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Note storiche su
" 'A Taverna"
di Roberto Musì
Storicamente col
termine “A Taverna” s’intende un toponimo dialettale
che indica l’ubicazione di un luogo di mare, dove in
genere si riuniscono marinai o più specificamente
barcaioli che esplicano una loro precipua attività:
riparare barche, reti o altro ad essa attinente.
Esso è costituito da una grande area originata dal
ritiro delle acque del mare o da altre concause
naturali tipo l’accumulo e l’incremento di detriti
alluvionali di due fiumare (torrenti Catocastro e
torrente S.Maria) che delimitano il territorio della
città di Amantea , da nord a sud, sulla linea della
costa tirrenica.
La formazione di quest’area è il risultato di una lunga
gestazione geologica se si pensa che alla fine del XVII°
secolo, osservando un disegno della città di Amantea che
ne fa il geografo Giovan Battista Pacichelli in un suo
libro sulle Province del Regno di Napoli, la linea
della costa sembra essersi di molto spostata rispetto ad
alcune descrizioni dello stesso sito, in epoca
medioevale, che la davano coincidente con la roccia a
strapiombo.
Il Pacichelli pubblica la sua stampa nel 1703 e la
spiaggia che disegna, è già un’area abbastanza vasta,
pianeggiante, nonché abitata.Fu comunque il terribile
terremoto del 1783 che, curiosamente favorì lo sviluppo
della zona marina della città.
Ad Amantea, nonostante l’epicentro del sisma si
trovasse in Calabria Ultra, il terremoto aveva recato
danni considerevoli nella parte alta e molte case,
compreso le possenti mura del castello, avevano subito
gravi lesioni. Di conseguenza molte famiglie si
spostarono nella parte sottostante della città che si
apprestava a diventare un piccolo nucleo urbano.
“Nella fase della ricostruzione - ha scritto Antonello
Savaglio – diverse famiglie, abbandonarono le case avite
e i quartieri di Paraporto e Catocastro e si spostarono
verso la marina , nel rione della Taverna, dove sorse un
nuovo agglomerato urbano”.
E’ attestato in molti documenti, non solo notarili ,
del tardo ‘700, essere la “Taverna o Taverne”
addirittura un quartiere, dove vi sono fra l’altro case
e terreni da vendere e da sfruttare a livello
urbanistico.
In alcuni atti del notaio amanteano Carlo Salvadore
vengono rogate vendite tra persone benestanti della
città. Anzi ad essere precisi si tratta per molti versi
di documenti che dicono, tra l’altro, l’affermarsi di un
nuovo ceto sociale come la borghesia che, piano piano,
occuperà quello spazio fino ad allora tenuto dal ceto
nobile, da sempre arbitro delle sorti politiche ed
economiche di Amantea.
Per esempio i nobili Ridolfo e Gaetano Mirabelli,
fratelli vendono nel 1791 a Tommaso Perciavalle
borghese, prima una “picciolissima possessione in
contrada Taverna” , poi “una picciolissima masseria”
sempre nella stessa contrada.
Dall’atto si deduce che i Mirabelli si trovano in “stato
di indigenza” o per rispondere ad “urgentissimi
bisogni”.
Nel 1793 è la volta di don Giovanni Cavallo, nobile
patrizio, che vende allo stesso Perciavalle “un picciolo
predio” in contrada Taverna, dal che si deduce
facilmente che il nuovo ceto borghese sta ormai
diventando “rampante”.
Agli inizi dell’800 quindi “a Taverna” è una quasi
realtà urbana con un piccolo approdo per barche ed altro
naviglio che in questo torno di tempo avrà vita
animata e convulsa con l’arrivo delle avanguardie
polacche dell’esercito francese che vi si installeranno
e le scaramucce con le bande legittimistiche di Fra’
Diavolo.
Proprio ad Amantea , nel quartiere Taverna il famoso
brigante di Itri metterà in fuga verso Cosenza il
distaccamento polacco, ridando respiro alla popolazione
che vedeva nel francese il conculcatore delle proprie
libertà civiche.
Nelle asciutte cronache di Luigi Maria Greco, che ci ha
lasciato la più veritiera testimonianza di quei
drammatici giorni tra i primi di settembre del 1806 e
gli inizi del nuovo anno, quando la povera città sarà
costretta ad arrendersi alle truppe del generale
Reynier, di certo più allenato alle battaglie, si legge
a più riprese di truppe, uomini o soldati “scendere nel
borgo Taverne” oppure di “borgo sotto le Taverne”.
Ma è con la restaurazione borbonica, all’indomani del
Congresso di Vienna (1815) che i Borboni, riottenuto il
Regno e ridivenutodelle Due Sicilie, ad Amantea cercano
di mettere mano ad una grande opera di ricostruzione ed
è naturale che pensano di incentivare la parte nuova o
della marina della città, rispetto alla parte alta o
vecchia della stessa.
Il nuovo
ceto borghese, che sostanzialmente è fatto di
commercianti, detta in pratica, le nuove regole e si
insedia fisicamente con le sue attività nei luoghi
che gli sono più consoni, la pianura ed il mare, mentre
il “paese” rimane arroccato sul colle, all’ombra di
un maniero diruto e ormai senza storia. Una borghesia
che in seguito farà propria le istanze risorgimentali
che da tutta l’Italia erompono dai petti di una
generazione che alla fine realizzerà l’indipendenza
del Paese.
Anche nella piccola città di Amantea, questa stessa
classe svolgerà il non piccolo ruolo nell’affermazione
delle idealità patriottiche.
Il
medico Federico Provenzano in una sua rara descrizione
scientifica (1861) di Amantea dirà che “al seguito del
paese vi ha pure un borgo nominato la Taverna, ch’è
situato in pianura, e vicinamente al piè delle
colline”. Questa zona dunque , all’indomani
dell’Unità , proseguendo nella sua espansione urbana
presenta costruzioni civili e palazzi nei cui
bassi o “magazzeni” dove insediano le varie attività
commerciali, viene per questo denonimata Piazza
Commercio. In effetti alcuni grandi palazzi ne
delimitano l’area, quasi a protezione di una casta,
quella appunto borghese che, nel primo cinquantennio
dell’Italia unitaria scriverà la vera storia della
nostra comunità.
I palazzi appartengono intanto a famiglie, come abbiamo
visto, non più patrizie. ma a quella borghesia di cui
si è detto, mista a qualche altra di ascendenza nobile
in quanto ramo cadetto, come da una parte i
Cavallo-Marcello, gli Amato e dall’altra come i
Perciavalle e i Furgiuele, questi ultimi veri
protagonisti e poi antagonisti nelle lotte politiche e
sociali dell’Amantea tra ‘800 e ‘900 .
Palazzo Cavallo-Marcello, Palazzo Perciavalle, Palazzo
Amato meritano sicuramente una maggiore attenzione, non
solo dal punto vista architettonico, ma anche da quello
della conoscenza delle tante curiose storie racchiuse
dentro le pareti di quelle imponenti magioni.
In un avviso pubblicitario apparso sul giornale
cosentino “Il Bruzio” di Vincenzo Padula (9 luglio
1864) così si legge: “ Si affitta in questa stagione dei
bagni, o per industrie commerciali, o per simili altri
usi, nella marina di Amantea Calabra,e propriamente nel
punto migliore della contrada detta Taverna, un
fabbricato composto di quattro spaziosi magazzeni con
rispettivi mezzanini, e di un appartamento di sei
stanze, cucina e soffitte.Dirigersi per le condizioni
del contratto al Signor Luigi Furgiuele di Adamo in
Amantea”.
I “magazzeni” di cui si dice sono i locali che, grosso
modo, ospitano attualmente il bar dello Sport del signor
Caruso.
L’ “appartamento” e i “mezzanini” costituiscono la parte
superiore dell’intero fabbricato. Costruzione
quest’ultima ubicata nell’attuale Piazza Commercio, e
ristrutturata con profonde modifiche alla fine degli
anni ’50.
Agli inizi del ‘900 Piazza Commercio va assumendo una
caratteristica in più della sua originale vocazione
economica ed è quella del dibattito politico non solo
a livello di governo locale, ma anche con la presenza
di figure di rilievo nazionale.
Pensiamo alle battaglie elettorali amministrative che in
effetti si concentreranno nello scontro tra le famiglie
Perciavalle e Furgiuele e vedrà vincitori quest’ultimi,
grandi dominatori della politica locale almeno fino
all’avvento del Fascismo. Piazza Commercio ospiterà
affollati comizi (1919) di famosi oratori come
l’avvocato Roberto Mirabelli, purtroppo perdente, ma
mai dòmo di fronte ai più duri avversari politici, come
Michele Bianchi, il quadrumviro della Marcia su Roma,
che in una “Taverna” stracolma di cittadini (1924) nel
portare il saluto del Duce, parlò anche del riscatto e
della rinascita della nostra gente.
Particolare ed esaltante momento della vita della piazza
si avrà il 24 marzo del 1934 quando fu inaugurato il
Dopolavoro con codazzo di autorità civili e religiose.
Pur se frettolosa la cerimonia rappresentò come in un
lampo, l’ala benigna del regime che consacrava la sua
presenza con una istituzione che era e voleva essere
assolutamente rivolta al popolo...
Purtroppo in seguito molti degli entusiasmi suscitati
dalla nascita del Dopolavoro presto scemarono e la vita
sembrò cadere in una sorta di oscura monotonìa, anche se
a volte, specie nella stagione estiva una piccola banda
di simpatici turisti della “jeunesse dorèe” locale e
cosentina, tentò di animare giorni destinati a divenire
molto amari quando tutto finì nel silenzio che calò
sulla nostra bella Piazza, rotto dai microfoni
annuncianti l’ infausta entrata in guerra dell’ Italia
(1940).
La Piazza torna a rianimarsi con la fine della II°
Guerra Mondiale e il ritorno alla vita democratica,
quando i vari partiti politici si affrontano di nuovo
nel rovello di una sempre più appassionata lotta
politica.
a cura di Roberto Musì
L’
“homo amanteanus” non è tale se non “passa” per la
“Taverna”, per riceverne il battesimo, perché questo
gli dà il suggello di una sorta di modernità cui gli fa
da contraltare l’abitante da “Chiazza” che esprime
un’idea della conservazione e della obsolescenza. In
qualche modo essere “tavernuotu” significa essere
all’avanguardia, “à la page”, mentre essere “chiazzitano”,
conservatore e “demodé” Piazza Commercio rimane ancora il
cuore pulsante della nostra città, arengo vivacissimo
ora del dibattito politico locale, ora del gossip,
specchio delle “mirabilia Urbis”, dalle più eclatanti
alle più ardite.
Qui se ne vedono e se ne odono di tutti i colori,
ragnatela di interessi, di traffici, dicevamo anche di
pettegolezzi, eppure così vitale in ogni suo aspetto.
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La nostra
"AGORA' "
"a Taverna"
Piazza
Commercio, da oltre due secoli è la nostra "Agorà", luogo della
politica e del pettegolezzo, delle discussioni sportive, del
volantinaggio, ma anche della cultura e della solidarietà.
Punti d'incontro... e di scontro, storicamente riconosciuti sono
- l'emporio- edicola
- caffè di Claruzzo Segreti (ex-libreria di Rocco
Segreti, simpaticamente soprannominata "Botteghe Oscure" per la
viscerale fede politica del titolare che non ammette nessun
credo e nessun verbo che non abbia una qualsiasi sfumatura di
rosso), - il "Caffè dello sport" (ai più noto come
"'u bar
'i Totonno 'i Minichella" dove fino a circa 20 anni fa non era
possibile chiedere un caffè "corretto" e si poteva vedere la TV
solo se si era tifosi dell'Inter). Negli ultimi tempi, anche
per la chiusura della libreria Morelli (cenacolo in cui il mecenate
garantiva, sorrnionamente, la par condicio), tranne
che alle "Botteghe oscure", i riti dell'Agorà si tengono
( clima permettendo) per lo più all'aperto nei
vari
posti dello slargo (che impropriamente continuiamo a
chiamare piazza): sulle panchine davanti al negozio di Cipriano
Martire, del Caffè dello Sport o all'angolo con via V.Emanuele.
Ora non è più "arengo
vivacissimo del dibattito politico locale",
anche perchè la politica appassiona soltanto la razza in
estinzione degli idealisti sognatori (che preferiscono
l'aria pura del lungomare) o i "galoppini" e "portaborse" che
preferiscono agire altrove. Argomenti di discussione restano,
quindi solo la critica, rarissimamente il consenso, qualche
volta anche la propositività. Ciò nonostante "a Taverna"
continua ad essere il luogo d'incontro e di informazione: lì
abbiamo intenzione di attingere gli spunti per il nostro
dibattito aperto a tutti coloro che vorranno parteciparvi, nei
limiti consentiti dall'educazione, e dal buon gusto.
Pino Del Pizzo
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