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Atletica leggera |
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C'era una volta L'Atletica di Pino Del Pizzo |
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Le nostre piccole Olimpiadi di Pino Del Pizzo |
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Sport e stagioni Pensieri,ricordi e nostalgie... di Donatella Nardelli |
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Il canto del cigno di Pino del Pizzo |
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La forza della gioventù
Giancarlo De Luca
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Calcio |
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Amantea
come la Brescello di “Peppone e don Camillo di Ninuccio De Luca |
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Amantea - Cosenza Uno storico incontro di calcio di Ninuccio De Luca |
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C'era una volta...
L'Atletica
di Pino Del Pizzo
C'era
una volta l'atletica... Erano tempi in cui i motorini erano
veramente pochi, l'ozio ed i vizi non la facevano da padrone, il
tempo libero veniva impegnato in maniera sana ed educativa. Un paio
di
scarpette,
un pantaloncino ed una tuta comprata al mercatino costituivano l'attrezzatura
indispensabile; le doti di ciascuno: tanta buona volontà, spirito
di sacrificio, voglia di migliorarsi e di competere. Si
incominciava a gareggiare nella categoria
"ragazzi gruppo c" (under 10) prima di passare nelle categorie superiori.
Amantea, nell'atletica, non aveva rivali nella provincia di Cosenza e riusciva a
confrontarsi alla pari con le forti società del Reggino che vantavano
una tradizione consolidata.
Nelle discipline più tecniche, per decenni, gli atleti amanteani
non ebbero rivali e, non a caso, a conquistarono tutti i record di categoria specie nel
salto in alto (maschile e femminile) e negli ostacoli femminili.
Grandi soddisfazioni venivano anche dal mezzofondo, soprattutto nelle
categorie "ragazzi" e "ragazze" dove Amantea primeggiava sia a
livello individuale, sia a squadre, così come nelle finali regionali
dei "Giochi della Gioventù". Negli annnuali
dell'atletica Calabrese figuravano centinaia di campioni
provinciali, decine e decine di campioni regionali, record
continuamente migliorati (alcuni dei quali- a decina di anni di
distanza- resistono ancora), presenze significative su campi e piste
di tutta l'Italia, con risultati lusinghieri (e anche da podio) nei
campionati Italiani di categoria ed assoluti.
La continua lotta contro la mancanza di strutture e di mezzi ha,
però,
costretto l'atletica Amanteana alla resa: restano soltanto bellissimi
ricordi ed epici gesti sportivi.
C'era una volta l'atletica leggera ad Amantea... C'erano una
volta
ragazzi e ragazze, giovani e giovanette, che riuscivano a trovare la gioia nell'allenamento
quotidiano in attesa dell'evento nel quale gettavano sempre tutto il
loro cuore.
Dal campione al rincalzo, tutti davano quanto potevano, più di
quanto potevano, spesso senza nemmeno ricevere in cambio una piccola
medaglia ricordo.
Forse, un giorno, avremo le piste di atletica..., ma allora avremo ragazzi
come quelli?
* * *
Vi proponiamo un'immagine emblematica di una ragazzina (ora
impiegata di banca) che si
appresta a tagliare vittoriosa il traguardo di una gara di 1000
metri... Pur avendo dato un distacco immenso sugli avversari,
seguendo gli insegnamenti etici dello sport, continuava a gareggiare
contro il tempo e contro se stessa
(la foto è stata scattata in occasione del "trofeo S.Francesco a
Spezzano della Sila nel settembre 1979). In quella manifestazione, oltre alle squadre della
regione, partecipavano ragazzi del Friuli, post terremoto (6
maggio 1976). I
nostri atleti vinsero tutte le gare e conquistarono tutti i trofei
che, dopo la premiazione furono consegnati agli atleti friulani.
Anche questo insegnava lo sport! |
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ALCUNE IMMAGINI D'ARCHIVIO |
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Album
dei ricordi
Le nostre piccole olimpiadi
di Pino Del Pizzo
I pomeriggi trascorsi in palestra o
lungo il circuito del "Catuso", le lunghe ore di allenamento,
il sudore e i
sacrifici talvolta di anni, avevano un obiettivo preciso: riuscire a
conquistare un posto per la grande avventura della finale Nazionale
dei "Giochi della Gioventù", la manifestazione
sportiva più importante dell'anno e della carriera dei giovanissimi
atleti al di sotto di 14 anni.Regina dei "Giochi" era l'atletica,
per la qualità e la quantità dei partecipanti che arrivavano alle
finali nazionali, in rappresentanza di tutte le province italiane,
dopo aver superato numerose selezioni primeggiando nelle varie fasi
(comunali, provinciali e, talvolta, regionali). Nella nostra
provincia, sin dalle prime edizioni, Amantea era la squadra da
battere e forniva il maggior numero di finalisti sia in campo
maschile che in campo femminile.
Il conto alla rovescia iniziava almeno un anno prima. Gli atleti,
oltre alla necessaria idoneità fisica, dovevano mostrare impegno,
puntualità, applicazione, volontà e concentrazione che sapientemente
venivano maturati con l'attesa, con gli esercizi, con le prove
ripetute, con le gare di avvicinamento all'evento.
La fase Nazionale dei "Giochi" era come un'Olimpiade in miniatura:
cerimonia di apertura e di chiusura, gare, premiazioni,
manifestazioni collaterali, alloggio in grandi strutture alberghiere
o turistiche nelle quali si socializzava con gli atleti delle altre
rappresentative. Tutto in un clima disteso di festa vissuto nel vero
senso Decoubertiano:"importante è partecipare, non vincere".
Al ritorno, ognuno aveva da raccontare la sua storia, la sua gara,
la sua esperienza, le sue amicizie.
Racconti che alla realtà mescolavano il fantastico, ma che
rappresentavano il miglior veicolo per avvicinare all'atletica altri
giovanissimi desiderosi di misurarsi con se stessi e con gli
avversari.
Anno dopo anno, per tanti anni, sulle pedane, sulle piste e sui
circuiti di corsa campestre, si sono alternati i nostri atleti e le
nostre atlete che hanno illustrato il nome di Amantea con
prestazioni decorose, talvolta anche di vertice, sempre improntate
alla massima sportività, frutto di un "modus vivendi" acquistato
facendo sport e che ha contribuito alla formazione di personalità
forti, generose, leali e laboriose. Una formazione che ha lasciato
il suo segno e che li caratterizza nel lavoro, nella famiglia e nel
sociale. Molti di loro non hanno vinto medaglie ai "Giochi", quasi
tutti, però, hanno portato il loro bagaglio di valori nella
competizione più importante: la loro vita.
Pino Del Pizzo |
Nella foto in alto:
La partenza dei nostri atleti per la Finale Nazionale dei Giochi di
Roma 1971. Da sinistra: Carmelina Pagliaro (fondo), Aldo
Ponti (Salto in alto), Salvatore Giardina (peso),
Graziella De Fina (alto), Ornella Speranza (peso).
Nella foto in basso: Le nostre atlete partecipanti
alla finale Nazionale di Roma 1982 ( In alto da sinistra):
Rosellina Pagliaro (staffetta 4x100),Carmela Capraro
(lancio della palla di gomma), Filomena Palermo (staffetta
4x100), Maria Elena Cordiale (salto in lungo), Giovanna
Capraro (staffetta 4x100), (in basso da sinistra) Irene
Natalino (peso e staffetta 4x100), Lucia Menichini
(alto), Isabella Facoltoso (fondo) |
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Sport e…
stagioni
Pensieri, ricordi e nostalgie
di Donatella Nardelli |
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GLI ALLENAMENTI
Ho
iniziato gareggiando per la “Polisportiva Marcello De Luca”.
Ci allenavamo alle scuole elementari di Via Baldacchini, l’unica
palestra disponibile ad Amantea.
Con
i miei compagni di squadra dividevo molte ore della giornata. Nel
gruppo c’erano anche i ragazzi, marciatori e mezzofondisti.
Mai
come allora ho “respirato” il profumo delle stagioni.
La
vita in città è frenetica e non sempre ci si rende conto che le
stagioni cambiano.
In
quel periodo invece le stagioni si avvicendavano con le nostre corse
nei campi in direzione “d’u Catusu”, tappa giornaliera per
iniziare il riscaldamento.
Ricordo ancora gli alberi in fiore durante la primavera, i gelsi che
mangiavamo di nascosto dai contadini mentre raggiungevamo il campo
sportivo, il grano che primeggiava nei campi nel sole caldo di
giugno, le mietiture, l’estate che ci costringeva a sacrificare
qualche bagno al mare per non perdere le energie che con tanti
sforzi conquistavamo durante l’inverno.
E
poi la pioggerellina autunnale che non ci faceva demordere dai
nostri allenamenti quotidiani, le corse intorno alla palestra delle
scuole elementari di Via Baldacchini, quando proprio non riuscivamo
a raggiungere il campo sportivo di Amantea a causa del freddo.
Sostenevamo prove estenuanti su strada, oppure prove ripetute sulla
SS 18, dove era più facile contare i chilometri, o sulla sabbia,
verso la via del ritorno che costeggiava il mare e passava dietro al
“Residence”. Quando avvistavamo quella costruzione, sapevamo
di essere vicini alla palestra e la nostra stanchezza, come per
incanto, diminuiva.
Con
molta nostalgia ricordo che riuscivamo a percorrere giornalmente 12
chilometri.
Certo ci sono voluti anni di allenamento e di sacrifici. Oggi, dopo
due piani di scale a piedi, ho già il fiatone.
LA MIA PRIMA GARA
Ricordo ancora la
mia prima gara a Cosenza. Avevo 11 anni e dovevo sostituire una
compagna di squadra che si era infortunata. Era una corsa campestre
che mi ha portato a raggiungere, con grande sforzo, il 3° posto
facendomi vincere la mia prima medaglia!
In realtà non avrei
dovuto partecipare e fino all’ultimo giorno non mi avevano detto
neanche che avrei dovuto sostenere una gara.
Ancora non sapevo
che sarei diventata una mezzofondista. In quel periodo, infatti, mi
allenavo solo per acquistare forza fisica. Ero molto magra e lo
sport mi era stato consigliato dal mio medico, come rimedio per
sviluppare l’appetito. Dopo un anno d’assidua frequentazione in
palestra, qualcuno notò che, nonostante la magrezza, ero molto
resistente alla fatica. Cominciò quindi la fase di “studio”
da parte del mio allenatore, Roberto de Luca che, nel
corso dei mesi, valutò la specialità per me più appropriata.
Avevo provato con
il salto in lungo, ma non ero assolutamente in grado di saltare
oltre i 3 metri. Con il lancio del peso, ma non avevo sufficiente
forza nelle braccia. Con il salto in alto, ma, dopo aver vinto la
paura dell’asticella, sono riuscita a saltare solo 138 cm. C’erano
altre ragazze, molto più dotate di me, che riuscivano a raggiungere
risultati migliori. Ricordo Maria La Vergata e
Sandra Casella nel lungo, Maria Rita Natalino
nell’alto, Tiziana Veltri e Antonella Viola
negli 80 metri.
Con Roberto ci
allenavamo spesso sulla salita di “Pantalìa” o sulle scale
che portano alla chiesa di “S. Bernardino”.
Che fatica! Ricordo
gli “skips”, i balzi, i saltelli, le prove ripetute e la
voglia di fare sempre, sempre di più fino ad arrivare in cima alla
salita.
Fu proprio Roberto
che mi propose per la sostituzione di una mia compagna che, proprio
il giorno della gara, era ammalata. Tutto si decise all’ultimo
minuto, con mia grande agitazione.
La gara era una
campestre e si disputava a Cosenza. Era una domenica invernale
piovosa e fredda. Andai in macchina con Rino Baldacchini,
che ricordo ancora con tanto affetto e nostalgia, e due miei
compagni di squadra.
Per tutto il
viaggio Rino cercò di non farmi pensare alla gara che avrei dovuto
sostenere. Mi fece distrarre chiacchierando del più e del meno fino
a quando non arrivammo a Cosenza.
Prima di
registrarmi dal giudice di gara, mi spiegarono la strategia che
avrei dovuto seguire. Mi dissero che tutto si decideva sulla linea
di partenza dal momento che le concorrenti, per guadagnare
posizione, non esitano a sgomitare proprio per guadagnare terreno e
che avrei dovuto cominciare a difendermi dalle avversarie proprio
alla partenza.
Gareggiava con me
Luisa Perna. Mi dissero quindi di non perderla
d’occhio, poiché era più esperta di me, e di seguire lei. L’avrei
vista di sicuro perché era più alta di me. Il percorso nelle corse
campestri, infatti, è molto vario e spesso non agevole. Inoltre
quello che si guadagna sulla linea di partenza, mi spiegarono, si
mantiene strada facendo.
Erano circa 3 o 4
Km, non ricordo con esattezza.
Quello che ricordo
con terrore è stata la partenza.
Allo sparo della
pistola non riuscivo più a capire che direzione prendere. Tutte mi
venivano addosso. Qualcuna cadeva ed era calpestata senza pietà
dalle altre. Non ho mai visto tanta cattiveria in ragazzine così
piccole. Per conquistare le prime posizioni ho ricevuto parecchie
gomitate, ma posso affermare che da quella gara ho imparato a
difendermi, anche negli anni successivi. E’ una questione di
sopravvivenza. Se nuoti, hai qualche possibilità di salvarti.
Mentre correvo,
vidi la maglietta a strisce di Luisa e mi accorsi che, senza troppa
fatica, si faceva spazio tra le atlete. E’ stata la mia salvezza.
L’ho seguita superando e sgomitando fino a quando non ho raggiunto
le prime posizioni.
Non ero
sufficientemente allenata per sostenere uno sforzo così grande.
Ricordo che alla vista del traguardo mi mancarono le forze e,
proprio negli ultimi 100 metri, mi stavo fermando. Ma non ho potuto
perché i miei compagni di squadra, fermi ai bordi del percorso, mi
incitarono con una tale energia che non ho potuto deluderli. Ho
raggiunto il traguardo guadagnando la terza posizione.
Da quel momento ho
capito quanto è importante concludere una gara, cercando di arrivare
al traguardo con almeno un minimo di forze a disposizione e com’è
bello sentirsi parte di una squadra.
I miei allenamenti,
dopo quella gara, si fecero sempre più frequenti e “mirati”
per dare il massimo nelle competizioni successive.
IL MIO ALLENATORE
Lo sport mi ha
insegnato molte cose: a sostenere grossi sforzi fisici, a contare
solo ed esclusivamente sulle mie forze, a non arrendermi alle prime
difficoltà, a raggiungere il traguardo a qualunque costo.
Molti
di questi insegnamenti li devo al mio allenatore, il Professore
Pino Del Pizzo, che mi ha sempre spronato a dare sempre
il meglio di me stessa, senza mai arrendermi.
Devo a lui la
vittoria della finale regionale che mi ha portato a Pisa. Una
vittoria che mi è costata fatica sia dal punto di vista psicologico,
perché ho “dovuto” battere la mia amica Luisa Perna
per la classificazione alle finali, che da quello fisico, perché ho
sostenuto allenamenti estenuanti anche in estate per riuscire ad
acquistare la forma entro i primi di settembre.
Il Professore Del
Pizzo mi ha fatto amare lo sport fin dai primi allenamenti ed è
sempre riuscito a tirare fuori il meglio di me.
Non ero
particolarmente dotata fisicamente, questo me lo ripeteva spesso, ma
mi diceva anche che avevo una gran forza di volontà che mi
consentiva di combattere fino in fondo.
Gli allenamenti
erano centrati principalmente sulla resistenza. Successivamente
cominciai anche a potenziare le gambe per rendere di più negli
scatti finali delle competizioni.
Spesso mi faceva
allenare anche sulla strada che portava a Lago. Lui era
sempre in motorino e ci faceva strada per consentirci di percorrere
lunghi tratti in discesa che avrebbero migliorato la “falcata”
delle gambe.
I suoi insegnamenti
tattici e la carica di fiducia che sapeva infondermi, uniti ad
estenuanti prove ripetute, mi hanno fatto raggiungere i risultati
sperati, tra i quali la qualificazione ai Campionati Nazionali
assoluti di corsa Campestre a Treviso, disputati in un ippodromo
fangoso e impercorribile al fianco di atleti di vertice mondiale
come Gabriella Dorio e Franco Fava.
LA MIA AMICA/RIVALE
Ricordo la mia
amica Luisa Perna con cui mi sono allenata per anni.
La nostra
specialità era il “mezzofondo”. Gareggiavamo insieme sia nelle corse
campestri sia in quelle su pista (800, 1000 e 1500 metri).
Per anni abbiamo
conquistato il 1° e il 2° posto.
Lei arrivava sempre
prima, io seconda.
Luisa ed io
andavamo in palestra sempre insieme. Abitavamo vicino e molto spesso
passavo a chiamarla. Durante il tragitto chiacchieravamo del più e
del meno.
Luisa mi ha sempre
dato degli ottimi consigli anche per la scuola.
Consigli che ho
sempre seguito, visto che al Liceo Scientifico avevamo gli stessi
professori.
Prima di sostenere
una gara “studiavamo” insieme le avversarie e adottavamo
qualche strategia per intimorire quelle che ritenevamo più forti.
Ormai conoscevamo
tutte le atlete della Calabria e le loro capacità atletiche.
Il nostro chiodo
fisso era Francesca Lugarà, un’atleta di Reggio
Calabria che incontravamo in quasi tutte le competizioni regionali.
Credo fosse più grande di noi, non ricordo bene. Era una ragazza
molto carina, ma anche molto forte fisicamente. Aveva una grande
resistenza ed una straordinaria potenza nelle gambe.
Con Luisa si era
ormai instaurata una “complicità” di squadra che ci faceva
vivere con meno tensione le competizioni.
Contrariamente a
quanto si possa pensare, io non ero invidiosa della sua bravura.
Durante le gare non pensavo minimamente di dovermi “piazzare”
prima di lei.
Era la mia compagna
di squadra, la mia amica, non la mia “rivale”. Era molto
dotata fisicamente: gambe lunghe, alta e slanciata. Aveva anche
molto fiato e questo la rendeva imbattibile.
Era solo meno
veloce nel finale della gara: questo mi permise di vincere una fase
regionale e di qualificarmi alla finale nazionale di Pisa (1977).
Quella volta, il
nostro allenatore, Pino Del Pizzo, che conosceva i
nostri pregi ed i nostri punti deboli, con lealtà verso entrambe,
durante l’ultima fase del riscaldamento, ci spiegò – palesemente –
la tattica che ciascuna avrebbe dovuto tenere in gara per puntare
alla vittoria.
Raccomandò alla mia
amica/rivale di mettercela tutta per staccarmi se non voleva correre
i rischi di una volata finale. A me disse di tenere duro: negli
ultimi metri avrei potuto far valere la mia capacità di sprintare.
Subito dopo lo
sparo dello starter Luisa prese la testa e, sotto la sua azione, il
gruppo ben presto si sgretolò.
Ancora una volta
restammo solo noi due: Luisa imponeva un ritmo sostenutissimo, ma io
stringevo i denti e non le concedevo più di due o tre metri…
Quando giunse il
momento in cui avrei dovuto sferrare l’attacco finale, non ero più
tanto sicura di volere la vittoria.
A togliermi ogni
dubbio fu la voce del mio allenatore che mi incitava: “Vai
Donatella” e il tono non era solo uno sprone, era un comando al
quale mi sorpresi nel rispondere con insospettata energia.
Allungai la falcata
e affiancai la mia amica nell’ultima curva.
Dopo una breve
resistenza, Luisa – quasi incredula - cedette di colpo mentre io
volavo, ormai irraggiungibile, verso il traguardo.
La sensazione che
provai all’arrivo però era molto strana.
Mi sentivo triste e
sconfitta, anziché vincitrice.
Mi sembrava di aver
tradito un’amica.
Per fortuna
intervenne ancora una volta il prof. Del Pizzo che, dopo averci
raggiunto correndo dal bordo campo, prima abbracciò Luisa, lodandola
per la bella gara sostenuta e per la sportività con cui aveva
accettato la sua prima sconfitta, poi abbracciò me esortandomi ad
assaporare la gioia della vittoria che avevo meritata con la
tenacia, la volontà ed i faticosi allenamenti sostenuti durante
l’estate.
LA PRIMA VITTORIA DELLA C.S.A. E’ LEGATA AL MIO NOME
La
C.S.A. nacque dalla scissione dalla Polisportiva
“Marcello De Luca” e per quelli che vi aderirono aprì una nuova
condizione di atleti.
Ci sentivamo
coinvolti pienamente per fare emergere la nuova Società e
collaboravamo tutti con lo stesso spirito perché questa riuscisse ad
affermarsi.
Eravamo poche
persone, ma affiatate e collaborative.
Ricordo ancora la
scelta dei colori delle tute da ginnastica: bianche e rosse con lo
stemma dei due delfini. Quella scelta ci impegnò per parecchi
giorni. Tutto si decise in un pomeriggio invernale all’interno della
nuova sede della CSA presa in affitto alla “Calavecchia”.
Le nostre
indecisioni riguardavano sostanzialmente i colori da adottare (i
pantaloni rossi o bianchi?… quante strisce sul lato esterno dei
pantaloni?).
Anche le
competizioni assumevano un altro significato.
Tutti si sentivano
in dovere di dare il massimo per portare avanti un progetto comune.
Vincere assumeva un
concetto completamente diverso: serviva a guadagnare punteggio per
la nuova Società. Spesso ci siamo trovati anche a competere sui
campi di atletica con i nostri compagni della Polisportiva De Luca,
e questo ci spronava a lottare maggiormente.
Ecco perché non
dimenticherò mai il giorno in cui vinsi, per la nuova Società, la
prima coppa.
La gara era una
corsa campestre disputata nell’anno 1979. Avevo sedici anni.
Credo si svolgesse a Catanzaro Lido, ma non ricordo bene.
Campeggiano nei
miei ricordi i campi di bergamotto che abbiamo dovuto percorrere ed
il profumo intensissimo che ci ha accompagnato per tutto il
tragitto.
LA MIA PRIMA GARA NAZIONALE
La mia prima Gara
Nazionale l’ho disputata a Pisa. E’ stata una bellissima
esperienza. Era la prima volta, infatti, che mi trovavo con
tantissimi atleti provenienti da tutta Italia.
In
quelle situazioni si fa presto a fare amicizia e con alcuni di loro
ho intrattenuto anche lunghe corrispondenze, come quella con
Francesco Panetta (1), atleta calabrese della
Polisportiva di Siderno, che ho conosciuto proprio in quell’occasione.
Durante la nostra
permanenza a Pisa ci divertimmo molto passando quasi tutto il tempo
a nostra disposizione tutti insieme, non pensando che quegli stessi
atleti con cui condividevamo le nostre serate, uno dei prossimi
giorni sarebbero stati i nostri avversari sul campo di gara.
Gli allenamenti si
tenevano la mattina, ma la sera eravamo liberi di uscire per le vie
della città per distrarci.
La sera, prima del
giorno della finale, uscimmo tutti per fare un ultimo giro per
quella bellissima cittadina.
Eravamo tristi
perché saremmo dovuti partire la sera dopo, ma per niente
preoccupati per la gara che si disputava l’indomani.
La nostra giovane
età ci fece “sfuggire” allo sguardo vigile degli
accompagnatori che volevano che rispettassimo alcune regole, una
delle quali era quella di non ritardare l’orario di rientro,
decretato per le ore 22.00, in previsione degli impegni agonistici
del giorno successivo.
Durante la nostra
passeggiata per le vie del centro di Pisa non ci stancammo
eccessivamente. Eravamo tutti atleti e soprattutto dei buoni
camminatori. Comprammo tanti piccoli souvenir e, all’orario
stabilito, ci avviammo verso l’albergo ubicato appena fuori Pisa.
Durante il tragitto
qualcuno propose di giocare a “ruba bandiera”.
Non fu un’idea
molto felice.
Eravamo quasi tutti
mezzofondisti, quindi rincorrerci ci costò una perdita d’energie che
pagammo l’indomani nel corso della gara.
Chiaramente nessuno
di noi disse niente ai propri accompagnatori e questi ultimi
attribuirono all’emozione le nostre défaillances.
(1) Francesco
Panetta divenuto in seguito Campione Italiano e uno dei migliori
fondisti di sempre.
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"Il
canto del cigno" è un modo per indicare
l'ultima espressione degna di nota di una
carriera o di una vita professionale o artistica
.
Il canto del cigno
Campionati Italiani di Corsa Campestre Orvieto 1983
di Pino Del Pizzo Il progetto Era un progetto nato per caso nella mia mente, ma
a poco a poco aveva acquistato consistenza,
specificità nei contenuti, nella metodologia e
nell’adeguatezza degli stimoli.
Tutto era cominciato dalla lettura di una di
dispensa di “Atletica Studi” nella quale si
parlava delle nuove tecniche di allenamento degli
atleti basate su carichi di lavoro collegati ai bio‑ritmi
individuali.
Le appassionanti letture, i confronti con tecnici
nazionali, la voglia di sperimentare, ben presto mi
portarono alla ricerca di un gruppo che fosse capace
di sostenere, nel tempo e con impegno, la
programmazione a lungo termine necessaria per
disputare i Campionati Nazionali a squadre di
corsa campestre, riservati alla categoria
ragazzi, che si sarebbero dovuti tenere tre anni
dopo.
Così, fra gli alunni della scuola elementare dove
insegnavo e gli allievi del Centro Olimpia,
cominciai uno “screening” fondato su
parametri pragmatici che, ben presto, dovetti
abbandonare per le pochissime possibilità di scelta
che mi venivano offerte dal “parco” atleti.
Non trovando di meglio, e quasi per caso,
incominciai ad allenare Alex, un
bambino di 11 anni, filiforme, ma forte e
tenace, disponibile, attento, partecipe e
collaborativo.
Fu il primo ed unico “discepolo”.
Dopo vari tentativi di aggregazione e di
allargamento del gruppo (per la finale occorrevano
tre atleti), di comune accordo con il fedele Alex,
riuscimmo a convincere suo fratello Antony
(10 anni) a partecipare all’esperimento ed,
in mancanza di meglio, aggregammo Valentino
(9 anni).
Sulla carta la squadra era fatta, almeno nel
numero!
Ora bisognava lavorare sulle motivazioni e sulla
distribuzione dei carichi di lavoro soprattutto in
considerazione della differenza d’età, delle
caratteristiche morfologiche, del patrimonio motorio
di base.
In fondo mancavano solo tre anni alla gara!
L’importante era fare in modo che in tutta questa
attesa non calasse la motivazione e che la graduale
maturazione giungesse a compimento possibilmente nel
periodo più vicino alla finale agognata.
I componenti
Alex era una sicurezza.
Mi stupiva per l’acume tattico e per il sapiente
dosaggio delle forze, per la sua capacità di
autoregolare i suoi ritmi ad un’andatura che gli
consentisse la massima efficienza mantenendosi sotto
la soglia massimale dello sforzo.
I suoi gradi di “capitano” gli erano stati
riconosciuti, soprattutto, per la disponibilità con
i compagni per i quali era fonte di continui stimoli
ed incoraggiamento.
Antony era il genio e la sregolatezza.
Molto umorale, era capace di esaltarsi esprimendo
potenziali insospettabili, ma anche pronto a
“battere la fiacca” e a defilarsi appena
possibile.
Pur essendo assiduo negli allenamenti, non
riusciva a concentrarsi e a motivarsi
sufficientemente per garantire un impegno di lavoro
costante e piramidale.
Antony era fatto così: prendere o lasciare… e noi
non potevamo lasciare.
Valentino, smessi ben presto i panni del
pulcino, si era trasformato in un “galletto”
da combattimento che, giorno dopo giorno, andava
strutturando il miglior fisico del terzetto.
Aggressivo, caparbio ed indomito, spesso era
portato ad eccedere ed era necessario arginare la
sua esuberanza.
Peccato che fosse due anni più piccolo, peccato
che non ci sarebbe stata un’altra occasione con lui
più maturo.
Gli allenamenti Gli allenamenti scorrevano con il loro ritmo che
non teneva conto del calendario, delle festività,
delle condizioni metereologiche.
Le tabelle venivano modificate, corrette,
adeguate, ma tutto procedeva in perfetto riferimento
con la programmazione iniziale.
Centinaia di Km su percorsi via via più
difficili, ritmi sempre più sostenuti, potenziamenti
adeguati, esercizi per il miglioramento degli
appoggi in funzione di una migliore dinamica della
corsa, prove ripetute fino alla nausea…
Il locale della doccia (quando avevamo la
palestra) era il luogo dei commenti, il
“confessionale” delle sensazioni, delle paure e
delle speranze, il momento della verifica, dei
suggerimenti e delle proposte, prima
dell’arrivederci al prossimo allenamento, avendo
buttato alle spalle la fatica ed il sacrificio e
rinnovato la gioia di riprovare, di ritentare, di
gettare il proprio corpo e il proprio cuore al di là
di un altro decimo di secondo di sofferenza e di
tripudio.
Le gare regionali Le corse campestri, a carattere provinciale e
regionale, non avevano più storia per gli atleti
della
C.S.A. che, oltre ai tre “eroi”,
contavano altri comprimari di assoluto valore.
Non era raro vedere all’arrivo uno sprint fra
cinque o sei maglie bianco‑rosse… e non solo in
campo maschile!
Eravamo coscienti delle nostre potenzialità,
sapevamo di aver lavorato bene, ma aspettavamo il
giorno della verità, un tempo così lontano, ma che
inesorabilmente si avvicinava, incombente e carico
di dubbi, di timori, di incertezze.
Superate tutte le eliminatorie preliminari e
affrontati tutti i test clinici di rito (analisi del
sangue e delle urine, cardiogrammi sotto sforzo,
spirometria, radiografie ecc.), incominciò il conto
alla rovescia.
Alex ostentava sicurezza, Antony fingeva di
“fregarsene”, Valentino aveva voglia di spaccare
tutto.
Il momento della verità
Gli atleti mi avevano preceduto di due giorni;
perciò, appena sceso dal treno, mi recai sul campo
di gara poco distante dalla stazione ferroviaria di
Orvieto.
Il cielo illuminato dalle prime fioche luci
dell’alba minacciava quella neve che poi avrebbe
afflitto gli atleti nel corso delle gare.
Lungo la stradella di campagna che portava al
campo sportivo, centinaia di atleti imbacuccati già
avevano iniziato il riscaldamento mentre lungo il
percorso venivano alzate le ultime transenne.
In quella pianura ricca di vigneti e di bruma, a
pochi passi da un’ansa del fiume Tevere, si era dato
convegno il fior fiore del mezzofondo Italiano di
categoria: 300 atleti in rappresentanza delle
100 squadre campioni di ciascuna provincia
Italiana, degli Italiani in America, degli Italiani
nell’U.E.
Atleti omogeneizzati, alti, possenti, preparati
e… tracotanti.
Dove si erano cacciati Alex & C. ?
Li trovai seduti e infreddoliti, trepidi,
spaesati… non avevano assorbito la mia forzata
assenza nei giorni precedenti la gara.
Sapevano che me lo aveva impedito la cattiveria e
l’invidia di chi aveva fatto annullare all’ultimo
momento la mia nomina di accompagnatore della
squadra adducendo motivazioni formalmente valide,
anche se moralmente deprecabili, ma loro erano
rimasti soli, proprio quando avrebbero avuto più
bisogno di me.
Appena mi videro mi furono addosso: ci guardammo
negli occhi e fummo subito pronti ad affrontare il
momento della verità.
La gara Il primo a gareggiare fu Alex
che dovette scontrarsi con tutti i vincitori delle
fasi provinciali.
La sua fu una gara meravigliosa per impegno e per
tattica.
Superati i primi 200 metri cruciali dopo la
partenza, cominciò lentamente a risalire posizioni,
senza spingere molto, ma aumentando gradualmente
l’andatura.
Fra la foschia si intravedeva la sua maglia
bianco‑rossa in rimonta, …30° …25° …20° …15°… poi
l’ultimo decisivo sforzo prima dell’ingresso nel
campo sportivo.
Il piccolo “Davide” calabrese di Amantea
contro i giganti “Golia” del mondo.
…10° …5°… un’ultimo guizzo.
Il primo ed i secondo erano imprendibili, ma Alex
riescì a mettere il suo petto avanti a tutti gli
altri: era terzo… e piangeva di gioia.
La seconda manche vedeva in gara
Antony che, nonostante tutte le suppliche e
gli incitamenti, anche quella volta non si
contraddisse…
Da “lord inglese”, partì al piccolo trotto
e parve interessarsi più del panorama che della
gara.
Navigò nelle ultime posizioni del gruppo, forse
addirittura trovò il tempo di conversare con i
concorrenti rivali.
Dal nostro punto di osservazione io ed Alex lo
stramaledicemmo, mentre anche Valentino, che stava
completando la sua fase di riscaldamento, osservava
furibondo la “passeggiata” di Antony.
Sapevamo che la classifica finale sarebbe stata
stilata in base ai piazzamenti dei tre concorrenti…
e, all’improvviso, se ne ricordò anche Antony.
Lasciò in tronco i suoi compagni “di salotto”
ed iniziò una di quelle sue galoppate fantastiche.
Il gruppo era sgranato in lunga fila indiana: il
primo aveva oltre 500 metri di vantaggio.
La rimonta di Antony fu travolgente: si
“bevve” uno dopo l’altro decine di concorrenti,
attaccò senza risparmio fino all’ultimo metro… e
giunse al traguardo… quasi fresco, ma solo 25°!
Io ed Alex non avemmo il tempo di affogarlo
immediatamente (come avremmo voluto) e tacitamente
rimandammo l’esecuzione a dopo.
Infatti, stava per partire l’ultima manche
nella quale era impegnato Valentino.
Incrociamo le dita: Valentino era forte, poteva
farcela.
Lo sparo dello starter scatenò gli ultimi 100
atleti nella prateria Orvietana.
Valentino, partito come una missile, dopo 100
metri era già in testa…
Poi, improvvisamente lo vediamo fermarsi,
toccarsi il petto, guardarsi intorno…
Maledizione: ha perso il numero di pettorale!
Allora ritorna indietro, recupera il pettorale,
lo indossa e riparte con più rabbia e veemenza di
prima.
L’ultimo atleta era già scomparso dietro i
vigneti, Valentino ormai era tagliato fuori.
Non si vedevano più i podisti nascosti dalla
collina.
Nello sconforto decidemmo che fosse giunto il
momento di pensare ad Antony (magari con gli
interessi per quello che era successo a Valentino)
…ma proprio in quel momento riapparvero i fondisti
sul sentiero che portava allo stadio.
Scrutammo le posizioni di coda nella speranza di
vedere se Valentino ce l’avesse fatta a riagganciare
il gruppo… Cercammo disperatamente una maglia
bianco‑rossa, che in coda non c’era.
Pensammo che fosse finito un sogno e, invece…
Valentino aveva fatto un miracolo: era già davanti,
nelle prime trenta posizioni, che sgomitava e
lottava, che schiumava la sua rabbia per la
sfortuna, che compiva uno sforzo sovrumano, ma
inutile.
Alex, avendo capito l’errore tattico, gli corse
incontro nella campagna coperta di neve urlando:
“Rallenta, per carità. Rallenta, se no scoppi!”
Anche Antony urlava tentando di ottenere il
rispetto dei miei ordini.
Ma Valentino, ormai, era una furia.
Affrontò la salitella che portava all’ingresso
del campo sportivo lottando spalla a spalla con i
primi: voleva entrare per primo nell’ “imbuto” dove
i concorrenti venivano classificati.
Mancavano 10 metri… forse solo 5, poi l’imbuto e
il successo.
Invece Valentino si bloccò, si mise a barcollare,
entrò nell’imbuto e, mentre stava per accasciarsi al
suolo, fu sospinto nella strettoia fino alla linea
del traguardo dai concorrenti che cercavano di
superarlo.
Per soli 3 o 4 secondi non aveva retto: 10
concorrenti erano riusciti a superarlo.. ma restò la
sua impresa, il suo coraggio… la sua incoscienza.
Dopo qualche minuto la cerimonia della
premiazione:
la C.S.A., che rappresentava la provincia di
Cosenza, salì sul terzo gradino del podio.
Un successo che poteva essere anche migliorato
almeno di una piazza: ma tant’è…
Perdonammo Antony (anche perché Valentino aveva
finalmente recuperato) e ricevemmo i complimenti di
tanti avversari (non Calabresi) non solo per il
piazzamento, ma perché risultammo la formazione più
giovane.
Il ritorno a casa Al ritorno ad Amantea non ci aspettavamo
un’accoglienza da trionfatori, ma almeno qualche
elogio pensavamo di averlo meritato…
“Ih! sulu terzi siti arrivati?”
Questo fu il commento ai nostri sacrifici, alle
ore di palestra, di polvere, di sole, di pioggia e
di vento, questo il viatico all’orgoglio che ci
aveva fatto gonfiare il nostro povero petto di gente
del sud nel superare gli allenatissimi,
selezionatissimi, seguitissimi, sponsorizzatissimi
atleti delle altre province.
Ci guardammo negli occhi: tre ragazzi ed un uomo.
Ci salutammo: tre ragazzi che sarebbero
diventati ottimi
uomini ed un uomo che stava decidendo di abbandonare
lo sport.
Ci stringemmo la mano: un patto di sudore che
cementava una cultura del sacrificio cui pochi sono
ammessi.
Solo i migliori!
(gennaio 2003)
maggio 2007

Alex Del Rosario
attualmente gestisce una tabaccheria.
E’ sposato
con Antonella ed ha un
bambino di nome Francesco
Il suo
grande amore era l’atletica, la sua
forza era la volontà.
Sarebbe un
ottimo allenatore ed un meraviglioso
dirigente sportivo, ma ragioni
esistenziali lo hanno allontanato dallo
sport.
Antony Del Rosario
dopo aver aperto
una scuola di windsurf, ha girato il mondo
praticando questo sport e facendo delle
esibizioni.
Ormai
uomo, continua a portare nel cuore l'entusiasmo di un bambino e
quando parla di sport si illumina. Avrebbe meritato
maggior fortuna ed un lavoro che gli desse sicurezza e la
possibilità di realizzarsi.
E’ sposato
con Katia ed ha un figlio,
Lorenzo, che gli somiglia
moltissimo.
Valentino Munno
è ingegnere
meccanico, vive a Milano e lavora alla Ford.
Si è sposato
da poco con Angelica e…cerca di non mettere su pancetta.
Ha due
meravigliosi bambini e la grinta di sempre....
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La forza della
gioventù
Giancarlo De Luca
Quel
giorno, quando scesi dal treno alla stazione di Amantea, avevo i
piedi doloranti per le fastidiosissime bolle procuratemi dai
mocassini avuti in prestito a Napoli da mio fratello Ilio
dopo l’improvvisa ed inattesa rottura delle mie scarpe.
Ad
attendermi trovai l’amico Pino Del Pizzo (allora
dirigente della Polisportiva De Luca) insieme
all’altro amico ed atleta Gennarino Delizia e, non
volendo venir meno all’impegno precedentemente preso, senza pensare
ai piedi rotti, salii con loro in macchina per una veloce corsa
verso Lamezia Terme (allora Nicastro), dove di lì a poco si sarebbe
svolto il “Giro Podistico Trofeo Morabito”.
La manifestazione ebbe un grosso successo di pubblico e la gara
riservò grandi emozioni agonistiche in quanto c’era un forte
terzetto locale (Maurizio Greco, Pino Nicotera
ed Aldo Villella) che, alternandosi con cambi
regolari, riuscì a staccare tutti gli avversari tranne il
sottoscritto che, nonostante il lancinante dolore ai piedi, teneva
duro …
Sul
lungo rettilineo finale giocai tutte le mie carte partendo di
sorpresa ed anticipando i Lametini nello sprint finale.
I
miei avversari ebbero un momento di esitazione e ben presto tra me e
loro si creò un distacco che sarebbe stato incolmabile se,
improvvisa, non mi avesse attraversato la strada una macchina
sfuggita al controllo dei vigili.
Riuscii ad evitare l’impatto, ma ruppi il ritmo di corsa: i tre
lametini mi furono addosso.
Trovai, non so in che modo, ancora la forza di insistere ed
impegnarmi fino al filo di lana dove, però, giunsi secondo dietro al
vincitore Maurizio Greco.
Non
pensavo più al mal di piedi, avevo solo un po’ di rabbia e tanto
rimpianto per un risultato che, per come ottenuto, valeva una
vittoria…
… una
vittoria sulla sfortuna e sul dolore conquistata con la forza della
gioventù. |
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RICORDI DI CALCIO
Amantea
come la Brescello di “Peppone e don Camillo”
di Ninuccio De Luca
Era
l’inverno del 1947 quando il vecchio campo sito sotto il
rilevato ferroviario della nostra stazione venne completamente
distrutto da una violentissima mareggiata e ridotto ad un
arenile.
Il
calcio ad Amantea era finito !
Ci volle
l’iniziativa e la grande volontà di Don Gaetano Cortese,
intraprendente parroco, sempre molto vicino ai giovani, e
professore di religione presso le Scuole Medie, per ottenere
dal Comune e dalla Capitaneria di Vibo la disponibilità di quel
terreno ed accendere nuovi entusiasmi.
Molti
appassionati rimboccandosi le maniche riuscirono a bonificare il
terreno di gioco con il solo aiuto delle proprie braccia e,
ricominciando da zero, rinfocolarono l’entusiasmo dei tifosi che
non potevano immaginare la fine del gioco del calcio ad
Amantea, dopo i grandi successi avuti nel precedente campionato
di I^ divisione cui militarono grandissimi giocatori come
Senatore, Masulli, Covone, Pragliola, Mannarino etc. che diedero
infinite soddisfazioni al pubblico
amanteano e ad Amantea.
Il
terreno di gioco fu pronto in poche settimane ed ebbe inizio un
torneo cittadino avvincente.
Fu un
campionato dilettantistico che portava sugli spalti (la
scarpata della ferrovia), migliaia di tifosi entusiasti e
felici per aver visto risorgere il calcio nella nostra città.
Due
compagini, la Dinamo e la Frassati furono le protagoniste di
quel girone unico a 6 squadre.
I non
più giovani ricorderanno certamente l’accanimento che ci fu fra
le due formazioni anche perché la Dinamo era seguita ed
organizzata dai Comunisti e la Pier Giorgio Frassati dalla
Democrazia Cristiana.
Le
partite di quel torneo, per la maggior parte, furono arbitrate
dal compianto Domenico Alecce ,
giovane
di elevate doti morali che operò con grande imparzialità e
professionalità.
Non è
superfluo ricordare che alcuni volenterosi, per racimolare
qualche fondo per sopperire alle spese occorrenti, durante le
partite giravano fra i tifosi, con le guantiere o i cestini, per
chiedere un piccolo obolo ( allora qualche lira).
Quel
torneo servì a riaccendere gli animi e, dopo poco tempo, con i
migliori elementi di quelle squadre si ricominciò col vero
campionato di promozione
Erano
tempi in cui il calcio era solo e soltanto gioco, passione ed
entusiasmo.
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Una
vecchia foto del 1947 della squadra dilettanti Dinamo allenata
da Leopoldo Matta. Da destra in piedi. Fiorello Caruso
dirigente , Nino De Luca, capitano della squadra, Alfonso
Politano, C.Morelli, Rocco Gallina, Franco Magli, V.Sconza(detto
pittulata), Vincenzo Burdo (dirigente), Bossio Mario, in funzione di
guarda linea. – Accosciati Ciccio Burdo,F.Pellegrino, Emilio
Ganzino.
Questa era una prima formazioni,
in seguito la compagine fu rinforzata con altri elementi quali il
portire Franco Verri da Cosenza, Egidio Colombo, Rocco Aureliano,
Tonino Morelli, Tripolitano da Falerna Marina e da G.Coccimiglio
e Claudio Bruni da Aiello Calabro.
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Foto della squadra
Pier Giorgio Frassati del 1947. In
piedi da destra: Francesco Pugliano, Alessandro Perciavalle (in
veste di dirigenti), Rinaldo Bonavita, Caruso da Cosenza, Turillo Pugliano, Guerino Bruni, Ernesto Muoio, Ugo Schettini, Piero Policicchio
(il dirigente e organizzatore) e Lucio Malito. -
accosciati Benito Miceli,Pasquale Perciavalle, Rocco Furgiuele,
Nicola De Rose da Diamante,Alfredo Morelli. |
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Una pietra miliare
nella storia calcistica di Amantea :
Il Cosenza di Serie B contro la
compagine Amanteana nel lontano 1950.
di Ninuccio De Luca

Il Cosenza militava nel
campionato nazionale di serie B ed era fra i primi della classifica.
Allora la dirigenza del Calcio
Cosentino era in mano agli industriali Morelli, nostri compaesani ,
trapiantati a Cosenza .
Nella foto si notano il dott.
Ciccio Morelli, dentista, che ha avuto per moltissimi anni lo studio
nella nostra cittadina, Mario Morelli – il più anziano- e Totonno
Morelli, mancavano Peppino Morelli e Pietro Morelli, quest’ultimo
grande appassionato di calcio, ciclismo e motociclismo. L’allora
Presidente del Calcio Cosenza Mario Morelli volle fortemente che la
squadra del Cosenza disputasse un’amichevole sul vecchio campo di
Amantea.
E così fu.
Erano presenti anche i nostri
dirigenti avv. Settimio Perna, Cav. Stefano Marano, Carmine
Pragliola, il giornalista Ercolano De Luca ed altri.
La formazione della compagine
d’Amantea, ricavata da una selezione delle squadre Dinamo e
Piergiorgio Frassati era composta da:
Peppino Curcio, Pippo Gelardi,
Alfredo Morelli, F Triestino, Mario Rositani, Nino De Luca, Franco
Staffa, Umberto Rositani, Tonino Morelli, Franco Di Lauro –
allenatore Francescantonio Caruso (Totonno i Minichella) grande
appassionato, profondo conoscitore del gioco del calcio apprezzato
in tutta la nostra Provincia.
La partita fu arbitrata in modo
impeccabile da Domenico Alecce.
Il Cosenza allenato
dall’ungherese Zengler scendeva in campo con grossi calibri come il
portiere Bui i centrocampisti Zera, Brocca, Uxa, Bacillieri ,Delmorgine
etc.
Gli spalti (la scarpata della
Ferrovia), come è facile osservare dalla foto, erano gremiti fino
all’inverosimile da un folto pubblico di tifosi e sportivi convenuti
per l’ occasionissima da molti paesi viciniori ed anche da Paola,
Catanzaro e dalla stessa Cosenza.
Fu un pomeriggio memorabile per
Amantea calcistica.
I tifosi erano increduli ed
entusiasti di vedere una delle migliori squadre di serie B giocare
sul terreno Amanteano.
I giovani calciatori d’Amantea
non sfigurarono, anzi per più di mezz’ora tennero testa con grande
determinazione alla più tecnica e quotata squadra di serie
superiore.
Il Match si concluse col
risultato di 3 a 1 per il Cosenza, ma il pubblico si divertì molto e
trascorse un pomeriggio indimenticabile che molti ricordano ancora
con immensa nostalgia.
Siamo certi di aver fatto cosa
gradita ai vecchi tifosi ed anche ai figli ed ai nipoti dei
protagonisti di quel tempo pubblicando questa rara e storica
fotografia ringraziando affettuosamente Piero Morelli per avercela
procurata. |
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