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C’era una volta
l’atletica….
PREMESSA
Oltre al calendario
Federale, molte società di Cosenza e Reggio Calabria, città in cui
esistevano i due campi d’atletica leggera, organizzavano numerose
manifestazioni che assegnavano medaglie e trofei con i quali si
riempivano le bacheche delle sedi e i palmarès degli atleti.
Il regolamento era quasi sempre lo stesso: per ogni gara si assegnavano
6 punti al primo, 5 al secondo, 4 al terzo, 3 al quarto, 2 al secondo e
1 al sesto. Il trofeo veniva assegnato alla società che conseguiva il
miglior punteggio sommando quelli utili conseguiti dai propri atleti.
Questo regolamento, generalmente, favoriva le squadre residenti nella
città in cui si svolgeva la manifestazione perché potevano
schierare tutti i loro atleti e coprire tutte le gare incluse nel
meeting, senza spese di trasporto e difficoltà logistiche legate anche
agli orari di effettuazione delle gare, Inoltre, la società
organizzatrice includeva nel programma solo le specialità in cui aveva
atleti con buone possibilità di vittoria o di ottenere punteggi utili
per la classifica finale a squadre. Nonostante tutto, le società di
Amantea, pur partecipando con un numero limitato di atleti, quasi sempre
riuscivano a primeggiare e a portare a casa coppe, trofei e medaglie.
Pina dei miracoli
Ogni anno, nella seconda
metà del mese di agosto, al campo scuola C.O.N.I. di S. Vito a Cosenza
si teneva il “Trofeo Primavera”, così chiamato dal presidente del gruppo
sportivo Primavera, signor Primavera che, tra l’altro aveva una figlia,
bella come la primavera, che gareggiava nel lancio del giavellotto.
La ragazza, tanto bella quanto atleticamente poco dotata, era il vanto
del suo papà perché era campionessa provinciale della specialità: da tre
anni vinceva sempre la gara del giavellotto femminile di cui deteneva
anche il record provinciale di categoria. Per dovere di cronaca,
però, devo anche precisare che a gareggiare nel lancio era solo lei:
quindi più che essere la “prima”, era “l’unica”!.... Quell’estate mi
ero proposto di vincere il trofeo: a fatica, e dopo una lunga ricerca,
riuscii a trovare sei macchine di volenterosi che mi consentirono di
trasportare a Cosenza una ventina di atleti con i quali sarei riuscito a
coprire tutte le specialità e fare quanti più punti era possibile.
Eravamo coscienti di ben figurare in tutte le discipline, in alcune
delle quali (salto in alto e salto in lungo) eravamo i migliori della
regione, ma nel giavellotto femminile eravamo completamente scoperti.
Fu allora che decisi di attingere ancora al serbatoio di atleti della
famiglia di Carruzzu Pagliaro che, in quel periodo già aveva dato alla
nostra causa sportiva i figli Raffaele (Aki Bua), nel mezzofondo, e
l’eclettica Carmelina capace di passare senza scomporsi, ma con grinta
degna di migliori fortune, dalle pedane dei salti a quelle dei lanci,
dalla velocità al mezzofondo. Pina Pagliaro, sorella di Raffaele e di
Carmelina, non frequentava la palestra, non faceva sport, ma aveva un
fisico eccezionale e poi… era anche più bella della signorina
Primavera. Avevo scelto Pina anche per un altro motivo: la gara del
giavellotto non l’avrebbe vinta, ma, in quanto a presenza, con il suo
brio e la sua spigliatezza, almeno avrebbe offuscato l’avversaria sul
piano fisico. Per convincerla non ci volle molto: avrebbe gareggiato.
Insegnarle i rudimenti del lancio (in mancanza di un vero giavellotto)
utilizzando una canna o un palo di scopa fu ancora meno difficoltoso
perché, dopo solo due o tre lanci, ci accorgemmo che non avrebbe potuto
assolutamente eseguire quel gesto tecnico… ma ormai era stata iscritta e
la portammo lo stesso a Cosenza… Il Signor Primavera, come da
copione, aveva inserito la gara del giavellotto per ultima,
immediatamente prima della proclamazione della squadra vincitrice e
della premiazione che, guarda caso, prevedeva l’assegnazione di una
coppa offerta dalla provincia di Cosenza, all’atleta che avrebbe vinto
la gara del lancio del giavellotto femminile. Il sole, ormai, volgeva
al tramonto. Le piste erano ormai vuote e gli atleti delle varie
società si erano assiepati intorno alla pedana del lancio dove "la prima
donna” aveva cominciato a fare qualche esercizio di riscaldamento,
civettuolamente cosciente dell’attenzione di tutti concentrata sulle sue
movenze. Pina era lì, la classifica a squadre poteva avere bisogno
anche dei 5 punti che le sarebbero stati assegnati per il secondo posto…
Perché non farla provare? “Pi’ - le dissi –
si nun ti vriguogni, va…. Lancia chianu chianu pecchì u giavellotto
s’adde ‘mpizzare ccu la punta supra u campu…” La Pagliaro (buon
sangue non mente!), senza farsi pregare ulteriormente, si avventurò in
pedana e attese il suo turno… I lanci previsti dal regolamento erano
tre di qualificazione e tre di finale. Toccò incominciare alla
padrona di casa che, dopo un affettato rituale ed un’arruffata rincorsa,
scagliò l’attrezzo a 22 metri, aspettando ed incoraggiando l’applauso
degli astanti che, nel frattempo, erano stati “rapiti” dalla bellezza un
po’ esotica di Pina che era andata a raccogliere il giavellotto che
impugnava come se fosse una scopa o un bastone da passeggio. Era il
suo turno… Nonostante le raccomandazioni (“Lancia da fermo…”),
prese una lunga rincorsa e impresse molta forza al giavellotto che, non
essendo ben indirizzato, s’impennò e cadde al suolo con la coda.
“Lancio nullo” dichiararono con trionfale giubilo i giudici di gara.
La
signorina Primavera, con altera sufficienza, eseguì la seconda prova che
non sortì un risultato migliore della prima, e Pina (che tra le altre
doti aveva anche quella di essere testarda) si ripetette quasi in
fotocopia: “Lancio nullo” ghignarono i giudici guardando di
sottecchi la cosentina che si apprestava ad affrontare la terza prova di
qualificazione con sussiegoso atteggiamento di superiorità. Il terzo
lancio fu migliore del primo, ma solo di pochi centimetri. Mentre i
giudici misuravano, mi avvicinai alla mia “atleta” e la supplicai
“minacciosamente” di lanciare da fermo “ e di fare ‘mpizzare
a punta d’u giavellottu ‘nterra!”. Macchè!!! Pina prese la
rincorsa ancora da più lontano e incominciò a correre più velocemente di
prima. L’avrei presa per i capelli per fermarla, ma io e i suoi
compagni di squadra eravamo letteralmente paralizzati: se faceva il
terzo nullo sarebbe stata squalificata e, quindi, non avrebbe potuto
effettuare i tre lanci di finale e prendere quei benedetti 5 punti
utilissimi per la classifica a squadre … Come una puledra selvaggia
correva verso il baratro che era il limite della pedana: era la fine!
Ed ecco il primo miracolo: la “Pagliarella” letteralmente si inchiodò
prima della fatidica linea bianca, si inarcò e, con rabbia infilò
l’attrezzo nel manto verde del campo. I giudici, ostentando una
professionalità encomiabile nell’adempimento della loro funzione, dopo
aver accuratamente misurato, con sottile e calcolata ironia, emisero il
verdetto: “Pagliaro ha lanciato a m. 0,87”. La misura non ci
interessava, ormai era fatta: Pina comunque avesse effettuato i restanti
tentativi, sarebbe stata classificata seconda, avrebbe avuto la sua
medaglia d’argento e noi avremmo vinto il trofeo. Missione compiuta:
comunque, per pura formalità, occorreva completare la gara compiendo i
tre lanci di finale. L’atleta della società organizzatrice effettuò
le sue tre prove senza migliorarsi, la nostra nelle prime due continuò a
fare impennare il giavellotto che, puntualmente, ricadeva di coda
rendendo nullo il lancio, poi, mentre già molti si stavano avvicinando
al luogo della premiazione, Pina effettuò l’ultimo tentativo. La
solita rincorsa, sempre impetuosa e veloce, l’attrezzo impugnato con
approssimazione, negli occhi la medesima determinazione… Un urlo
liberatorio, mentre scagliava per l’ultima volta l’attrezzo. Il
giavellotto che si infilava nel vento. Il giavellotto che
volava e pareva non volersi più fermare e che, alla fine dell’abbrivio,
iniziava a planare per poi infilarsi vibrando, lontano.
I
giudici, questa volta, mentre misuravano, non sogghignavano più.
“Lancio valido: l’atleta di Amantea ha lanciato a metri 28,45”
Pina non solo aveva vinto la gara e la coppa, ma aveva anche stabilito
il nuovo record provinciale. Primavera padre era allibito, Primavera
figlia spodestata e umiliata non aveva nemmeno il “bon ton” di
congratularsi con l’avversaria che, letteralmente tarantolata, correva
ad abbracciare un po’ tutti. Infine, quando salì sul gradino più alto
del podio, mentre riceveva il premio e gli applausi, sapeva di essere la
più forte, oltre che la più bella. *** Solo più tardi avrebbe
confessato che aveva avuto il desiderio irrefrenabile di fare il gesto
“dell’ombrello” seguito da un gridato liberatorio “Tiè!!!”,
ma -per fortuna- si era rammentata che il gestaccio non sarebbe stato “
degno di una signora” e si era trattenuta. E questo fu il secondo
miracolo di Pina in quell’afoso, indimenticabile, pomeriggio d’agosto.
Pino Del Pizzo |