Gli atleti, oltre alla necessaria idoneità fisica, dovevano mostrare impegno, puntualità, applicazione, volontà e concentrazione che sapientemente venivano maturati con l'attesa, con gli esercizi, con le prove ripetute, con le gare di avvicinamento all'evento.
La fase Nazionale dei "Giochi" era come un'Olimpiade in miniatura: cerimonia di apertura e di chiusura, gare, premiazioni, manifestazioni collaterali, alloggio in grandi strutture alberghiere o turistiche nelle quali si socializzava con gli atleti delle altre rappresentative. Tutto in un clima disteso di festa vissuto nel vero senso Decoubertiano:"importante è partecipare, non vincere".  
Al ritorno, ognuno aveva da raccontare la sua storia, la sua gara, la sua esperienza, le sue amicizie.froma 1982- atleti finalisti giochi della gioventù:dall'alto a sinistra- Pagliaro, Capraro G., Palermo F.,Cordiale M.E., Capraro C.,- in basso da destra: Natalino I.,Menichino L., Facoltoso I. Racconti che alla realtà mescolavano il fantastico, ma che rappresentavano il miglior veicolo per avvicinare all'atletica altri giovanissimi desiderosi di misurarsi con se stessi e con gli avversari.
Anno dopo anno, per tanti anni, sulle pedane, sulle piste e sui circuiti di corsa campestre,  si sono alternati i nostri atleti e le nostre atlete che hanno illustrato il nome di Amantea con prestazioni decorose, talvolta anche di vertice, sempre improntate alla massima sportività, frutto di un "modus vivendi" acquistato facendo sport e che ha contribuito alla formazione di personalità forti, generose, leali e laboriose.  Una formazione che ha lasciato il suo segno e che li caratterizza nel lavoro, nella famiglia e nel sociale. Molti di loro non hanno vinto medaglie ai "Giochi", quasi tutti, però, hanno portato il loro bagaglio di valori nella competizione più importante: la loro vita.
Pino Del Pizzo

Nella foto in alto: La partenza dei nostri atleti per la Finale Nazionale dei Giochi di Roma 1971. Da sinistra: Carmelina Pagliaro (fondo), Aldo Ponti (Salto in alto), Salvatore Giardina (peso), Graziella De Fina (alto), Ornella Speranza (peso).
Nella foto in basso: Le nostre atlete partecipanti alla finale Nazionale di Roma 1982 ( In alto da sinistra): Rosellina Pagliaro (staffetta 4x100),Carmela Capraro (lancio della palla di gomma), Filomena Palermo (staffetta 4x100), Maria Elena Cordiale (salto in lungo), Giovanna Capraro (staffetta 4x100), (in basso da sinistra) Irene Natalino (peso e staffetta 4x100), Lucia Menichini (alto), Isabella Facoltoso (fondo)

Sport e… stagioni

Pensieri, ricordi e nostalgie

di Donatella Nardelli

GLI ALLENAMENTI

Ho iniziato gareggiando per la “Polisportiva Marcello De Luca”. Ci allenavamo alle scuole elementari di Via Baldacchini, l’unica palestra disponibile ad Amantea.

Con i miei compagni di squadra dividevo molte ore della giornata. Nel gruppo c’erano anche i ragazzi, marciatori e mezzofondisti.

Mai come allora ho “respirato” il profumo delle stagioni.

La vita in città è frenetica e non sempre ci si rende conto che le stagioni cambiano.

Un momento di relax: da sinistra: Lucia Catellino. Luisa Perna, Donatella NardelliIn quel periodo invece le stagioni si avvicendavano con le nostre corse nei campi in direzione “d’u Catusu”, tappa giornaliera per iniziare il riscaldamento.

Ricordo ancora gli alberi in fiore durante la primavera, i gelsi che mangiavamo di nascosto dai contadini mentre raggiungevamo il campo sportivo, il grano che primeggiava nei campi nel sole caldo di giugno, le mietiture, l’estate che ci costringeva a sacrificare qualche bagno al mare per non perdere le energie che con tanti sforzi conquistavamo durante l’inverno.

E poi la pioggerellina autunnale che non ci faceva demordere dai nostri allenamenti quotidiani, le corse intorno alla palestra delle scuole elementari di Via Baldacchini, quando proprio non riuscivamo a raggiungere il campo sportivo di Amantea a causa del freddo.

Sostenevamo prove estenuanti su strada, oppure prove ripetute sulla SS 18, dove era più facile contare i chilometri, o sulla sabbia, verso la via del ritorno che costeggiava il mare e passava dietro al “Residence”. Quando avvistavamo quella costruzione, sapevamo di essere vicini alla palestra e la nostra stanchezza, come per incanto, diminuiva.

Con molta nostalgia ricordo che riuscivamo a percorrere giornalmente 12 chilometri.

Certo ci sono voluti anni di allenamento e di sacrifici. Oggi, dopo due piani di scale a piedi, ho già il fiatone.

LA MIA PRIMA GARA

Ricordo ancora la mia prima gara a Cosenza. Avevo 11 anni e dovevo sostituire una compagna di squadra che si era infortunata. Era una corsa campestre che mi ha portato a raggiungere, con grande sforzo, il 3° posto facendomi vincere la mia prima medaglia!

In realtà non avrei dovuto partecipare e fino all’ultimo giorno non mi avevano detto neanche che avrei dovuto sostenere una gara.

Ancora non sapevo che sarei diventata una mezzofondista. In quel periodo, infatti, mi allenavo solo per acquistare forza fisica. Ero molto magra e lo sport mi era stato consigliato dal mio medico, come rimedio per sviluppare l’appetito. Dopo un anno d’assidua frequentazione in palestra, qualcuno notò che, nonostante la magrezza, ero molto resistente alla fatica. Cominciò quindi la fase di “studio” da parte del mio allenatore, Roberto de Luca che, nel corso dei mesi, valutò la specialità per me più appropriata.

Foto di gruppo

Avevo provato con il salto in lungo, ma non ero assolutamente in grado di saltare oltre i 3 metri. Con il lancio del peso, ma non avevo sufficiente forza nelle braccia. Con il salto in alto, ma, dopo aver vinto la paura dell’asticella, sono riuscita a saltare solo 138 cm. C’erano altre ragazze, molto più dotate di me, che riuscivano a raggiungere risultati migliori. Ricordo Maria La Vergata e Sandra Casella nel lungo, Maria Rita Natalino nell’alto, Tiziana Veltri e Antonella Viola negli 80 metri.

Con Roberto ci allenavamo spesso sulla salita di “Pantalìa” o sulle scale che portano alla chiesa di “S. Bernardino”.

Che fatica! Ricordo gli “skips”, i balzi, i saltelli, le prove ripetute e la voglia di fare sempre, sempre di più fino ad arrivare in cima alla salita.

Fu proprio Roberto che mi propose per la sostituzione di una mia compagna che, proprio il giorno della gara, era ammalata. Tutto si decise all’ultimo minuto, con mia grande agitazione.

La gara era una campestre e si disputava a Cosenza. Era una domenica invernale piovosa e fredda. Andai in macchina con Rino Baldacchini, che ricordo ancora con tanto affetto e nostalgia, e due miei compagni di squadra.

Per tutto il viaggio Rino cercò di non farmi pensare alla gara che avrei dovuto sostenere. Mi fece distrarre chiacchierando del più e del meno fino a quando non arrivammo a Cosenza.

Prima di registrarmi dal giudice di gara, mi spiegarono la strategia che avrei dovuto seguire. Mi dissero che tutto si decideva sulla linea di partenza dal momento che le concorrenti, per guadagnare posizione, non esitano a sgomitare proprio per guadagnare terreno e che avrei dovuto cominciare a difendermi dalle avversarie proprio alla partenza.

Gareggiava con me Luisa Perna. Mi dissero quindi di non perderla d’occhio, poiché era più esperta di me, e di seguire lei. L’avrei vista di sicuro perché era più alta di me. Il percorso nelle corse campestri, infatti, è molto vario e spesso non agevole. Inoltre quello che si guadagna sulla linea di partenza, mi spiegarono, si mantiene strada facendo.

Donatella durante una gara regionale di corsa campestre

Erano circa 3 o 4 Km, non ricordo con esattezza.

Quello che ricordo con terrore è stata la partenza.

Allo sparo della pistola non riuscivo più a capire che direzione prendere. Tutte mi venivano addosso. Qualcuna cadeva ed era calpestata senza pietà dalle altre. Non ho mai visto tanta cattiveria in ragazzine così piccole. Per conquistare le prime posizioni ho ricevuto parecchie gomitate, ma posso affermare che da quella gara ho imparato a difendermi, anche negli anni successivi. E’ una questione di sopravvivenza. Se nuoti, hai qualche possibilità di salvarti.

Mentre correvo, vidi la maglietta a strisce di Luisa e mi accorsi che, senza troppa fatica, si faceva spazio tra le atlete. E’ stata la mia salvezza. L’ho seguita superando e sgomitando fino a quando non ho raggiunto le prime posizioni.

Non ero sufficientemente allenata per sostenere uno sforzo così grande. Ricordo che alla vista del traguardo mi mancarono le forze e, proprio negli ultimi 100 metri, mi stavo fermando. Ma non ho potuto perché i miei compagni di squadra, fermi ai bordi del percorso, mi incitarono con una tale energia che non ho potuto deluderli. Ho raggiunto il traguardo guadagnando la terza posizione.

Da quel momento ho capito quanto è importante concludere una gara, cercando di arrivare al traguardo con almeno un minimo di forze a disposizione e com’è bello sentirsi parte di una squadra.

I miei allenamenti, dopo quella gara, si fecero sempre più frequenti e “mirati” per dare il massimo nelle competizioni successive.

IL MIO ALLENATORE

Lo sport mi ha insegnato molte cose: a sostenere grossi sforzi fisici, a contare solo ed esclusivamente sulle mie forze, a non arrendermi alle prime difficoltà, a raggiungere il traguardo a qualunque costo.

Donatella con Pino Del PizzoMolti di questi insegnamenti li devo al mio allenatore, il Professore Pino Del Pizzo, che mi ha sempre spronato a dare sempre il meglio di me stessa, senza mai arrendermi.

Devo a lui la vittoria della finale regionale che mi ha portato a Pisa. Una vittoria che mi è costata fatica sia dal punto di vista psicologico, perché ho “dovuto” battere la mia amica Luisa Perna per la classificazione alle finali, che da quello fisico, perché ho sostenuto allenamenti estenuanti anche in estate per riuscire ad acquistare la forma entro i primi di settembre.

Il Professore Del Pizzo mi ha fatto amare lo sport fin dai primi allenamenti ed è sempre riuscito a tirare fuori il meglio di me.

Non ero particolarmente dotata fisicamente, questo me lo ripeteva spesso, ma mi diceva anche che avevo una gran forza di volontà che mi consentiva di combattere fino in fondo.

Gli allenamenti erano centrati principalmente sulla resistenza. Successivamente cominciai anche a potenziare le gambe per rendere di più negli scatti finali delle competizioni.

Spesso mi faceva allenare anche sulla strada che portava a Lago. Lui era sempre in motorino e ci faceva strada per consentirci di percorrere lunghi tratti in discesa che avrebbero migliorato la “falcata” delle gambe.

I suoi insegnamenti tattici e la carica di fiducia che sapeva infondermi, uniti ad estenuanti prove ripetute, mi hanno fatto raggiungere i risultati sperati, tra i quali la qualificazione ai Campionati Nazionali assoluti di corsa Campestre a Treviso, disputati in un ippodromo fangoso e impercorribile al fianco di atleti di vertice mondiale come Gabriella Dorio e Franco Fava.

LA MIA AMICA/RIVALE

Luisa Perna dopo una premiazione

Ricordo la mia amica Luisa Perna con cui mi sono allenata per anni.

La nostra specialità era il “mezzofondo”. Gareggiavamo insieme sia nelle corse campestri sia in quelle su pista (800, 1000 e 1500 metri).

Per anni abbiamo conquistato il 1° e il 2° posto.

Lei arrivava sempre prima, io seconda.

Luisa ed io andavamo in palestra sempre insieme. Abitavamo vicino e molto spesso passavo a chiamarla. Durante il tragitto chiacchieravamo del più e del meno.

Luisa mi ha sempre dato degli ottimi consigli anche per la scuola.

Consigli che ho sempre seguito, visto che al Liceo Scientifico avevamo gli stessi professori.

Prima di sostenere una gara “studiavamo” insieme le avversarie e adottavamo qualche strategia per intimorire quelle che ritenevamo più forti.

Ormai conoscevamo tutte le atlete della Calabria e le loro capacità atletiche.

Il nostro chiodo fisso era Francesca Lugarà, un’atleta di Reggio Calabria che incontravamo in quasi tutte le competizioni regionali. Credo fosse più grande di noi, non ricordo bene. Era una ragazza molto carina, ma anche molto forte fisicamente. Aveva una grande resistenza ed una straordinaria potenza nelle gambe.

Luisa Perna durante una gara

Con Luisa si era ormai instaurata una “complicità” di squadra che ci faceva vivere con meno tensione le competizioni.

Contrariamente a quanto si possa pensare, io non ero invidiosa della sua bravura. Durante le gare non pensavo minimamente di dovermi “piazzare” prima di lei.

Era la mia compagna di squadra, la mia amica, non la mia “rivale”. Era molto dotata fisicamente: gambe lunghe, alta e slanciata. Aveva anche molto fiato e questo la rendeva imbattibile.

Era solo meno veloce nel finale della gara: questo mi permise di vincere una fase regionale e di qualificarmi alla finale nazionale di Pisa (1977).

Quella volta, il nostro allenatore, Pino Del Pizzo, che conosceva i nostri pregi ed i nostri punti deboli, con lealtà verso entrambe, durante l’ultima fase del riscaldamento, ci spiegò – palesemente – la tattica che ciascuna avrebbe dovuto tenere in gara per puntare alla vittoria.

Raccomandò alla mia amica/rivale di mettercela tutta per staccarmi se non voleva correre i rischi di una volata finale. A me disse di tenere duro: negli ultimi metri avrei potuto far valere la mia capacità di sprintare.

Foto di gruppo dopo una vittoria:Donatella Nardelli, Maria Rita Natalino, Tiziana Veltri, Luisa Perna

Subito dopo lo sparo dello starter Luisa prese la testa e, sotto la sua azione, il gruppo ben presto si sgretolò.

Ancora una volta restammo solo noi due: Luisa imponeva un ritmo sostenutissimo, ma io stringevo i denti e non le concedevo più di due o tre metri…

Quando giunse il momento in cui avrei dovuto sferrare l’attacco finale, non ero più tanto sicura di volere la vittoria.

A togliermi ogni dubbio fu la voce del mio allenatore che mi incitava: “Vai Donatella” e il tono non era solo uno sprone, era un comando al quale mi sorpresi nel rispondere con insospettata energia.

Allungai la falcata e affiancai la mia amica nell’ultima curva.

Dopo una breve resistenza, Luisa – quasi incredula - cedette di colpo mentre io volavo, ormai irraggiungibile, verso il traguardo.

La sensazione che provai all’arrivo però era molto strana.

Mi sentivo triste e sconfitta, anziché vincitrice.

Mi sembrava di aver tradito un’amica.

Per fortuna intervenne ancora una volta il prof. Del Pizzo che, dopo averci raggiunto correndo dal bordo campo, prima abbracciò Luisa, lodandola per la bella gara sostenuta e per la sportività con cui aveva accettato la sua prima sconfitta, poi abbracciò me esortandomi ad assaporare la gioia della vittoria che avevo meritata con la tenacia, la volontà ed i faticosi allenamenti sostenuti durante l’estate.

LA PRIMA VITTORIA DELLA C.S.A. E’ LEGATA AL MIO NOME

Premiazione dei Campionati Regionali di corsa campestre (1979)La C.S.A. nacque dalla scissione dalla Polisportiva “Marcello De Luca” e per quelli che vi aderirono aprì una nuova condizione di atleti.

Ci sentivamo coinvolti pienamente per fare emergere la nuova Società e collaboravamo tutti con lo stesso spirito perché questa riuscisse ad affermarsi.

Eravamo poche persone, ma affiatate e collaborative.

Ricordo ancora la scelta dei colori delle tute da ginnastica: bianche e rosse con lo stemma dei due delfini. Quella scelta ci impegnò per parecchi giorni. Tutto si decise in un pomeriggio invernale all’interno della nuova sede della CSA presa in affitto alla “Calavecchia”.

Le nostre indecisioni riguardavano sostanzialmente i colori da adottare (i pantaloni rossi o bianchi?… quante strisce sul lato esterno dei pantaloni?).

Anche le competizioni assumevano un altro significato.

Tutti si sentivano in dovere di dare il massimo per portare avanti un progetto comune.

Vincere assumeva un concetto completamente diverso: serviva a guadagnare punteggio per la nuova Società. Spesso ci siamo trovati anche a competere sui campi di atletica con i nostri compagni della Polisportiva De Luca, e questo ci spronava a lottare maggiormente.

Ecco perché non dimenticherò mai il giorno in cui vinsi, per la nuova Società, la prima coppa.

La gara era una corsa campestre disputata nell’anno 1979. Avevo sedici anni. Credo si svolgesse a Catanzaro Lido, ma non ricordo bene.

Campeggiano nei miei ricordi i campi di bergamotto che abbiamo dovuto percorrere ed il profumo intensissimo che ci ha accompagnato per tutto il tragitto.

LA MIA PRIMA GARA NAZIONALE

La mia prima Gara Nazionale l’ho disputata a Pisa. E’ stata una bellissima esperienza. Era la prima volta, infatti, che mi trovavo con tantissimi atleti provenienti da tutta Italia.

Treviso: Donatella e Luciana Catellino (Finali Nazionali di corsa campestre)In quelle situazioni si fa presto a fare amicizia e con alcuni di loro ho intrattenuto anche lunghe corrispondenze, come quella con Francesco Panetta (1), atleta calabrese della Polisportiva di Siderno, che ho conosciuto proprio in quell’occasione.

Durante la nostra permanenza a Pisa ci divertimmo molto passando quasi tutto il tempo a nostra disposizione tutti insieme, non pensando che quegli stessi atleti con cui condividevamo le nostre serate, uno dei prossimi giorni sarebbero stati i nostri avversari sul campo di gara.

Gli allenamenti si tenevano la mattina, ma la sera eravamo liberi di uscire per le vie della città per distrarci.

La sera, prima del giorno della finale, uscimmo tutti per fare un ultimo giro per quella bellissima cittadina.

Eravamo tristi perché saremmo dovuti partire la sera dopo, ma per niente preoccupati per la gara che si disputava l’indomani.

La nostra giovane età ci fece “sfuggire” allo sguardo vigile degli accompagnatori che volevano che rispettassimo alcune regole, una delle quali era quella di non ritardare l’orario di rientro, decretato per le ore 22.00, in previsione degli impegni agonistici del giorno successivo.

Durante la nostra passeggiata per le vie del centro di Pisa non ci stancammo eccessivamente. Eravamo tutti atleti e soprattutto dei buoni camminatori. Comprammo tanti piccoli souvenir e, all’orario stabilito, ci avviammo verso l’albergo ubicato appena fuori Pisa.

Durante il tragitto qualcuno propose di giocare a “ruba bandiera”.

Non fu un’idea molto felice.Donatella Nardelli

Eravamo quasi tutti mezzofondisti, quindi rincorrerci ci costò una perdita d’energie che pagammo l’indomani nel corso della gara.

Chiaramente nessuno di noi disse niente ai propri accompagnatori e questi ultimi attribuirono all’emozione le nostre défaillances.

(1) Francesco Panetta divenuto in seguito Campione Italiano e uno dei migliori fondisti di sempre.

 
"Il canto del cigno" è un modo per indicare l'ultima espressione degna di nota di una carriera o di una vita professionale o artistica .
Il canto del cigno

Campionati Italiani di Corsa Campestre
Orvieto 1983

di Pino Del Pizzo

Il progetto

Era un progetto nato per caso nella mia mente, ma a poco a poco aveva acquistato consistenza, specificità nei contenuti, nella metodologia e nell’adeguatezza degli stimoli.

Tutto era cominciato dalla lettura di una di dispensa di “Atletica Studi” nella quale si parlava delle nuove tecniche di allenamento degli atleti basate su carichi di lavoro collegati ai bio‑ritmi individuali.

Le appassionanti letture, i confronti con tecnici nazionali, la voglia di sperimentare, ben presto mi portarono alla ricerca di un gruppo che fosse capace di sostenere, nel tempo e con impegno, la programmazione a lungo termine necessaria per disputare i Campionati Nazionali a squadre di corsa campestre, riservati alla categoria ragazzi, che si sarebbero dovuti tenere tre anni dopo.

Così, fra gli alunni della scuola elementare dove insegnavo e gli allievi del Centro Olimpia, cominciai uno “screening” fondato su parametri pragmatici che, ben presto, dovetti abbandonare per le pochissime possibilità di scelta che mi venivano offerte dal “parco” atleti.

Non trovando di meglio, e quasi per caso, incominciai ad allenare Alex, un bambino di 11 anni, filiforme, ma forte e tenace, disponibile, attento, partecipe e collaborativo.

Fu il primo ed unico “discepolo”.

Dopo vari tentativi di aggregazione e di allargamento del gruppo (per la finale occorrevano tre atleti), di comune accordo con il fedele Alex, riuscimmo a convincere suo fratello Antony (10 anni) a partecipare all’esperimento ed, in mancanza di meglio, aggregammo Valentino (9 anni).

Sulla carta la squadra era fatta, almeno nel numero!

Ora bisognava lavorare sulle motivazioni e sulla distribuzione dei carichi di lavoro soprattutto in considerazione della differenza d’età, delle caratteristiche morfologiche, del patrimonio motorio di base.

In fondo mancavano solo tre anni alla gara!

L’importante era fare in modo che in tutta questa attesa non calasse la motivazione e che la graduale maturazione giungesse a compimento possibilmente nel periodo più vicino alla finale agognata.

I componenti

Alex

Alex era una sicurezza.

Mi stupiva per l’acume tattico e per il sapiente dosaggio delle forze, per la sua capacità di autoregolare i suoi ritmi ad un’andatura che gli consentisse la massima efficienza mantenendosi sotto la soglia massimale dello sforzo.

I suoi gradi di “capitano” gli erano stati riconosciuti, soprattutto, per la disponibilità con i compagni per i quali era fonte di continui stimoli ed incoraggiamento.


Antony

Antony era il genio e la sregolatezza.

Molto umorale, era capace di esaltarsi esprimendo potenziali insospettabili, ma anche pronto a “battere la fiacca” e a defilarsi appena possibile.

Pur essendo assiduo negli allenamenti, non riusciva a concentrarsi e a motivarsi sufficientemente per garantire un impegno di lavoro costante e piramidale.

Antony era fatto così: prendere o lasciare… e noi non potevamo lasciare.


Valentino
Valentino, smessi ben presto i panni del pulcino, si era trasformato in un “galletto” da combattimento che, giorno dopo giorno, andava strutturando il miglior fisico del terzetto.

Aggressivo, caparbio ed indomito, spesso era portato ad eccedere ed era necessario arginare la sua esuberanza.

Peccato che fosse due anni più piccolo, peccato che non ci sarebbe stata un’altra occasione con lui più maturo.

 

Gli allenamenti

Gli allenamenti scorrevano con il loro ritmo che non teneva conto del calendario, delle festività, delle condizioni metereologiche.

Le tabelle venivano modificate, corrette, adeguate, ma tutto procedeva in perfetto riferimento con la programmazione iniziale.

Centinaia di Km su percorsi via via più difficili, ritmi sempre più sostenuti, potenziamenti adeguati, esercizi per il miglioramento degli appoggi in funzione di una migliore dinamica della corsa, prove ripetute fino alla nausea…

Il locale della doccia (quando avevamo la palestra) era il luogo dei commenti, il “confessionale” delle sensazioni, delle paure e delle speranze, il momento della verifica, dei suggerimenti e delle proposte, prima dell’arrivederci al prossimo allenamento, avendo buttato alle spalle la fatica ed il sacrificio e rinnovato la gioia di riprovare, di ritentare, di gettare il proprio corpo e il proprio cuore al di là di un altro decimo di secondo di sofferenza e di tripudio.

Le gare regionali

Le corse campestri, a carattere provinciale e regionale, non avevano più storia per gli atleti della C.S.A. che, oltre ai tre “eroi”, contavano altri comprimari di assoluto valore.

Non era raro vedere all’arrivo uno sprint fra cinque o sei maglie bianco‑rosse… e non solo in campo maschile!

Eravamo coscienti delle nostre potenzialità, sapevamo di aver lavorato bene, ma aspettavamo il giorno della verità, un tempo così lontano, ma che inesorabilmente si avvicinava, incombente e carico di dubbi, di timori, di incertezze.

Superate tutte le eliminatorie preliminari e affrontati tutti i test clinici di rito (analisi del sangue e delle urine, cardiogrammi sotto sforzo, spirometria, radiografie ecc.), incominciò il conto alla rovescia.

Alex ostentava sicurezza, Antony fingeva di “fregarsene”, Valentino aveva voglia di spaccare tutto.

Il momento della verità

Orvieto - panorama

Gli atleti mi avevano preceduto di due giorni; perciò, appena sceso dal treno, mi recai sul campo di gara poco distante dalla stazione ferroviaria di Orvieto.

Il cielo illuminato dalle prime fioche luci dell’alba minacciava quella neve che poi avrebbe afflitto gli atleti nel corso delle gare.

Lungo la stradella di campagna che portava al campo sportivo, centinaia di atleti imbacuccati già avevano iniziato il riscaldamento mentre lungo il percorso venivano alzate le ultime transenne.

In quella pianura ricca di vigneti e di bruma, a pochi passi da un’ansa del fiume Tevere, si era dato convegno il fior fiore del mezzofondo Italiano di categoria: 300 atleti in rappresentanza delle 100 squadre campioni di ciascuna provincia Italiana, degli Italiani in America, degli Italiani nell’U.E.

Atleti omogeneizzati, alti, possenti, preparati e… tracotanti.

Dove si erano cacciati Alex & C. ?

Li trovai seduti e infreddoliti, trepidi, spaesati… non avevano assorbito la mia forzata assenza nei giorni precedenti la gara.

Sapevano che me lo aveva impedito la cattiveria e l’invidia di chi aveva fatto annullare all’ultimo momento la mia nomina di accompagnatore della squadra adducendo motivazioni formalmente valide, anche se moralmente deprecabili, ma loro erano rimasti soli, proprio quando avrebbero avuto più bisogno di me.

Appena mi videro mi furono addosso: ci guardammo negli occhi e fummo subito pronti ad affrontare il momento della verità.

La gara

Il primo a gareggiare fu Alex che dovette scontrarsi con tutti i vincitori delle fasi provinciali.

La sua fu una gara meravigliosa per impegno e per tattica.

Superati i primi 200 metri cruciali dopo la partenza, cominciò lentamente a risalire posizioni, senza spingere molto, ma aumentando gradualmente l’andatura.

Fra la foschia si intravedeva la sua maglia bianco‑rossa in rimonta, …30° …25° …20° …15°… poi l’ultimo decisivo sforzo prima dell’ingresso nel campo sportivo.

Il piccolo “Davide” calabrese di Amantea contro i giganti “Golia” del mondo.

…10° …5°… un’ultimo guizzo.

Il primo ed i secondo erano imprendibili, ma Alex riescì a mettere il suo petto avanti a tutti gli altri: era terzo… e piangeva di gioia.

La seconda manche vedeva in gara Antony che, nonostante tutte le suppliche e gli incitamenti, anche quella volta non si contraddisse…

Da “lord inglese”, partì al piccolo trotto e parve interessarsi più del panorama che della gara.

Navigò nelle ultime posizioni del gruppo, forse addirittura trovò il tempo di conversare con i concorrenti rivali.

Dal nostro punto di osservazione io ed Alex lo stramaledicemmo, mentre anche Valentino, che stava completando la sua fase di riscaldamento, osservava furibondo la “passeggiata” di Antony.

Sapevamo che la classifica finale sarebbe stata stilata in base ai piazzamenti dei tre concorrenti… e, all’improvviso, se ne ricordò anche Antony.

Lasciò in tronco i suoi compagni “di salotto” ed iniziò una di quelle sue galoppate fantastiche.

Il gruppo era sgranato in lunga fila indiana: il primo aveva oltre 500 metri di vantaggio.

La rimonta di Antony fu travolgente: si “bevve” uno dopo l’altro decine di concorrenti, attaccò senza risparmio fino all’ultimo metro… e giunse al traguardo… quasi fresco, ma solo 25°!

Io ed Alex non avemmo il tempo di affogarlo immediatamente (come avremmo voluto) e tacitamente rimandammo l’esecuzione a dopo.

Infatti, stava per partire l’ultima manche nella quale era impegnato Valentino.

Incrociamo le dita: Valentino era forte, poteva farcela.

Lo sparo dello starter scatenò gli ultimi 100 atleti nella prateria Orvietana.

Valentino, partito come una missile, dopo 100 metri era già in testa…

Poi, improvvisamente lo vediamo fermarsi, toccarsi il petto, guardarsi intorno…

Maledizione: ha perso il numero di pettorale!

Allora ritorna indietro, recupera il pettorale, lo indossa e riparte con più rabbia e veemenza di prima.

L’ultimo atleta era già scomparso dietro i vigneti, Valentino ormai era tagliato fuori.

Non si vedevano più i podisti nascosti dalla collina.

Nello sconforto decidemmo che fosse giunto il momento di pensare ad Antony (magari con gli interessi per quello che era successo a Valentino) …ma proprio in quel momento riapparvero i fondisti sul sentiero che portava allo stadio.

Scrutammo le posizioni di coda nella speranza di vedere se Valentino ce l’avesse fatta a riagganciare il gruppo… Cercammo disperatamente una maglia bianco‑rossa, che in coda non c’era.

Pensammo che fosse finito un sogno e, invece… Valentino aveva fatto un miracolo: era già davanti, nelle prime trenta posizioni, che sgomitava e lottava, che schiumava la sua rabbia per la sfortuna, che compiva uno sforzo sovrumano, ma inutile.

Alex, avendo capito l’errore tattico, gli corse incontro nella campagna coperta di neve urlando: “Rallenta, per carità. Rallenta, se no scoppi!”

Anche Antony urlava tentando di ottenere il rispetto dei miei ordini.

Ma Valentino, ormai, era una furia.

Affrontò la salitella che portava all’ingresso del campo sportivo lottando spalla a spalla con i primi: voleva entrare per primo nell’ “imbuto” dove i concorrenti venivano classificati.

Mancavano 10 metri… forse solo 5, poi l’imbuto e il successo.

Invece Valentino si bloccò, si mise a barcollare, entrò nell’imbuto e, mentre stava per accasciarsi al suolo, fu sospinto nella strettoia fino alla linea del traguardo dai concorrenti che cercavano di superarlo.

Orvieto: Finale Nazionale di corsa campestre - Premiazione della C.S.A. squadra terza classificataPer soli 3 o 4 secondi non aveva retto: 10 concorrenti erano riusciti a superarlo.. ma restò la sua impresa, il suo coraggio… la sua incoscienza.

Dopo qualche minuto la cerimonia della premiazione:

la C.S.A., che rappresentava la provincia di Cosenza, salì sul terzo gradino del podio.

Un successo che poteva essere anche migliorato almeno di una piazza: ma tant’è…

Perdonammo Antony (anche perché Valentino aveva finalmente recuperato) e ricevemmo i complimenti di tanti avversari (non Calabresi) non solo per il piazzamento, ma perché risultammo la formazione più giovane.

 

Il ritorno a casa

Al ritorno ad Amantea non ci aspettavamo un’accoglienza da trionfatori, ma almeno qualche elogio pensavamo di averlo meritato…

“Ih! sulu terzi siti arrivati?”

Questo fu il commento ai nostri sacrifici, alle ore di palestra, di polvere, di sole, di pioggia e di vento, questo il viatico all’orgoglio che ci aveva fatto gonfiare il nostro povero petto di gente del sud nel superare gli allenatissimi, selezionatissimi, seguitissimi, sponsorizzatissimi atleti delle altre province.

Ci guardammo negli occhi: tre ragazzi ed un uomo.

Ci salutammo: tre ragazzi che sarebbero diventati ottimi uomini ed un uomo che stava decidendo di abbandonare lo sport.

Ci stringemmo la mano: un patto di sudore che cementava una cultura del sacrificio cui pochi sono ammessi.

Solo i migliori!
(gennaio 2003)

maggio 2007

 

Alex Del Rosario con Antonella e Francesco

Alex Del Rosario

attualmente gestisce una tabaccheria.

E’ sposato con Antonella ed ha un bambino di nome Francesco

Il suo grande amore era l’atletica, la sua forza era la volontà.

Sarebbe un ottimo allenatore ed un meraviglioso dirigente sportivo, ma ragioni esistenziali lo hanno allontanato dallo sport.

 

 

 

Antony Del Rosario con Katia e LorenzoAntony Del Rosario

dopo aver  aperto una scuola di windsurf, ha girato il mondo praticando questo sport e facendo delle esibizioni.

Ormai uomo, continua a portare nel cuore l'entusiasmo di un bambino e quando parla di sport si illumina.  Avrebbe meritato maggior fortuna ed un lavoro che gli desse sicurezza e la possibilità di realizzarsi.

E’ sposato con Katia ed ha un figlio, Lorenzo, che gli somiglia moltissimo.

 

 

 

Valentino Munno con AngelicaValentino Munno

è ingegnere meccanico, vive a Milano  e lavora alla Ford.

Si è sposato da poco con Angelica e…cerca di non mettere su pancetta.

Ha due meravigliosi bambini e la grinta di sempre....

 

 

La forza della gioventù

Giancarlo De Luca

col numero 58 Giancarlo De Luca si appresta a vincere il trofeo S. AntonioQuel giorno, quando scesi dal treno alla stazione di Amantea, avevo i piedi doloranti per le fastidiosissime bolle procuratemi dai mocassini avuti in prestito a Napoli da mio fratello Ilio dopo l’improvvisa ed inattesa rottura delle mie scarpe.

Ad attendermi trovai l’amico Pino Del Pizzo (allora dirigente della Polisportiva De Luca) insieme all’altro amico ed atleta Gennarino Delizia e, non volendo venir meno all’impegno precedentemente preso, senza pensare ai piedi rotti, salii con loro in macchina per una veloce corsa verso Lamezia Terme (allora Nicastro), dove di lì a poco si sarebbe svolto il “Giro Podistico Trofeo Morabito”.

La manifestazione ebbe un grosso successo di pubblico e la gara riservò grandi emozioni agonistiche in quanto c’era un forte terzetto locale (Maurizio Greco, Pino Nicotera ed Aldo Villella) che, alternandosi con cambi regolari, riuscì a staccare tutti gli avversari tranne il sottoscritto che, nonostante il lancinante dolore ai piedi, teneva duro …

Sul lungo rettilineo finale giocai tutte le mie carte partendo di sorpresa ed anticipando i Lametini nello sprint finale.

Il Sindaco Mimì Alecce premia il vincitoreI miei avversari ebbero un momento di esitazione e ben presto tra me e loro si creò un distacco che sarebbe stato incolmabile se, improvvisa, non mi avesse attraversato la strada una macchina sfuggita al controllo dei vigili.

Riuscii ad evitare l’impatto, ma ruppi il ritmo di corsa: i tre lametini mi furono addosso.

Trovai, non so in che modo, ancora la forza di insistere ed impegnarmi fino al filo di lana dove, però, giunsi secondo dietro al vincitore Maurizio Greco.

Non pensavo più al mal di piedi, avevo solo un po’ di rabbia e tanto rimpianto per un risultato che, per come ottenuto, valeva una vittoria…

… una vittoria sulla sfortuna e sul dolore conquistata con la forza della gioventù.

RICORDI DI CALCIO

Amantea come la Brescello di “Peppone e don Camillo” 

di Ninuccio De Luca

Era  l’inverno del 1947 quando il vecchio campo sito sotto il rilevato ferroviario della nostra stazione  venne completamente distrutto da una violentissima mareggiata e ridotto ad un arenile.

Il calcio ad Amantea era finito !

Ci volle l’iniziativa e la  grande volontà di Don Gaetano Cortese, intraprendente parroco, sempre  molto  vicino ai giovani, e  professore di religione presso le Scuole Medie, per ottenere  dal Comune e dalla Capitaneria di  Vibo la disponibilità di quel terreno ed accendere nuovi entusiasmi.

Molti appassionati rimboccandosi le maniche riuscirono a bonificare il terreno di gioco con il solo aiuto delle proprie braccia e, ricominciando da zero, rinfocolarono l’entusiasmo dei tifosi che non potevano  immaginare la fine del gioco del calcio ad Amantea, dopo i grandi successi avuti nel precedente campionato di I^ divisione cui militarono grandissimi giocatori come Senatore, Masulli, Covone, Pragliola, Mannarino etc. che diedero infinite soddisfazioni al pubblico amanteano e ad Amantea.

 Il terreno di gioco fu pronto  in poche settimane ed ebbe inizio un torneo cittadino avvincente.

Fu un campionato dilettantistico  che portava sugli spalti (la scarpata della ferrovia), migliaia di tifosi entusiasti e  felici per aver visto risorgere il calcio nella nostra città.

Due compagini, la Dinamo e la Frassati furono le protagoniste di quel girone unico a 6 squadre.

I non più giovani ricorderanno certamente l’accanimento che ci fu fra le due formazioni anche perché la Dinamo era seguita ed organizzata dai Comunisti e la Pier Giorgio Frassati dalla Democrazia Cristiana.

Le partite di quel torneo, per la maggior parte, furono arbitrate dal compianto Domenico Alecce ,

giovane di elevate doti morali che operò con grande imparzialità e professionalità.

Non è superfluo ricordare  che alcuni volenterosi, per racimolare qualche fondo per sopperire alle spese occorrenti, durante le partite giravano fra i tifosi, con le guantiere o i cestini, per chiedere un piccolo obolo ( allora qualche lira).

Quel torneo servì a riaccendere gli animi e, dopo poco tempo, con i migliori elementi di quelle squadre si ricominciò col vero campionato di promozione

 Erano tempi in cui il calcio era solo e soltanto  gioco, passione ed entusiasmo.

 

dinamo pier giorgio frassati

Una vecchia foto del 1947 della squadra dilettanti Dinamo allenata da Leopoldo Matta.
Da destra  in piedi. Fiorello Caruso dirigente , Nino De Luca, capitano della squadra, Alfonso Politano,  C.Morelli, Rocco Gallina, Franco Magli, V.Sconza(detto pittulata), Vincenzo Burdo (dirigente), Bossio Mario, in funzione di guarda linea.
– Accosciati Ciccio Burdo,F.Pellegrino, Emilio Ganzino.

Questa era una prima formazioni, in seguito la compagine fu rinforzata con altri elementi quali il portire Franco Verri da Cosenza, Egidio Colombo, Rocco Aureliano, Tonino Morelli, Tripolitano da Falerna Marina e da G.Coccimiglio e Claudio Bruni da Aiello Calabro.         

Foto della squadra Pier Giorgio Frassati  del 1947.
In piedi da destra: Francesco Pugliano, Alessandro Perciavalle (in veste di dirigenti), Rinaldo Bonavita, Caruso da Cosenza, Turillo Pugliano, Guerino Bruni, Ernesto Muoio, Ugo Schettini,  Piero Policicchio (il dirigente e organizzatore)  e Lucio Malito.
- accosciati Benito Miceli,Pasquale Perciavalle, Rocco Furgiuele, Nicola De Rose da Diamante,Alfredo Morelli.
ninuccio de luca

Una pietra miliare nella storia calcistica di Amantea :

Il Cosenza di Serie B contro la compagine Amanteana nel lontano 1950.

di Ninuccio De Luca

Dirigenti e calciatori dell'A.C. Amantea

Il Cosenza militava nel campionato nazionale di serie B ed era fra i primi della classifica.

Allora la dirigenza del Calcio Cosentino era in mano agli industriali Morelli, nostri compaesani , trapiantati a Cosenza .

Nella foto si notano il dott. Ciccio Morelli, dentista, che ha avuto per moltissimi anni lo studio nella nostra cittadina, Mario Morelli – il più anziano- e Totonno Morelli, mancavano Peppino Morelli e Pietro Morelli, quest’ultimo grande appassionato di calcio, ciclismo e motociclismo. L’allora Presidente del Calcio Cosenza Mario Morelli volle fortemente che la squadra del Cosenza disputasse un’amichevole sul vecchio campo di Amantea.

E così fu.

Erano presenti anche i nostri dirigenti avv. Settimio Perna, Cav. Stefano Marano, Carmine Pragliola, il giornalista Ercolano De Luca ed altri.

La formazione della compagine d’Amantea, ricavata da una selezione delle squadre Dinamo e Piergiorgio Frassati era composta da:

Peppino Curcio, Pippo Gelardi, Alfredo Morelli, F Triestino, Mario Rositani, Nino De Luca, Franco Staffa, Umberto Rositani, Tonino Morelli, Franco Di Lauro – allenatore Francescantonio Caruso (Totonno i Minichella) grande appassionato, profondo conoscitore del gioco del calcio apprezzato in tutta la nostra Provincia.

La partita fu arbitrata in modo impeccabile da Domenico Alecce.

Il Cosenza allenato dall’ungherese Zengler scendeva in campo con grossi calibri come il portiere Bui i centrocampisti Zera, Brocca, Uxa, Bacillieri ,Delmorgine etc.

Gli spalti (la scarpata della Ferrovia), come è facile osservare dalla foto, erano gremiti fino all’inverosimile da un folto pubblico di tifosi e sportivi convenuti per l’ occasionissima da molti paesi viciniori ed anche da Paola, Catanzaro e dalla stessa Cosenza.

Fu un pomeriggio memorabile per Amantea calcistica.

I tifosi erano increduli ed entusiasti di vedere una delle migliori squadre di serie B giocare sul terreno Amanteano.

I giovani calciatori d’Amantea non sfigurarono, anzi per più di mezz’ora tennero testa con grande determinazione alla più tecnica e quotata squadra di serie superiore.

Il Match si concluse col risultato di 3 a 1 per il Cosenza, ma il pubblico si divertì molto e trascorse un pomeriggio indimenticabile che molti ricordano ancora con immensa nostalgia.

Siamo certi di aver fatto cosa gradita ai vecchi tifosi ed anche ai figli ed ai nipoti dei protagonisti di quel tempo pubblicando questa rara e storica fotografia ringraziando affettuosamente Piero Morelli per avercela procurata.

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Ultimo aggiornamento: 31-12-07